L’Italia esplorata dagli africani

di claudia

di Uoldelul Chelati Dirar

Gli immigrati giunti dal Mediterraneo a partire dagli anni Settanta non sono stati i primi africani a stabilirsi in Italia. Al contrario di quanto si crede, la presenza africana nel nostro Paese è molto radicata: risale all’epoca rinascimentale

Ricorre nell’immaginario collettivo italiano – rafforzata in parte dai mass media – l’idea dell’Italia come terra relativamente inesplorata dagli africani fino alla seconda metà del Novecento almeno. In altre parole, la presenza africana sul suolo italiano sarebbe riconducibile alle epocali trasformazioni registratesi tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, che hanno determinato i massicci processi migratori contemporanei. In realtà, si tratta di una molto più dilatata nel tempo e che precede ampiamente l’esperienza dell’Italia repubblicana.

La storiografia ha in parte ricostruito la storia delle presenze africane in Italia, già dall’età rinascimentale, evidenziando l’impatto che hanno avuto nel forgiare l’immaginario italiano e europeo. Se le fonti archivistiche rendono difficile tracciare le presenze africane per via dell’assoluta intercambiabilità di termini quali “moro”, “nero”, “negro”, “saraceno”, “etiope”, un’evidenza incontrovertibile, visibile a tutti ma spesso non percepita, è offerta dalla pittura.

Già dal Quattrocento la pittura ci restituisce un’immagine dei grandi centri urbani della penisola con una tangibile presenza di comunità africane. Per esempio, illustri pittori quali Vittore Carpaccio (Miracolo della reliquia della Croce al ponte di Rialto – foto) e Gentile Bellini (Miracolo della reliquia della Croce al ponte di San Lorenzo) ci presentano una Venezia in cui erano comuni i gondolieri africani. Ex schiavi liberati avevano trovato in questa attività non solo una fonte di sostentamento ma anche uno strumento di integrazione sociale, tramite il sistema associazionistico delle cosiddette “scuole”. Analogamente è attestata l’esistenza di confraternite religiose di africani liberi nelle città di Palermo, Napoli e Messina già dagli inizi del Cinquecento.

Miracolo della reliquia della Croce al ponte di Rialto

Se questi casi sono prevalentemente riconducibili al filone europeo della tratta schiavistica, altre tipologie di presenza africana hanno un’origine autonoma. Tra queste merita particolare attenzione il cosiddetto Ospizio di Santo Stefano dei Mori (conosciuto anche come Ospizio degli Abissini), istituito a Roma da papa Sisto IV nel 1481 per ospitare monaci, personalità e pellegrini venuti dall’Etiopia. Affidato alla gestione di monaci etiopi, Santo Stefano dei Mori divenne un vivace crocevia di religiosi, studiosi, ambasciatori e pellegrini che dalle lontane regioni del Corno d’Africa giungevano a Roma, tappa finale di un lungo pellegrinaggio nato dalla volontà di visitare la Terra Santa. Tra quelle personalità ve ne furono di particolare spessore che stimolarono l’interesse culturale della corte pontificia e, più in generale, dell’intellighenzia europea. Santo Stefano divenne così un importante centro di riferimento per tutti gli studiosi che contribuirono poi a dar vita al filone di studi africani noto come etiopistica. I primi tipi dei caratteri etiopici vennero coniati in questa sede e portarono alla prima stampa della Bibbia in lingua ge’ez, la lingua dotta e liturgica della Chiesa ortodossa d’Eritrea e d’Etiopia. I religiosi e gli intellettuali che popolarono Santo Stefano svolsero un ruolo centrale sia nel forgiare l’immagine di questa parte d’Africa nella tradizione culturale europea sia nel plasmare nelle loro terre di origine la percezione di Roma e dell’Europa.

Questa rapida incursione storica ci suggerisce che è possibile proporre una maggiore profondità temporale al dibattito contemporaneo sui contatti tra Africa e Italia. I casi che ho presentato invitano a maggiore attenzione nell’analisi e nella descrizione dei fenomeni contemporanei, che troppo spesso vengono schiacciati in una contemporaneità astorica. Le presenze africane in Italia già a partire dall’età rinascimentale ci restituiscono un’immagine di dinamismo e protagonismo che dovrebbero farci riflettere sulla rappresentazione – troppo spesso pietista e paternalista – che viene fatta circolare degli africani presenti nell’Italia repubblicana.

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