Burkina Faso, la crisi umanitaria nell’arena elettorale

di Celine Camoin
Foubé campo sfollati - foto conasur
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Tendopoli di fortuna spuntano qua e là nei cortili di Ouagadougou. La capitale burkinabè è diventata rifugio per migliaia di sfollati scappati dall’insicurezza. Il fenomeno è una diretta conseguenza del terrorismo che a partire dal 2016 ha iniziato a prendere di mira anche il “Paese degli uomini integri”. A cinque mesi dalle elezioni generali, la situazione umanitaria in continuo peggioramento è entrata nell’arena del dibattito politico.

“Questo regime ci ha fatto vergognare di essere burkinabè” ha lamentato Eddie Komboigo, il candidato dichiarato alle presidenziali del Congresso per la democrazia e il progresso (Cdp) dell’ex presidente destituito Blaise Compaoré, durante una recente visita a sfollati peul accampati nel quartiere di Hamdalaye. Da oppositore, ha insistito sull’incapacità dell’attuale governo a gestire questa crisi e sulle nuove derive etniche della violenza, fomentate da milizie armate.

Gilbert Noël Ouédraogo, candidato alla magistratura suprema del partito d’opposizione Adf/Rda, ha dal canto suo sottolineato il rischio di non andare verso elezioni inclusive, con una fetta significativa della popolazione tagliata fuori dai circuiti, e la presenza di minacce alla sicurezza.

Quanto al primo partito d’opposizione, l’Upc di Zephirin Diabré, denuncia il “silenzio dello Stato” di fronte alla disperazione delle popolazioni prese nella morsa tra la spirale di violenza e le difficoltà d’approvvigionamento legate all’emergenza covid-19. Il vicepresidente dell’Upc, Amadou Diemdioda Dicko, è originario della regione settentrionale del Sahel, una delle più martoriate. Le sue antenne sul posto raccontano: “I rappresentanti della pubblica amministrazione se ne sono andati. I terroristi taglieggiano la popolazione, saccheggiano il bestiame. Il prezzo delle derrate alimentari è salito alle stelle”.

Secondo gli ultimi dati dell’Ufficio di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite (Ocha) sono più di 800.000 gli sfollati sul territorio nazionale. A questi si aggiungono circa 23.000 rifugiati maliani, scappati dalla violenza nel proprio Paese. Questi ultimi sono perlopiù raggruppati in due campi profughi nella regione del Sahel, proprio quella dalla quale fuggono i burkinabè. A marzo 2020 erano ben 2.512 le scuole chiuse per insicurezza, con un impatto su 350.000 bambini.

Chi ha parenti a Ouaga improvvisa una precaria sistemazione a casa dei famigliari, costretti a supportare il peso di questo nuovo carico umanitario. Nella capitale, già di per sé sottoposta a una forte pressione demografica, per la prima volta appaiono piccole “bidonville”. Sbarcare il lunario per questi uomini, donne e bambini, traumatizzati da attacchi subiti, a volte feriti, è una sfida quotidiana.  Chi non riesce a raggiungere conoscenti a Ougadougou si ferma in tendopoli allestite ad hoc come a Foubé, a Barsalogho o a Kelbo. “Ouagadougou non ha le comodità per accogliere dignitosamente queste popolazioni di profughi” ha ammesso nei giorni scorsi la ministra per le questioni umanitarie, Laurence Marshall Ilboudo. Da un sopralluogo su circa otto siti improvvisati, sono stati censiti circa 1.100 sfollati in condizioni precarie, tutti invitati a raggiungere in pullman gli appositi insediamenti. Associazioni e Ong locali avvertono però che le condizioni igienico-sanitarie vi sono di gran lunga insufficienti.

Il volto dell’insicurezza in Burkina Faso ha varie sfaccettature. Una di queste è quella jihadista, che allunga la mano da territori maliani e nigerini dove sono presenti fazioni legate ai movimenti Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) e Isis. L’impatto di questo terrorismo affiliato al fondamentalismo islamico ha aizzato tensioni inter-comunitarie e fatto nascere diffidenze tra le diverse religioni presenti in Burkina Faso. Antiche rivalità – come tra la maggioranza mossi, cristiana, e i peul, musulmani – sono sfociate in violenze, in parte strumentalizzate dai terroristi radicali.

La costituzione di gruppi di autodifesa armati è stata un’altra scivolata verso la violenza. “Quando metti le armi in alcune mani, il passo dall’autodifesa all’aggressività diventa molto corto” commenta una fonte locale di Africa Rivista. La milizia Koglweogo, nata tra la comunità mossi inizialmente contro i furti di bestiame, è diventata tristemente nota per alcune stragi di civili. Nelle località di Dinguila e Barga a marzo scorso almeno 43 civili sono stati uccisi; la strage di Yirgou, avvenuta nella notte dal 1° al 2 gennaio 2019 e costata la vita a decine (50 secondo il bilancio ufficiale, più di 200 secondo altre fonti) di peul. Per dare man forte a un esercito in difficoltà, nei mesi scorsi il governo ha fatto appello ad altri volontari armati per difendere la nazione.

L’attuale presidente Roch Marc Christian Kaboré sarà probabilmente designato dal Movimento del popolo per il progresso (Mpp) candidato a un secondo mandato. Il via alle elezioni generali, se non verrà modificato il calendario elettorale, è previsto per il 20 novembre prossimo.

Céline Camoin

 

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