Liberi di raccontarsi: ecco l’Africa dei nuovi media

di Tommaso Meo

di Andrea Spinelli Barrile

Una decolonizzazione narrativa sta riscrivendo il continente. Il mercato dei media e l’industria creativa vivono una trasformazione profonda, spinta dal bisogno di esprimersi con voci proprie. Tra rivoluzione narrativa, sfide politiche e modelli economici in evoluzione, si fa largo una nuova generazione di creatori. E sono giovani

Il mercato dei media e, più in generale, l’industria creativa in Africa stanno attraversando una fase di profondi cambiamenti, su più livelli. Alla base vi è un’urgenza interna e identitaria: raccontare l’Africa con voci africane. Si tratta di un processo di “decolonizzazione” della narrativa che non si limita alla volontà di autodeterminarsi, ma ambisce a narrare l’Africa dall’interno, attraverso la sua pluralità di voci, prospettive, linguaggi. Un’autonarrazione che rivendica la capacità del continente di riflettere su sé stesso, di porsi domande, di costruire senso e immaginario. Attualmente, il panorama dei media africani e dei content creator va ben oltre la semplice produzione o l’adozione di nuove tecnologie: siamo nel pieno di una rivoluzione culturale e cognitiva che investe i consumatori di informazione e intrattenimento. Questo passaggio sta trasformando l’economia del settore e ridefinendo le logiche politiche che lo governano.

La domanda cruciale che si pongono oggi giornalisti, piattaforme, creator e media africani è: come generare introiti che permettano una produzione sostenibile di contenuti? Una seconda, inevitabile, domanda ne consegue: la politica sostiene davvero l’industria creativa, oppure ne ostacola la crescita? Domande complesse, tutt’altro che scontate. In Europa e in Occidente, il dibattito sulla sostenibilità economica dei media è aperto da tempo, ma in molte aree dell’Africa ci si scontra con le stesse resistenze già vissute altrove: gli abbonamenti a pagamento, per giornali online, riviste, piattaforme streaming e altri contenuti digitali, risultano di difficile implementazione in contesti dove la gratuità è stata per anni la norma. Monetizzare contenuti in un ecosistema abituato al free access è una sfida colossale.

Fermento di creatività

Secondo il Rapporto 2021 dell’Unesco sulla cultura e le industrie creative, il settore rappresenta circa l’1,1% del pil africano e dà lavoro a oltre 8 milioni di persone. Tuttavia il potenziale è ancora largamente inespresso: se adeguatamente supportata, l’economia creativa del continente potrebbe generare più di 20 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030 e arrivare a contribuire fino al 5% del pil. Queste cifre sono emerse chiaramente durante l’Africa Media Festival di Nairobi, dove lo scorso febbraio si sono riuniti giornalisti e content creator, in prevalenza dell’Africa orientale. La manifestazione ha offerto uno sguardo vivace e variegato sull’industria dei contenuti africani, tra startup editoriali e progetti consolidati. Dalla piattaforma Mtoto News fino a colossi come Al Jazeera, il festival ha messo in mostra la diversità e la vitalità della scena africana.

Il personale al lavoro in sala regia durante un notiziario negli studi di NTV a Nairobi il 6 febbraio 2018. (Foto di Yasutoshi Chiba / Afp)

Nel campo dell’audiovisivo, la Nigeria è la punta di diamante del continente grazie a Nollywood, la seconda industria cinematografica mondiale per volume di produzione (oltre 2.500 film all’anno, secondo la Nigerian Film Corporation). Anche il Sudafrica investe in produzioni originali e serie tivù, mentre Kenya e Ghana si stanno affermando come hub regionali per podcasting, animazione e videogiochi. A nord, Marocco, Tunisia ed Egitto consolidano la loro presenza grazie a investimenti infrastrutturali e a una rete sempre più ampia di festival e circuiti di distribuzione. Tuttavia, questi numeri spesso presuppongono investimenti ingenti da parte di editori, partner e finanziatori. Allo stesso tempo sta emergendo un tessuto produttivo più diffuso, molecolare, di grandi potenzialità. YouTube ha comunicato che, nel 2022, nell’Africa subsahariana esistevano oltre 300 canali con più di 100.000 iscritti, con una crescita annua del 40%. In Kenya e Nigeria, i canali con più di un milione di follower sono raddoppiati tra il 2020 e il 2023. Intanto, piattaforme locali come Afritube, IrokoTV o Showmax stanno tentando di costruire alternative africane ai giganti globali.

La sfida della sostenibilità

Tanta effervescenza creativa si scontra con una questione fondamentale: come garantire la sostenibilità economica del settore? La cultura della gratuità, alimentata da anni di accesso libero a contenuti senza modelli economici solidi, rende difficile introdurre forme di abbonamento o pagamento. Le piattaforme di news digitali che ci provano devono affrontare scarsa fiducia da parte del pubblico, bassa propensione alla spesa e, in molti casi, ostacoli economici concreti.

Il Reuters Digital News Report 2023 mostra che meno del 10% degli utenti di Kenya, Nigeria e Sudafrica paga per l’informazione online. Nel settore dell’intrattenimento, lo scenario è più articolato. La diffusione di smartphone e connessioni mobili 4G ha permesso a milioni di giovani – in un continente dove oltre il 70% della popolazione ha meno di 30 anni – di accedere quotidianamente a contenuti digitali. Qui la monetizzazione avviene attraverso sponsorship, branded content, partnership, micropagamenti, tip, crowdfunding. Emergono anche modelli ibridi: piattaforme come Paystack e Flutterwave (entrambe nigeriane) permettono ai creativi di ricevere compensi direttamente dai fan, anche fuori dall’Africa. In Sudafrica, testate indipendenti come il Daily Maverick adottano da anni il modello di “membership volontaria”, basato sulla creazione di comunità affezionate disposte a sostenere economicamente ciò che apprezzano. Parallelamente, si affermano nuove forme editoriali. Come rilevato da Africa Confidential, sempre più giornalisti, analisti e autori si affidano alle newsletter per bypassare le limitazioni dei media tradizionali e instaurare rapporti diretti con i lettori. Chi conquista autorevolezza in uno specifico ambito può diventare una voce di riferimento e monetizzare competenze tramite consulenze, formazione, eventi, collaborazioni. L’esempio emblematico è Yinka Adegoke, direttore di Semafor Africa, che ha costruito attorno a sé un ecosistema editoriale: oltre a dirigere contenuti giornalistici, partecipa a forum, modera panel, collabora con brand interessati ad accedere con autenticità a un pubblico giovane, informato, africano.

Giornalisti affollano la sede di una conferenza stampa del Front des Candidates à l’Election Presidential du 25 Février (FC25) a Dakar il 23 febbraio 2024. (Foto di John Wessels / Afp)

Politica inadeguata

Ma cosa fa la politica di fronte a questa trasformazione? Ancora troppo poco. Solo pochi Paesi africani hanno avviato reali politiche di sostegno al settore. Il Senegal ha istituito un fondo di promozione per l’industria cinematografica e audiovisiva, il Rwanda ha creato il Kigali Creative Hub, e in Kenya si segnala l’eccellenza del Baraza Media Lab, spazio capace di attrarre investimenti e favorire lo sviluppo del giornalismo. Ma altrove il sostegno è debole, frammentario, se non addirittura repressivo. In diversi Paesi dove la libertà di stampa è fragile, l’informazione resta uno strumento di controllo politico, e i content creator che si occupano di attualità o denuncia sociale sono esposti a censure, minacce e interruzioni arbitrarie della connettività. Emblematico, in tal senso, quanto emerso durante una performance teatrale all’Africa Media Lab di Nairobi: lo spettacolo, che fondeva narrazione griotIl Reuters Digital News Report 2023 mostra che meno del 10% degli utenti di Kenya, Nigeria e Sudafrica paga per l’informazione online. Nel settore dell’intrattenimento, lo scenario è più articolato. La diffusione di smartphone e connessioni mobili 4G ha permesso a milioni di giovani – in un continente dove oltre il 70% della popolazione ha meno di 30 anni – di accedere quotidianamente a contenuti digitali.

Qui la monetizzazione avviene attraverso sponsorship, branded content, partnership, micropagamenti, tip, crowdfunding. Emergono anche modelli ibridi: piattaforme come Paystack e Flutterwave (entrambe nigeriane) permettono ai creativi di ricevere compensi direttamente dai fan, anche fuori dall’Africa. In Sudafrica, testate indipendenti come il Daily Maverick adottano da anni il modello di “membership volontaria”, basato sulla creazione di comunità affezionate disposte a sostenere economicamente ciò che apprezzano. Parallelamente, si affermano nuove forme editoriali. Come rilevato da Africa Confidential, sempre più giornalisti, analisti e autori si affidano alle newsletter per bypassare le limitazioni dei media tradizionali e instaurare rapporti diretti con i lettori. Chi conquista autorevolezza in uno specifico ambito può diventare una voce di riferimento e monetizzare competenze tramite consulenze, formazione, eventi, collaborazioni. L’esempio emblematico è Yinka Adegoke, direttore di Semafor Africa, che ha costruito attorno a sé un ecosistema editoriale: oltre a dirigere contenuti giornalistici, partecipa a forum, modera panel, collabora con brand interessati ad accedere con autenticità a un pubblico giovane, informato, africano. e giornalismo d’inchiesta, raccontava le proteste della GenZ keniana del 2024 e denunciava il restringimento dello spazio politico a disposizione dell’informazione. Amnesty International e Reporter sans frontières registrano decine di episodi di violenza contro giornalisti in Paesi come Etiopia, Uganda, Tanzania, Camerun, Egitto. Il risultato è un continente spaccato tra chi riconosce nella creatività un’opportunità e chi la teme come minaccia all’ordine.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Akilimali Saleh, 15 anni, in attesa che vada in onda il suo programma su Radio Comico FM: “Paroles sur les enfants”. Foto di Marco Gualazzini/ LUZ photo

Prospettive

Quel che si muove oggi nei media africani non è l’imitazione passiva dei modelli occidentali, bensì una reinvenzione originale, radicata nelle urgenze sociali, nelle tradizioni culturali e nelle visioni estetiche locali. Il futuro di questo settore dipenderà dalla capacità dei produttori africani di consolidare reti locali e regionali, di costruire fiducia nel pubblico e di innovare modelli economici che vadano oltre la pubblicità, ma dipenderà anche – e forse soprattutto – dalla volontà dei governi di considerare la creatività non come un lusso o un pericolo, ma come un settore strategico per lo sviluppo. Se questo avverrà, allora l’Africa non sarà soltanto oggetto di racconto: sarà soggetto narrante, protagonista di una storia finalmente sua. Inoltre, nel continente più giovane del mondo, il futuro della produzione di contenuti è in mano proprio ai giovani: all’Africa Media Lab di Nairobu è stata registrata la puntata di un podcast realizzato da Toto On Podcast e chiamato Mission Accomplished. Toto On Podcast è una piattaforma prodotta da Mtoto News International, un’azienda di media digitali pluripremiata che sfrutta la tecnologia per migliorare la vita dei bambini aumentandone la visibilità sui media. «La nostra visione», ci hanno raccontato a Nairobi, «è un mondo in cui i bambini siano visti come attori e non come spettatori. Lo facciamo attraverso la cura, la creazione e la diffusione di contenuti sui bambini, la partecipazione dei bambini, attraverso la quale insegniamo ai bambini a parlare di sé».

I due podcaster protagonisti di Mission Accomplished sono due bambini, Lemuel Mwinamo e Tendo Ithiga, 11 anni: i due, con uno stile ironico, dissacrante e fanciullesco, mai banale e spesso capaci anche di battute crude e dure verso il loro interlocutore, si immergono nelle vite di persone ispiratrici, svelando il loro percorso verso il successo, verso i loro sogni. Attraverso conversazioni coinvolgenti e un pizzico di umorismo, i ragazzi regalano a chi ascolta storie avvincenti e preziose lezioni di vita, tra risate e riflessioni. Il futuro del racconto africano potrebbe iniziare proprio da qui.

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