Sudafrica, vita da ranger

di Diego Fiore
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Otto anni fa Sabrina Colombo ha lasciato un lavoro sicuro, ha salutato amici e familiari ed è volata in una riserva naturale del Sudafrica, dove oggi si occupa di tutelare leoni, rinoceronti ed elefanti minacciati dai bracconieri

 

testo di Marco Trovato – foto di Marco Garofalo

La furia del temporale ieri ci è piombata addosso all’improvviso. Raffiche di fulmini squarciavano il buio della savana, dalle nubi provenivano ruggiti terrificanti, il vento scuoteva le chiome degli alberi. Dovevamo affrettarci a rientrare alla base. Un diluvio di pioggia aveva trasformato le piste in fiumi di fango, la visibilità era ridotta al minimo. Noi, fradici e intirizziti, eravamo attorniati da leoni e altre belve invisibili. Eppure lo sguardo di Sabrina non tradiva preoccupazione, anzi sprizzava di gioia. «Questa sì che è vita!», ha urlato divertita.

Il sogno possibile

Oggi che il sole è tornato a splendere in cielo, il senso di quelle parole mi appare più chiaro. «Vedi, questo è l’ufficio in cui lavoro tutti i giorni», indica Sabrina allargando le braccia verso l’orizzonte. Ai nostri piedi si estende una vasta piana verde immersa nel silenzio. In lontananza s’intravvede una linea di basse colline ricoperte da fitta vegetazione: un paesaggio incontaminato, primordiale, senza alcuna apparente presenza umana. «Non potrei chiedere nulla di meglio che vivere in questo paradiso». Sabrina di cognome fa Colombo. È nata a Milano trent’anni fa. E di mestiere fa la ranger in una riserva nel Limpopo: la più selvaggia delle province sudafricane. Fin da piccola sognava l’Africa e i suoi leoni. Nel 2011 è andata in Sudafrica per un’esperienza di volontariato durante le ferie. Con un obiettivo preciso: studiare la fauna selvatica della Selati Game Reserve, una meravigliosa riserva privata di trentamila ettari che protegge ventisei specie di grandi mammiferi dai fucili dei bracconieri. Avrebbe dovuto fermarsi due settimane, ha deciso di non tornare più indietro. «È strano – racconta –, ho volato per dodicimila chilometri sull’intero continente africano, per piombare in un posto dove non ero mai stata. Eppure, appena arrivata ho capito che questa era la mia casa… Che qui avrei ricominciato una nuova vita».

Svolta totale

Oggi Sabrina gestisce il team di LEO Africa, un’organizzazione che studia e tutela leoni, rinoceronti, elefanti e altre specie a rischio di estinzione. Con l’aiuto di volontari provenienti da tutto il mondo, osserva i comportamenti degli animali nel loro habitat, raccoglie informazioni sul loro stato di salute, redige rapporti preziosi per le attività di ricerca, verifica lo stato di strade e recinzioni. E in caso di pericolo, allerta le squadre antibracconaggio. È un mestiere speciale, il suo, immerso nella natura più selvaggia. La simbiosi con l’ambiente è totale, al punto che i suoi occhi cambiano con i colori della riserva: sono verdi durante la stagione delle piogge, grigi quando c’è siccità.

Eppure, fino a pochi anni fa, Sabrina ha vissuto una vita normale in una metropoli moderna. «Per pagarmi gli studi all’università lavoravo come baby-sitter, barista, organizzatrice di eventi, maestra di tennis», ricorda. «Appena mi sono laureata in scienze turistiche, ho ottenuto un impiego di receptionist in un albergo di lusso». Era un posto prestigioso, ma non le bastava. «Sono uno spirito irrequieto, sempre in cerca di nuovi stimoli», confessa la ranger. «Ma qui ho finalmente trovato il mio equilibrio e la mia serenità». Merito anche di Koos, il suo compagno, 36 anni, un sudafricano bianco cresciuto nel bush con il fucile a tracolla. «Era il responsabile della sicurezza della riserva, tenace difensore degli animali. Un gigante buono: è stato amore a prima vista».

Guerra ai bracconieri

Coi bracconieri è guerra aperta. «Sono armati fino ai denti e non hanno scrupoli», racconta Sabrina. «Sono disposti a rischiare la vita e a trasformarsi in assassini pur di impossessarsi di un corno di rinoceronte, che nel mercato clandestino vale più della cocaina, o di ossa di leone, che in Oriente vengono vendute a prezzo d’oro come afrodisiaci». Le attività di prevenzione e pattugliamento non sono mai abbastanza. «Ogni tanto il vento porta l’odore nauseabondo di una carcassa in putrefazione. Seguendo quel fetore di morte e osservando il volteggio degli avvoltoi, scopriamo i resti di animali uccisi dai cacciatori di frodo e macellati sul posto a colpi d’ascia». Uno spettacolo atroce. «Ogni volta, sento il cuore sprofondare: dallo sconforto mi viene voglia di urlare dalla rabbia, piangere dal dolore, abbandonare tutto».

La natura le ha insegnato a non arrendersi. «La vita nella savana è una battaglia spietata», riflette Sabrina. «Ma è anche un vortice di emozioni formidabili che ripagano dalla fatica e dalle delusioni: basta assistere alla nascita di un cucciolo di giraffa, ritrovare un rinoceronte che aveva fatto perdere le sue tracce e che temevamo fosse perduto, scorgere la guarigione di un elefante malato, liberare nella prateria dei ghepardi destinati a ripopolare la riserva».

Nessun rimpianto

Ogni giorno è diverso da ieri. Perché gli animali sono liberi e imprevedibili. Ma il programma di lavoro è sempre lo stesso: sveglia con il buio alle cinque del mattino e partenza in jeep per l’attività di osservazione e sorveglianza. Il bagaglio è ridotto all’asso: binocolo, mappa, taccuino per gli appunti, un’antenna per captare i segnali dei radio-collari che sono stati applicati ai leoni. Concluso il lavoro di studio sul campo, bisogna inserire nel computer i dati raccolti durante la giornata, visionare migliaia di foto e video realizzati dalle “camere trap” nascoste in vari punti della riserva, infine elaborare dossier sullo stato di salute di ciascuna specie animale. Il tutto per un magro stipendio: l’equivalente di quattrocento euro. «Non mi sono certo arricchita a fare la ranger in una riserva africana, ma non sono affatto pentita della scelta che ho fatto».

Dell’Italia le mancano solo gli affetti e la buona cucina. «Il nostro Paese non è più in grado di offrire stimoli e opportunità. Mi sono laureata con 110 e lode, ma in Italia ho trovato solo porte chiuse. Non recrimino niente. In Sudafrica sono rinata. Alla sera arrivo distrutta dal lavoro, ma non vedo l’ora di iniziare una nuova giornata».

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