di Uoldelul Chelati Dirar
Poco conosciuta al grande pubblico ĆØ la presenza di africani nei campi dāinternamento e nei luoghi di confino allestiti dal regime fascista in Italia. Tra questi merita una menzione particolare quello di Villa Spada a Treia, in provincia di Macerata
Ricostruita scrupolosamente da Matteo Petracci nel suo libro Partigiani dāoltremare, la vicenda riguardante il campo di Treia ĆØ un episodio che evidenzia lāimportanza del metodo storico e la necessitĆ di rifuggire dalle risposte semplici. La presenza di africani in questo campo di internamento era collegata allāallestimento della Mostra Triennale delle Terre Italiane dāOltremare, inaugurata da re Vittorio Emanuele II a Napoli il 9 maggio 1940. La mostra veniva proposta come una Ā«rassegna panoramica e sintetica delle realizzazioni del valore e del lavoro italiano in AfricaĀ», in altre parole una celebrazione in grande stile dei presunti successi dellāimpresa coloniale italiana e, al tempo stesso, la proposta di una nuova idea di italianitĆ in cui le colonie venivano presentate come parte integrale e organica del tessuto economico e sociale dellāItalia fascista.
Allāinterno della mostra, alcuni padiglioni ospitavano allestimenti che riproducevano monumenti, chiese ortodosse, moschee delle colonie cosƬ come scorci di aree urbane e di villaggi di alcune delle comunitĆ agro-pastorali delle colonie, la cui vita quotidiana veniva offerta allo sguardo curioso dei visitatori. Un vero e proprio zoo umano popolato con āsudditi colonialiā (58 tra donne, uomini e bambini) appositamente trasferiti a Napoli da Eritrea, Etiopia, Libia e Somalia e scortati da un gruppo di ascari della Polizia dellāAfrica Italiana. Erano ācomparseā accuratamente selezionate, tra cui figuravano anche personalitĆ importanti. Infatti, nelle intenzioni del regime, la mostra oltre che agli italiani e agli osservatori internazionali era rivolta anche alle Ć©lite delle colonie, alle quali intendeva mostrare la potenza dellāItalia fascista e cosƬ convincerle dellāinutilitĆ di opporvisi e della convenienza di una loro collaborazione. Destinata a rimanere aperta fino al 15 ottobre, la mostra venne precipitosamente chiusa dopo appena un mese dallāinaugurazione in seguito allāentrata in guerra dellāItalia. Gli āospitiā africani rimasero abbandonati in condizioni di estremo disagio per quasi tre anni in uno dei villaggi allestiti nella mostra, pensati per un utilizzo solo temporaneo e di certo non attrezzati per i rigori dellāinverno italiano. Solonel 1943 furono trasferiti nel campo dāinternamento di Treia.
Qui ha inizio la parte più affascinante della vicenda. Infatti, a seguito del temporaneo vuoto di potere seguito alla crisi dellā8 settembre, alcuni degli internati africani entrarono in contatto con la brigata partigiana guidata dal leggendario comandante Mario Depangher e decisero di unirsi ai partigiani rivelando loro dove erano celate le armi e le munizioni del campo dāinternamento. Altri internati africani si aggiunsero poi ai primi andando a ingrossare le file di un gruppo partigiano giĆ molto variegato, composto da italiani, croati, serbi e britannici. Va comunque sottolineato che solo una minoranza degli ospiti africani si unƬ ai partigiani. La maggioranza rimase a Villa Spada, chi perchĆ© non se la sentiva di abbandonare la famiglia (erano presenti anche neonati), chi per paura e chi perchĆ© non condivideva il progetto politico.
Molti tra quanti si unirono ai partigiani furono uccisi e in alcuni casi sono rimaste tracce della loro sepoltura o, come nel caso dellāetiopico Abbabulgu Abbamagal, detto Carlo, le sue spoglie sono state rintracciate, grazie anche allāaiuto di Matteo Petracci, e hanno ricevuto degna sepoltura in anni recenti. I sopravvissuti, sia tra i partigiani sia tra quanti erano rimasti nel campo dāinternamento, furono infine rimpatriati nel 1944. Alcuni di loro avrebbero anche avuto un ruolo importante nella vita politica del loro Paese di provenienza. Ć il caso del somalo Aden Scire che, tornato in patria, prese parte alla transizione della Somalia verso lāindipendenza e ricoprƬ poi cariche governative, tra cui quella di ministro della Giustizia.
La vicenda del campo di Villa Spada ĆØ importante in quanto ci permette di cogliere la complessitĆ e le tante sfumature del sistema coloniale. Da un lato ci aiuta a comprendere quanto articolata e piena di sfaccettature sia stata la presenza di africani e africane nellāItalia fascista. Allo stesso tempo le diverse traiettorie umane degli internati di Villa Spada evidenziano la necessitĆ di avere sempre uno sguardo ampio sulle vicende storiche, rifuggendo la tentazione di una lettura semplificata. Nessuno tra gli ospiti africani fu una vittima passiva della violenza fascista; tutti, seppur in modo diverso, espressero una loro autonomia propositiva, che questa si sia tradotta in scelte ardite di partecipazione alla lotta partigiana o in sobria protezione della propria quotidianitĆ o nella continuazione della collaborazione con lāoppressore.


