Stragi senza colpevoli, vergogna italiana

di claudia

di Uoldelul Chelati Dirar

Durante l’occupazione coloniale dell’Etiopia, l’Italia si macchiò di orribili crimini di guerra: uso di gas tossici, bombardamento di ospedali, sterminio di migliaia di civili. I principali responsabili di quelle efferatezze – da Pietro Badoglio a Rodolfo Graziani – non hanno mai pagato i loro conti con la giustizia e con la storia.

Ogni guerra reca con sé dolorosi strascichi di violenze e crimini contro i civili che, terminati gli scontri, finiscono nei tribunali. Questa appendice giudiziaria dei conflitti ha una duplice valenza in quanto, da un lato, si propone di rendere giustizia alle vittime della violenza bellica e, dall’altro, di porre le premesse per una futura riconciliazione che permetta la ripresa di relazioni serene tra i popoli che non siano offuscate dal rancore e dalla frustrazione. Un antesignano di questo tipo di orientamento è stato il Processo di Norimberga, che da evento giudiziario si è trasformato in un momento di riflessione collettiva sugli orrori delle violenze naziste e del razzismo antisemita.

Con minore attenzione mediatica, un percorso analogo fu tentato dall’Etiopia a partire dal 1946 nell’ambito della Conferenza di Pace di Parigi. In tale contesto, la delegazione italiana, guidata dal presidente del consiglio De Gasperi, cercò di perorare la causa della restituzione all’Italia delle sue colonie pre-fasciste (Eritrea, Somalia e Libia) come giusto compenso per il suo contributo alla sconfitta tedesca. Con questa distinzione tra colonie pre-fasciste e fasciste l’Italia cercava di circoscrivere la critica dell’esperienza coloniale al periodo fascista, rappresentato come un’aberrazione. Non a caso, la delegazione aggiungeva che il dominio coloniale italiano aveva fatto progredire le colonie e favorito lo sviluppo locale attraverso gli investimenti economici e, pertanto, l’Italia era la più qualificata per preparare il Corno d’Africa all’autogoverno. Inoltre, chiedeva l’esclusione dell’Etiopia dalla Conferenza di Pace sostenendo che non aveva titolo a parteciparvi in quanto acquisita legalmente prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale.

La delegazione etiopica, oltre a contestare le richieste territoriali italiane, presentando le proprie, chiedeva il perseguimento per crimini di guerra di numerosi funzionari dell’amministrazione coloniale italiana. Tuttavia, gli anglo-americani, pur essendo a conoscenza della efferatezza dei crimini italiani, coprirono gran parte di quelle personalità, in particolare Badoglio, perché le ritenevano affidabili in virtù del loro anticomunismo, e non incoraggiarono le richieste etiopiche. Questa connivenza si tradusse in un costante ritardo della Commissione delle Nazioni Unite preposta a indagare le istanze su crimini di guerra. L’Etiopia, consapevole della sostanziale freddezza della comunità internazionale, non dissimile da quella manifestatasi a Ginevra pochi anni prima in occasione dell’invasione fascista, decise di limitarsi a sottoporre dieci casi, tra i quali spiccavano Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido Cortese ed Enrico Cerulli.

La Commissione delle Nazioni Unite ascoltò il caso etiopico soltanto il 4 marzo 1948, ultima data utile prima della chiusura dei lavori e, nonostante i complimenti alla Commissione d’inchiesta etiopica per la cura con cui era stata preparata la documentazione, nei fatti non recepì il caso nella sua complessità, limitandosi a concentrarsi su due imputati maggiori, Graziani e Badoglio, per i quali fu accettata la richiesta di estradizione. Badoglio era accusato di aver usato gas tossici e di aver bombardato ospedali della Croce Rossa durante la campagna d’Etiopia, mentre Graziani era accusato del sistematico sterminio di migliaia di civili, in particolare dopo l’attentato di cui era stato vittima il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba.

Nel 1949, l’Italia respinse la richiesta di estradizione e così nessun criminale fu mai estradato. Badoglio morì nel suo letto e fu omaggiato con un funerale di Stato; Graziani venne sì processato ma per l’accusa di collaborazione con i tedeschi in Italia dall’8 settembre del 1943 al termine delle ostilità. Condannato il 2 maggio 1950 a 19 anni di carcere, di cui tredici subito condonati, fu scarcerato dopo soli quattro mesi, in quanto la decorrenza della carcerazione preventiva fu conteggiata a partire dal 1945. Pertanto, quattro mesi dopo la sentenza Graziani tornò in libertà, lasciando l’ospedale militare dove aveva trascorso gran parte della durata del processo. Nel marzo 1953 divenne presidente onorario dell’Msi. Morì nel 1955 per collasso cardiaco e l’11 agosto 2012 ad Affile è stato inaugurato un mausoleo a lui dedicato sul quale campeggia, stridente, la scritta “Patria – Onore”. A 74 anni da quei tragici fatti, giustizia non è ancora stata resa e i criminali continuano a essere celebrati come eroi.

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Nella foto di apertura: Rodolfo Graziani

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