I Mondiali 2026 consacrano la centralità del calcio africano

di Tommaso Meo

di Andrea Spinelli Barrile

Con dieci squadre qualificate, il continente stabilisce un primato storico che va oltre i numeri. Dalle prime vittorie della decolonizzazione alla crescita strutturale delle federazioni, il calcio africano non è più una periferia, ma un pilastro dell’economia globale del pallone

Dieci squadre africane ai Mondiali 2026 non sono solo un primato assoluto, sono il segnale di un riequilibrio, lento ma ormai evidente, nel calcio globale. Per la prima volta nella storia della Coppa del mondo, il continente si presenta con una rappresentanza così ampia. L’allargamento del torneo deciso dalla Fifa ha certamente inciso, ma non basta a spiegare il dato. A pesare è soprattutto la crescita strutturale del calcio africano, che da anni produce talenti, consolida federazioni e guadagna spazio nei grandi circuiti internazionali.

Le radici di questo percorso sono lontane. Il calcio arriva in Africa con il colonialismo, tra il 1850 e il 1860, sviluppandosi inizialmente nei porti strategici dell’Impero britannico – Nigeria, Sudafrica, Egitto – e diffondendosi poi nel resto del continente. In Tunisia, dove viene introdotto all’inizio del Novecento, resta a lungo uno sport dell’élite coloniale, prima di radicarsi nella società.

La svolta arriva con la decolonizzazione. Nel 1957 nasce a Khartoum la Confederazione africana di calcio, la Caf: per la prima volta il continente costruisce un proprio spazio competitivo, capace di valorizzare i talenti locali. Vent’anni dopo, nel 1978, la Tunisia conquista la prima vittoria africana ai Mondiali battendo il Messico. È un passaggio simbolico, che apre la strada all’aumento dei posti disponibili: da uno solo a cinque a partire dal 1998, fino ai dieci del 2026.

Oggi quella crescita è visibile. Tunisia, Marocco, Algeria, Egitto, Costa d’Avorio, Ghana, Sudafrica, Capo Verde, Senegal e Repubblica democratica del Congo rappresentano un sistema più solido, con federazioni meglio organizzate e una presenza sempre più stabile nei circuiti internazionali.

Il cambiamento si misura anche sul campo. Il gioco delle squadre africane è interessante per il suo ritmo e la sua varietà, è godibile per il pubblico e interessante da osservare per gli analisti. È inoltre una fonte inesauribile di valori e, in termini di reclutamento, offre un’ampia gamma di opzioni. I giocatori africani sono poco costosi all’inizio della loro carriera, hanno bisogno di farsi un nome passando per delle piattaforme di lancio e, ad esempio, la Tunisia è una di queste. Molti giocatori si sono formati nelle nazionali africane prima di raggiungere il successo in Europa e persino altrove.

Insomma, il dato forse più rilevante è che il calcio africano è diventato una componente centrale dell’economia globale del pallone: serbatoio di talenti, spazio di formazione, piattaforma di lancio. Giocatori sempre più presenti nei principali campionati europei e club internazionali contribuiscono a rafforzare le nazionali e a ridefinire gli equilibri.

Dieci squadre ai Mondiali, dunque, non sono un punto di arrivo. Sono piuttosto il segno che l’Africa, anche nel calcio, ha smesso di essere periferia. Il calcio africano sta esplodendo e non sono soltanto le 10 squadre qualificate al mondiale a dimostrarlo. Ci sono anche quelle che non sono riuscite a ottenere il biglietto per l’America, ma che hanno ben figurato nelle ultime amichevoli internazionali.

La storia simbolo dei prossimi mondiali è però quella della Repubblica Democratica del Congo che si è qualificata per la prima volta dopo 52 anni. La squadra africana ha battuto 1-0 la Giamaica nel suo spareggio intercontinentale. La Rdc aveva raggiunto la fase finale della Coppa del Mondo solo una volta, nel 1974, quando il Paese si chiamava ancora Zaire.

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