Dal 13 al 15 maggio alla Fiera di Roma torna la fiera internazionale dedicata alla cooperazione e allo sviluppo sostenibile. Sotto lo stesso tetto agenzie Onu, ong, fondazioni, enti locali, università e imprese: non una sommatoria di soggetti, ma un ecosistema chiamato a misurarsi con un sistema in trasformazione. Iscrizioni aperte e gratuite
Per decenni la cooperazione internazionale ha goduto di un consenso implicito: era cosa giusta, dunque andava fatta. Quel consenso oggi si è incrinato. Bilanci pubblici sotto pressione, governi che spostano risorse verso la difesa, lo smantellamento di Usaid negli Stati Uniti, donatori europei che ridirigono i fondi verso priorità interne. Il sistema che ha sorretto decenni di aiuto pubblico allo sviluppo appare strutturalmente più fragile di quanto chiunque sia disposto ad ammettere. Eppure la domanda non è se la cooperazione stia cambiando – è evidente che sta cambiando – ma se chi la pratica stia cambiando con essa, o stia invece difendendo un modello che il contesto ha già reso obsoleto.
È in questo passaggio che si colloca Codeway 2026, l’edizione di quest’anno della fiera internazionale dedicata alla cooperazione e allo sviluppo sostenibile, in programma alla Fiera di Roma dal 13 al 15 maggio. Tre giorni, cinque sale, oltre trenta panel, un tema programmatico – «Il settore privato al centro di crescita e sviluppo» – che fotografa il tempo che viviamo. Ma sarebbe un errore leggere quel titolo come una resa della cooperazione tradizionale. Sotto lo stesso tetto si ritrovano le agenzie delle Nazioni Unite, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci) con la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (Dgcs), l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), le grandi Ong italiane, le fondazioni, gli enti locali, le università e i centri di ricerca, accanto a imprese e investitori. Un ecosistema che riconosce – finalmente, forse – la complessità della cooperazione contemporanea.
La manifestazione, che ha ottenuto il patrocinio del Maeci, del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e dell’Aics, è ad ingresso gratuito previa registrazione.
Il primo giorno: rifugiati, salute globale, Ucraina
Se la mattinata della prima giornata in sala plenaria è dedicata agli strumenti finanziari per l’attività imprenditoriale nei mercati della cooperazione – la Misura Imprese Impatto, il nuovo strumento Sviluppo+ destinato in particolare ai mercati africani, l’esperienza dell’Uganda come hub regionale costruita con Unido Itpo Italy – è nelle altre sale che la dimensione umanitaria si manifesta da subito con maggiore evidenza.
Nella Conference Room la Croce Rossa Italiana porta uno dei dossier più dolorosi degli ultimi anni: «Dall’assistenza alla resilienza: costruire il futuro insieme all’Ucraina». Un panel che attraversa la transizione, oggi sempre più necessaria, dall’aiuto emergenziale ai programmi di lungo periodo capaci di ricostruire tessuti sociali ed economici devastati dalla guerra. È, in piccolo, la traduzione operativa di una delle questioni più discusse oggi nel mondo della cooperazione: come si fa sviluppo dentro l’emergenza, e come si ricostruisce senza congelare le crisi.
Sempre nella prima giornata trova spazio «Cooperazione allo sviluppo e innovazione: dialogano Ong, Aziende e Università», un panel organizzato da Focsiv – la federazione che riunisce oltre ottanta organismi cristiani di servizio internazionale volontario – pensato come momento di confronto strutturale sui nuovi modelli di partenariato. Una conversazione che il terzo settore italiano non può più rinviare: non per scelta, ma per necessità. Le risorse scarseggiano, gli equilibri tra attori cambiano, e la sopravvivenza stessa di molte Ong dipende oggi dalla capacità di costruire alleanze inedite con il settore privato e con il mondo della ricerca senza perdere identità e missione.
Nel pomeriggio l’attenzione si sposta sulla salute globale. Il panel della plenary mette in fila, nella stessa sala, i tre principali fondi internazionali del settore – Gavi (the Vaccine Alliance), il Global Fund to Fight Aids, Tuberculosis and Malaria, e Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) – per discutere come l’eccellenza italiana possa contribuire al rafforzamento dei sistemi sanitari dei Paesi partner. Per chi opera nel terzo settore in ambito sanitario il punto sostanziale non è solo il procurement, ma il modello di salute globale che si sta costruendo: attenzione alla capacità produttiva locale, logistica dell’ultimo miglio, resilienza delle catene di approvvigionamento.
Alla stessa ora, in Conference Room, Avsi presenta «Nuova linfa per le imprese: l’incontro tra domanda e offerta di lavoro tramite la migrazione regolare», uno dei panel più politicamente significativi del programma. Il tema della migrazione regolare – alternativa concreta ai corridoi irregolari, opportunità per le imprese italiane in cerca di manodopera qualificata, percorso di dignità per chi parte – è uno dei terreni su cui il terzo settore italiano sta sperimentando da anni modelli che la politica fatica a riconoscere. Codeway è l’occasione per portarli al centro del dibattito.
Alle 15:00 l’apertura politica della manifestazione, con la presenza delle più alte cariche istituzionali in tema di esteri e cooperazione. Chiude la giornata, in plenary, il panel a cura di Unops che riunisce i responsabili del procurement di Unops, Unhcr, Wfp, Fao e Undp per analizzare come emergenze umanitarie, conflitti e disastri naturali stiano ridisegnando le catene di fornitura globali. Un mercato che supera i 25 miliardi di dollari l’anno e che chiede al settore privato e alle organizzazioni della società civile di allineare le proprie competenze tecniche con gli obiettivi di impatto sociale delle Nazioni Unite.
Il secondo giorno: Medio Oriente, persone rifugiate, sport, acqua, sviluppo umano
La seconda giornata è quella in cui la cooperazione, nella sua dimensione più ampia, si dispiega in tutta la sua varietà. Mentre nella plenary si sviluppa un percorso che attraversa lo sport (in collaborazione con il Coni), il One health (con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise, Izsam), gli ecosistemi di innovazione locali (con il Ciheam di Bari), la formazione tecnica, l’acqua, i partenariati territoriali e il nesso tra emergenza e sviluppo, nelle altre sale si concentrano alcuni dei panel più rilevanti per chi guarda alla cooperazione dalla prospettiva delle comunità e delle organizzazioni umanitarie.
L’apertura di giornata in Conference Room è affidata all’Unhcr con «Co-investire per il futuro delle persone rifugiate: il contributo del settore privato», un panel che porta al centro la più estesa crisi di sfollamento forzato del nostro tempo – oggi oltre 120 milioni di persone in tutto il mondo – e il ruolo che il privato e il terzo settore possono giocare nelle politiche di integrazione, lavoro e dignità.

Subito dopo, nuovamente la Croce Rossa propone «La crisi in Medio Oriente e la risposta del Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa: un focus su Palestina e Libano». Uno dei pochi spazi del programma esplicitamente dedicato a una crisi umanitaria in corso, con un Movimento che è tra i pochi attori capaci di operare ancora in alcuni dei contesti più chiusi del Medio Oriente: la sua voce è chiamata a raccontare cosa significhi, oggi e sul campo, l’azione umanitaria di principio.
Sempre la mattina, in Cooperation Room, un panel a cura della Fondazione Aitr Ets è dedicato al ruolo del turismo nella cooperazione internazionale allo sviluppo: tema spesso sottovalutato ma centrale per la riflessione sulle filiere economiche locali, sull’incontro tra culture e sull’uso responsabile delle risorse di territori fragili.
Tra i panel più attesi della plenary del giovedì, «One health: l’approccio integrato per filiere agricole e sanitarie resilienti» – organizzato con Izsam – riconosce in modo esplicito il contributo che organizzazioni come Amref, la più grande Ong sanitaria di origine africana, e la Fondazione Ambrosoli (con il caso paradigmatico dell’ospedale di Kalongo in Uganda) portano al concetto di salute interconnessa. Il punto qui non è retorico: One health, dichiarano gli organizzatori, va trattato non come obiettivo finale ma come metodologia operativa, principio guida trasversale della governance della cooperazione. Tradotto: è il modo di lavorare, non lo slogan.
Il panel «Ecosistemi di innovazione locali e cooperazione internazionale», organizzato con il Ciheam di Bari, si concentra sulla nascita di startup e incubatori nei Paesi partner – in particolare nel Corno d’Africa – come strumento per trasformare le sfide demografiche in opportunità economiche e ridurre le cause profonde delle migrazioni forzate. Una posizione che riconosce, coerentemente con l’evoluzione della cooperazione italiana degli ultimi anni, che la migrazione si affronta nei territori, non nei mari.
Nel pomeriggio il programma plenario apre con «Acqua per lo sviluppo: il Sistema Italia alla sfida della resilienza idrica in Africa», un panel che – partendo dai risultati del Meeting di Dakar e in vista della Un Water Conference 2026 – racconta come la gestione idrica si stia trasformando da sfida emergenziale a opportunità di sviluppo strutturale. Per molte delle Ong italiane attive in Africa subsahariana, l’acqua resta il primo terreno di intervento e una delle questioni in cui il modello «non più donatore-beneficiario, ma partner» si gioca davvero.
A seguire, «Partenariati territoriali e imprese», organizzato con Aics, racconta la cooperazione decentrata: regioni italiane (Piemonte, Puglia, Lombardia, Emilia Romagna, Marche, Friuli Venezia Giulia, Lazio), Comuni e fondazioni che hanno costruito relazioni strutturali con territori africani e mediterranei. I casi del Comune di Parma con il Burundi, del Comune di Milano con l’Albania, della Regione Friuli Venezia Giulia con il Kenya raccontano una cooperazione che parte dai rapporti tra comunità prima ancora che tra istituzioni – una delle eredità più solide del lavoro italiano sul campo.
In Arena, alla stessa ora, Civipol propone «Le azioni contro la tratta», panel dedicato al contrasto al traffico di esseri umani: uno dei fronti meno visibili e più urgenti della cooperazione, terreno di incontro tra politiche di sicurezza, Ong di protezione e comunità di accoglienza.
Chiude la giornata della plenary «Da emergenza a sviluppo: integrare soccorso, sicurezza e sviluppo nelle crisi complesse», organizzato con il Dipartimento della Protezione Civile insieme alla Croce Rossa Italiana e alla Rete Italiana per la Mediazione Internazionale (Rimi). È il panel che probabilmente più di tutti raccoglie l’eredità del dibattito sul triple nexus (umanitario, sviluppo, pace) che da anni anima la cooperazione internazionale: lo sviluppo deve iniziare dentro l’emergenza. Se lo si dice e ci si crede, le procedure, le competenze e le architetture di coordinamento devono cambiare di conseguenza.
In parallelo, in Conference Room, la Dgcs – insieme al Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (Desa), Avsi e Vis – propone un appuntamento dedicato ai giovani: «Progettare il futuro: come prepararsi alle carriere internazionali». Un’occasione concreta di orientamento per chi, nelle università italiane, sta pensando di costruire una vita professionale nei contesti internazionali. Sempre il giovedì, in Arena, il Centro Africa della Lumsa interviene con «Modelli educativi per il lavoro e la crescita»: l’università come ponte tra giovani italiani e africani.
Il terzo giorno: cibo, comunità rurali, modelli alimentari
La terza giornata conclusiva è interamente dedicata all’agricoltura e ai sistemi alimentari, sempre più riconosciuti come snodo decisivo della cooperazione internazionale, della sicurezza globale e della transizione climatica.
Codeway 2026 ospita, in apertura di giornata, un high-level meeting della Fao – «Scaling Farmers’ Markets for Local Agrifood Systems Transformation. Italy–Fao Partnership for Local Agrifood Systems Transformation» – che presenta i risultati della Food Coalition a cinque anni dalla Dichiarazione del G20 di Matera. Centro dell’incontro è il Global Network of Farmers’ Markets, un’iniziativa che – al di là dell’aspetto tecnico – racconta una visione del cibo che parte dai mercati contadini, dalle comunità rurali, dalla relazione diretta tra produttori e consumatori. Una visione che il terzo settore italiano riconosce come propria ben prima che diventasse policy multilaterale.
Il tema viene ripreso, in chiave italiana, dal panel «Creare valore nei sistemi locali del cibo: il modello italiano verso il Food Systems Summit 2027», organizzato con il Ciheam di Bari. Il workshop restituisce i primi risultati dei progetti di assistenza strategica alle Un Coalition – «Resilient Local Food Supply Chain», «True Value Food» e «Food is Never Waste» – finanziati dal Maeci, e si inserisce nel percorso partecipativo nazionale che porterà al Collaborative Position Paper italiano per il prossimo Un Food Systems Summit +6 del 2027. Il valore, qui, è inteso in senso multidimensionale: economico, sociale, culturale e ambientale.

In parallelo, in Innovation Arena, un panel raccoglie una delle sfide più sottovalutate della cooperazione contemporanea: «Quando il clima cambia: nuove sfide per le malattie infettive tra Africa e Mediterraneo». Le zoonosi, le febbri emorragiche, le malattie trasmesse da vettori – terreno su cui Ong sanitarie, centri di ricerca italiani e africani si confrontano da anni – diventano il primo banco di prova dell’integrazione tra salute globale e crisi climatica.
Sempre nella stessa giornata, in Conference Room, Unido propone «From Linear to Circular: Challenges and Opportunities at the Pole of the Textile-Apparel Industry», e «Nuove orbite di cooperazione: tecnologia satellitare e innovazione per la sicurezza alimentare e ambientale», panel che esplora il contributo della Space economy italiana al monitoraggio agricolo e ambientale, alla telemedicina nelle aree remote, alla connettività in contesti fragili.
Un ecosistema di competenze e sensibilità
Difficile, da un solo programma, restituire la varietà dei mondi che si daranno appuntamento alla Fiera di Roma. C’è un’Italia delle istituzioni e delle agenzie multilaterali; c’è l’Italia dei territori – Regioni, Comuni, università, centri di ricerca; c’è l’Italia delle imprese, dalle multiutility alle Pmi esportatrici; c’è l’Italia del Terzo Settore, con il suo know-how operativo accumulato in decenni di lavoro sul campo. Avsi, Focsiv, Amref, Vis, Croce Rossa Italiana, Fondazione Ambrosoli, Fondazione Aitr, Rete Italiana per la Mediazione Internazionale: alcune delle realtà più significative del nostro mondo umanitario e di cooperazione partecipano con un proprio ruolo, dentro un programma che ne riconosce – almeno sulla carta – la centralità.
Una sessione speciale, dedicata ai giovani, invita chi vuole costruire una carriera internazionale a confrontarsi con i protagonisti del settore – Dgcs, Avsi, Vis, Desa. La B2b & Networking Area, attiva nelle giornate del 14 e 15 maggio, mette in contatto domanda e offerta secondo un programma strutturato di colloqui bilaterali, accessibile anche a chi vuole proporre progettualità di cooperazione e non solo contratti.
Codeway 2026 si colloca in un passaggio storico per la cooperazione. Non come risposta definitiva, ma come spazio in cui misurare la distanza tra i modelli che si stanno costruendo e i problemi che si devono affrontare. Le sfide che attraversano i confini – climatiche, alimentari, migratorie, sanitarie – richiedono risposte che i confini non possono contenere; su questo, il disimpegno non è una soluzione ma un rinvio. È un esercizio utile, forse necessario, in un momento in cui la cooperazione internazionale ha più bisogno di argomenti solidi che di consenso facile.
Le iscrizioni a Codeway 2026 sono aperte sul sito ufficiale.


