Le diverse memorie di Adua

di claudia

di Uoldelul Chelati Dirar

Una catastrofe per l’Italia, un simbolo di riscossa per tutto un continente. O quasi. La celebre e sanguinosa battaglia di 128 anni fa su suolo etiope è oggetto, in Africa, di letture diversificate

Il 1° marzo è stato l’anniversario della battaglia di Adua (1896), uno scontro epico tra l’esercito etiopico guidato dall’imperatore Menelik II e quello italiano guidato dal generale Baratieri. Adua non è una delle tante battaglie coloniali, è un momento cruciale della storia dell’Etiopia e dell’Italia contemporanee, ma è anche un’icona del panafricanismo e della lotta al colonialismo, ed evoca emozioni contrastanti in Etiopia, in Italia, in Africa e nel resto del mondo: orgoglio, umiliazione, solidarietà, vendetta, divisione. Eppure, quanti, in Italia hanno piena consapevolezza del significato di questo nome e della sua importanza nella storia nazionale? Quanti tra coloro che celebrano Adua come riscossa degli oppressi ne hanno piena consapevolezza storica?

Sul piano politico-militare, Adua può essere definita come lo scontro tra una nascente potenza coloniale, l’Italia di Crispi, e una potenza imperiale africana in fase di espansione e consolidamento, l’Etiopia di Menelik II. L’Italia crispina investiva sulla carta coloniale come opportunità di rafforzamento della coesione nazionale e di consolidamento della sua posizione nel quadro diplomatico di quegli anni. Nell’Etiopia di Menelik era invece in corso un complesso processo di riorganizzazione amministrativa e di espansione territoriale verso le ricche regioni meridionali dell’impero.

Preceduta da altri tre disastri militari (Dogali nel 1887, Amba Alagi il 7 dicembre 1895 e Macalle il 7-19 gennaio 1896), la battaglia di Adua era stata avviata dai militari italiani sulla base della convinzione che si sarebbe trattato di un’operazione rapida e semplice. Tuttavia, inadeguatamente equipaggiate e con una conoscenza cartografica del territorio approssimativa, le truppe italiane sbagliarono direzione e finirono direttamente sotto il fuoco dell’esercito etiopico, meglio disposto e in netta superiorità numerica. Il risultato fu un massacro. Basti pensare che l’Italia ebbe più morti nella battaglia di Adua, che in tutte le guerre risorgimentali. «Abbasso Crispi! Via dall’Africa!». «Viva Menelik!». Questi alcuni degli slogan urlati nelle piazze italiane all’indomani della sconfitta patita a opera di quelli che erano stati descritti come «negri vigliacchi e selvaggi». Crispi dovette rassegnare le dimissioni del suo governo, e l’Italia fu costretta a ripensare la propria politica di espansione coloniale fino al punto di valutare la possibilità di abbandonare l’Eritrea. Poco meno di quarant’anni dopo, il fascismo fece della necessità di riscattare la cosiddetta «onta» di Adua una delle giustificazioni per l’invasione dell’Etiopia lanciata nel 1935. Da simbolo del disonore, Adua venne così proposta come il simbolo della riscossa, come dimostra anche il gran numero di italiani che battezzarono le loro figlie con questo nome.

In Etiopia la battaglia di Adua rimane tuttora un elemento fondante dell’identità e dell’orgoglio nazionale, un anniversario regolarmente festeggiato con grandi celebrazioni. Tuttavia la memoria di questo evento non è necessariamente un patrimonio condiviso. Da un lato domina una lettura che, nel solco della tradizione imperiale, celebra Adua come grande vittoria nazionale, risultato della brillante strategia politico-militare dell’imperatore Menelik II e della sua corte. Tuttavia, a partire dal 1991, dopo la caduta della dittatura militare guidata dal colonnello Menghistu e l’avvento al potere di una coalizione controllata politicamente dal Tigray People’s Liberation Front (Tplf), radicato nella regione del Tigray, dove si trova Adua, è emersa un’interpretazione alternativa. La nuova lettura tende a enfatizzare il ruolo svolto dall’aristocrazia del Tigray, ridimensionando invece quello della corte imperiale, quasi a voler indicare una continuità storica tra l’eroismo anticoloniale dei combattenti tigrini ad Adua nel 1896 e la lotta dei guerriglieri del Tplf.

Che dire di Adua nel resto dell’Africa? In Eritrea è ignorata. Nessuna celebrazione, nessuna menzione. Paradossalmente, l’evento simbolo della resistenza africana al colonialismo sancì per l’Eritrea la sua definitiva cessione all’Italia e la riduzione a colonia. Inoltre, nella memoria popolare, per molti eritrei il ricordo di Adua è associato alla brutale violenza riservata dalle truppe etiopiche agli ascari eritrei fatti prigionieri, ai quali, come punizione per aver combattuto a fianco degli italiani, vennero amputati la mano destra e il piede sinistro.

Nel resto dell’Africa la battaglia di Adua ha invece consacrato l’Etiopia come madre simbolica del continente. Questa vittoria e poi la resistenza contro l’invasione fascista del 1935 hanno attribuito all’Etiopia un’aura indissolubile, trasfigurandola nel simbolo della speranza e della possibilità di un mondo libero, una risposta alla retorica coloniale (e non solo) sulla presunta, ineluttabile subalternità delle popolazioni africane Tuttavia questa memoria è a sua volta selettiva, in quanto ignora che la vittoria di Adua, e quindi la chiusura del fronte settentrionale con la colonia Eritrea, permise a Menelik di completare la sua politica di espansione imperiale realizzata a spese di altri regni locali, alcuni secolari, quali i regni di Kaffa, Jimma, Limmu-Enarea e Illubabor. Tuttora, la memoria popolare in quelle regioni ricorda con orrore la devastazione e la violenza di queste conquiste.

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