di Uoldelul Chelati Dirar
Lāinsegnamento della storia ĆØ rimasto del tutto inadeguato, di impronta ancora cripto-coloniale, nonostante il dibattito sulla World History nato una quarantina dāanni fa. Il problema non ĆØ accademico: riguarda in particolare i giovani nuovi italiani, giĆ penalizzati dalla questione cittadinanza.
Ā«Nos ancĆŖtres les GauloisĀ» (I Galli, nostri antenati): ĆØ lāincipit che caratterizzava i testi di storia utilizzati nelle scuole francesi a partire dalla Terza Repubblica ed era il riflesso di un complesso processo di costruzione dellāidentitĆ nazionale francese. Gli stessi testi, tuttavia, e quindi lo stesso incipit, venivano utilizzati anche nelle scuole delle colonie francesi. Questo denotava da un lato la coerenza del modello coloniale francese, caratterizzato da una forte filosofia assimilazionista che presupponeva la completa omologazione culturale delle colonie alla madrepatria francese. Dallāaltro, indicava la presunzione dellāassoluta superioritĆ della cultura e societĆ francesi e il totale disprezzo per il patrimonio culturale delle colonie, frettolosamente liquidato come un insieme disarticolato di superstizioni e di pratiche primitive, destinate a essere soppiantante dalla modernitĆ occidentale.
Senza le stesse ambizioni assimilazioniste ma ugualmente roboanti nello stile, anche i testi di storia utilizzati nelle colonie italiane utilizzavano una retorica simile. Ā«LāItalia ĆØ la più bella terra dellāEuropa e la più illustre nella storia della civiltĆ Ā», cosƬ recitava un passo del Manuale di letture scelte ad uso delle scuole indigene pubblicato nel 1916 per le scuole della missione cattolica in Eritrea. La negazione della dignitĆ e del valore dei sistemi culturali allāinterno dei quali vivevano e crescevano gli studenti delle scuole coloniali non può non suscitare sdegno e irritazione. Va comunque collocata in un contesto storico, quello coloniale, il cui principio ispiratore era la ferrea convinzione dellāassoluta superioritĆ della civiltĆ occidentale su tutte le altre civiltĆ mondiali. Il fondamento ideologico di qualsiasi processo di espansione coloniale europea tra Otto e Novecento era la convinzione che il colonialismo fosse un immane sforzo collettivo dellāOccidente per civilizzare e modernizzare popolazioni ritenute prive di civiltĆ e arretrate, in altre parole il famoso Ā«fardello dellāuomo biancoĀ» della poesia di Kipling.

Quello che invece dovrebbe causare maggiore irritazione e anche preoccupazione ĆØ il permanere di un approccio simile nella didattica della storia per le scuole medie e superiori nellāItalia contemporanea. I testi utilizzati nelle scuole italiane dei nostri giorni, infatti, senza ricorrere alla roboante retorica del periodo coloniale ne mantengono di fatto lāapproccio pedagogico. Tranne pochissime eccezioni, la didattica della storia in Italia sembra restare impermeabile al grande dibattito internazionale che ha animato il mondo accademico e della scuola circa la necessitĆ di definire un insegnamento della storia capace di riflettere lāenorme ricchezza del patrimonio storico e culturale dellāumanitĆ , senza più i filtri di un pensiero razzista. A partire dagli anni Ottanta questo dibattito si ĆØ tradotto in un nuovo approccio, la World History, che propone di ridefinire il perimetro e il canone della storiografia, criticando la tendenza a utilizzare gli stati-nazione contemporanei per definire gli ambiti dello studio del passato, e anche di mettere in discussione una tradizione che pone lāEuropa al centro di qualsiasi sviluppo storico e, conseguentemente, la eleva a metro di paragone universale.
Il ritardo della scuola italiana nel recepire questo dibattito preoccupa non per un vezzo accademico quanto per le gravi implicazioni che rischia di avere su intere generazioni di italiani. CosƬ come la frase sugli āantenati galliā nei manuali francesi era un potenziale generatore di alienazione culturale tra i giovani scolari delle colonie, analogamente per le centinaia di migliaia di studenti italiani con famiglie di provenienza africana o asiatica, la continua riproposizione della ricchezza e complessitĆ del patrimonio storico dellāEuropa a fronte di un pressochĆ© totale silenzio sul resto del mondo, incluso quello da cui provengono i loro genitori, contribuisce a creare un senso di alienazione e marginalitĆ rispetto a un mondo in cui non viene offerta loro la possibilitĆ di rispecchiarsi.
Se la crudele brutalitĆ della normativa attuale che nega la cittadinanza alimenta un doloroso senso di estraneazione e frustrazione in persone che sono a tutti gli effetti italiane, non meno grave ĆØ lāimpatto dellāattuale didattica della storia. Lo studio della storia non ĆØ il semplice apprendimento di date e nozioni generali sul passato ma anche un fenomenale specchio nel quale gli studenti possono trovare riflessa una parte di sĆ© e cosƬ definire in modo articolato la propria identitĆ . In assenza di una didattica della storia inclusiva, una parte della gioventù italiana rischia di crescere segnata da sensi di esclusione e di estraneitĆ che si possono tradurre in alienazione culturale e anche legittimo risentimento, il cui costo sociale nessuna societĆ può permettersi.
Questo articolo ĆØ uscito sul nuovo numero della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui, o visita l’e-shop.


