di Uoldelul Chelati Dirar
Nel suo Diario eritreo, il governatore civile dellāEritrea Ferdinando Martini (1897-1907) nel giustificare la sua ferma opposizione alla formazione scolastica dei giovani eritrei affermava che sarebbe stata una spesa inutile e auspicava il giorno in cui la questione non si sarebbe affatto posta, immaginando una colonia senza più lāingombrante presenza degli Ā«indigeniĀ». Queste sferzanti parole riflettevano un più generale orientamento politico e amministrativo fortemente influenzato da logiche razziste che caratterizzava giĆ il primo colonialismo italiano dellāetĆ liberale. Un atteggiamento che si esplicava sia nelle politiche urbane di matrice segregazionista che nel tentativo di regolamentare in senso restrittivo le relazioni tra sudditi coloniali e colonizzatori. Alla base di tale approccio vi era la diffusa convinzione che esistesse una presunta superioritĆ dellāEuropa nei confronti dellāAfrica dovuta a un divario di civiltĆ e quindi di cultura.
Con lāavvento del fascismo si registrò un progressivo riposizionamento dei fondamenti concettuali dellāimmaginario razzista, che veniva ora centrato su una dimensione biologica e quindi di discendenza. In questa nuova prospettiva il regime fascista si distinse dal periodo liberale per la sistematicitĆ con cui legiferò in materia razziale e soprattutto per lāapproccio marcatamente repressivo di tale intervento normativo (un intervento che anticipò il più conosciuto e famigerato Regio Decreto 17 novembre 1938 n. 1723, āProvvedimenti per la difesa della razzaā). Ne ĆØ prova il Regio Decreto 19 aprile 1937 n. 880, che introduceva sanzioni per chiunque fosse stato trovato colpevole di intrattenere Ā«rapporti dāindole coniugaleĀ» con sudditi coloniali. Con questo provvedimento il regime cercava di aggredire la consuetudine fino a quel momento socialmente non approvata ma tacitamente accettata, che vedeva uomini italiani intrattenere relazioni di tipo coniugale (formali o informali) con donne africane. In ambito coloniale i successivi interventi furono la Legge 29 giugno 1939 n. 1004, che trattava di āSanzioni penali per la difesa del prestigio di razza di fronte ai nativi dellāAOIā e la Legge 13 maggio 1940 n. 822, āNorme relative ai meticciā.
Erano tutti provvedimenti che si distinguevano per una brutale rilettura in senso razziale della societĆ , tuttavia questāultima legge introduceva una profonda e dolorosa frattura nella societĆ coloniale, colpendo i frutti dellāunione tra cittadini italiani e sudditi coloniali, i cosiddetti Ā«meticciĀ». Se in altri contesti coloniali gli afroeuropei erano divenuti attori privilegiati della societĆ coloniale in virtù del loro ruolo di mediatori tra il mondo dei colonizzati e quello dei colonizzatori, nella politica fascista questi venivano espulsi dal mondo dei colonizzatori vedendosi negare il diritto al riconoscimento paterno e quello alla cittadinanza. In altre parole: cancellati!
Ispirata da confuse nozioni di eugenica negativa, la questione del meticciato era diventata una vera e propria ossessione per alcuni dirigenti del fascismo che sollecitavano lāintervento del legislatore, paventando il rischio di una sostituzione etnica nelle colonie. Il provvedimento sollevò la protesta di alcuni funzionari coloniali che non intendevano rinnegare i loro figli e anche della Chiesa cattolica che aveva fatto dei Ā«meticciĀ» una delle sue principali aree di intervento assistenziale in colonia.
Tuttavia, la resistenza più continua alla violenza della legislazione coloniale fu quella posta dalle madri dei Ā«meticciĀ», le quali, coerenti con la tradizione patrilineare della loro societĆ (che riconduceva alla linea paterna la definizione dellāidentitĆ della prole), continuarono a crescere e formare i propri figli nellāalveo della tradizione (italiana) del padre attribuendo loro nomi italiani, crescendoli nella fede cattolica (e non in quella ortodossa cui loro stesse appartenevano) e cercando, quando possibile, di farli studiare nelle scuole missionarie. Questa strategia culturale non poteva certamente rimuovere gli ostacoli frapposti dalla legislazione fascista, ma ne intaccava profondamente lāefficacia politica e culturale, ostinandosi a definire e collocare lāidentitĆ sociale dei Ā«meticciĀ» in riferimento a quella dei padri italiani.
La ferma dolcezza della resistenza materna offre spunti per una riflessione più attenta sulla complessitĆ dei non troppo distanti trascorsi coloniali. Ci sollecita anche a leggere con maggiore rigore il presente, in tempi in cui il ceto politico italiano si ostina con ottusa e crudele pervicacia a negare diritti di cittadinanza a tanti giovani italiani per via della loro origine non āpuramenteā italiana, mentre importanti esponenti delle istituzioni ricorrono con inquietante disinvoltura a concetti di sostituzione etnica per giustificare politiche discriminatorie di stampo razzista poco dissimili da quelle di epoca coloniale.


