La mia scoperta della natura africana

di Diego Fiore
Sabrina Colombo
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Sabrina Colombo lavora per LEO Africa in una riserva naturale del Sudafrica, dove si occupa di proteggere leoni, rinoceronti ed elefanti dai bracconieri. 

La mia avventura in Sudafrica iniziò nel 2011, quando decisi di partire per un progetto di monitoraggio e conservazione. Ero alla ricerca di un’esperienza vera e autentica, per capire se quella potesse diventare veramente la mia quotidianità e non rimanere soltanto un sogno. Da sola e con un inglese discreto, preparai  la valigia e m’imbarcai. Scesi all’aereoporto di Johannesburg OR Tambo per poi dirigermi verso una riserva privata con un secondo aereo.

I primi passi

Non mi scorderò mai dell’impatto iniziale: l’aeroporto di Phalaborwa mi catapultò in un attimo nella magia dell’Africa. Ricordo il tetto in paglia, le statue di animali selvatici, il laghetto colmo di rane, gli “alberi della febbre” colmi di nidi degli uccellini tessitori e un pittoresco signore addetto ai bagagli che consegnava le valigie. Il più bell’aeroporto del mondo, a poche centinaia di metri da un ingresso del parco nazionale Kruger. L’aria che mi pervase era calda e pesante, diversa da quella dell’Italia. L’atmosfera africana mi stava già conquistando: una sensazione indimenticabile. Quando arrivai alla riserva, ricordo ancora il primo animale in assoluto che vidi: uno gnu al tramonto. L’emozione montava sempre di più e finalmente iniziai a rendermi conto di essere davvero in terra africana! Mentre mi addentravo sempre di più nella savana fitta e misteriosa alla volta della base, il mio cuore iniziò a battere sempre più forte, colmo di entusiasmo. Non vedevo l’ora di conoscere i volontari, imparare il più possibile dai ranger, soprattutto da Koos, direttore del progetto e manager della sicurezza della riserva; un ragazzo modesto, riservato e pieno di passione con una conoscenza infinita, capace di far innamorare chiunque dell’Africa.

L’incontro con i leoni

Il mio primo incontro con i leoni, come con gli elefanti fu indimenticabile: date le dimensioni morfologiche della riserva e soprattutto la propensione degli animali notturni, tra cui i leoni, a coprire lunghe distanze durante la notte per controllare il territorio, ci eravamo messi alla ricerca di due leoni maschi radiocollarati sin dalle prime luci del mattino. Il primo segnale del collare (un “bip”) arrivò solo verso tardo pomeriggio, prima del tramonto. I leoni sembravano volessero testare la nostra tenacia, giocando a nascondino. Non vedevo l’ora di poterli ammirare per la prima volta nella loro magnificenza! Sapendo di essere un po’ di più vicina, il mio cuore iniziò a palpitare per l’emozione. Il “bip” della telemetria si fece a un certo punto molto forte: eravamo a pochi metri da loro. Rimanemmo in silenzio, con i fari spenti, nel buio della sera. Illuminai intorno alla jeep scoperta per cercare degli occhi, non sapendo peraltro le reali dimensioni di un leone e soprattutto quanto fossero vicini. D’un tratto, ne vidi quattro occhi puntati verso di me, a pochi metri dalla macchina. Si stavano avvicinando sempre di più. «Lions!», esclamai, sottovoce. Il cuore mi batteva all’impazzata per l’adrenalina e per la gioia, ma anche per la paura. I due fratelli si avvicinarono a circa un metro dalla jeep prima di continuare la loro perlustrazione sulla strada davanti a noi. Fu amore a prima vista. La criniera al vento, la camminata fiera, lo sguardo intenso, la maestosità furono abbaglianti. La mia vita in Africa ebbe inizio in quel momento: nei mesi successivi mi iscrissi a un corso in Sudafrica per diventare guida.

Carrambata fra elefanti

Dal 2012 la mia attività come ranger e manager del progetto LEO Africa continua con successo. Mi ricorderò sempre di una mattina in cui ero con alcuni volontari. Stavamo andando in direzione sud per condurre dei lavori di conservazione. Tutt’a un tratto, sentimmo barrire nei pressi del fiume e ci recammo in quella direzione per raccogliere dati e scattare foto identificative. Dopo poco, ci imbattemmo in un gruppo di elefanti composto da femmine e dai loro cuccioli. Stranamente erano molto irrequiete e stressate. Mantenni una buona distanza dal gruppo per non agitarli ulteriormente e iniziai a guardarmi in giro per vedere se non ci fosse qualche leone o un elefante maschio in musth: in questo caso sono estremamente imprevedibili e aggressivi perchè si vogliono accoppiare. Niente di tutto ciò. A un certo punto, una nuvola di polvere si levò dietro la nostra jeep e quando capii cosa stesse succedendo era troppo tardi per potermi muovere: un altro gruppo di elefanti femmine con i loro piccoli stava correndo verso il primo gruppo che avevamo visto inizialmente, come se non si vedessero da cento anni: una carrambata! Gli elefanti passarono a circa tre metri dalla nostra auto, ignorandoci completamente, con i piccoli che cercavano di stare al passo con le rispettive mamme, correndo più velocemente possibile, agitando la piccola proboscide e con le orecchie che si muovevano in ogni direzione, a ritmo di corsa! Dopo l’incontro, con tanto di barriti e saluti iniziali, si sono tutti incamminati verso il fiume per rinfrescarsi durante le ore più calde del giorno. Quanta bellezza!

L’arte dell’attesa

Gli animali selvatici sono affascinanti in quanto sono indipendenti, incontrollabili: fanno ciò che vogliono e di cui hanno realmente bisogno. Alle volte capita che, nonostante si giri il parco in lungo e in largo per cercare gli animali da monitorare e per condurre i lavori di preservazione dell’ambiente, si vedano ben pochi animali o non se ne vedono proprio. Mi sorprendo quando qualcuno si lamenta o si spazientisce: crearsi un’aspettativa verso qualcosa di incontrollabile può solo che portare a una sensazione di frustrazione. Ma in posti così ogni avvistamento è un privilegio. La vegetazione, le montagne, i colori, gli odori dell’Africa sono un regalo magnifico: perchè focalizzarsi su qualcosa che in quel momento non si mostra? C’è cosi tanto da scoprire! In ogni modo, grazie alle numerose fototrappole installate in punti specifici della riserva, si imparano a conoscere le abitudini degli animali fino a poter “anticipare” le loro mosse. Anche gli animali selvatici, infatti, hanno zone preferite in cui spostarsi e territori da difendere (ma non tutti gli animali sono territoriali). Prendiamo, come esempio, i leoni, loro sì animali territoriali. Le femmine sono più stanziali, mentre i maschi, dovendo proteggere il territorio e il gruppo, si spostano molto di più soprattutto la notte per marcare il territorio e controllare che non ci siano eventuali intrusi, per poi tornare di tanto in tanto dalle femmine. Nonostante i maschi camminino anche per 20-30 chilometri in una notte, è possibile che tornino a riposarsi in alcune delle loro zone preferite durante il giorno (fine prima parte).

(Sabrina Colombo)

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