Viaggio nella comunità sudanese in Libano

di Diego Fiore
Sudan Beirut
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Mohammad, Khadija, Sadiq, Ali, Adam, Abdallah, Abdallah e poi di nuovo Abdallah. Dal grande, sconfinato Sudan, dal Darfur, dal Kordofan, dalla regione del Nilo Azzurro, al piccolo, soffocante Libano, a Beirut, a Jounieh, a Sidone. La comunità sudanese in Libano conta qualche migliaia di persone, di cui circa 2.500 tra richiedenti asilo e rifugiati registrati presso l’UNHCR. La migrazione sudanese verso il Libano non è un fenomeno recente e spesso riverbera le oscillazioni e i tumulti di tutta la regione. Come dimostra il caso del mio amico Abdallah, partito da Khartoum poco più che ventenne per l’Iraq, dove si arrangiava come tassista, fino a quando la guerra e i bombardamenti non lo hanno spinto verso la Siria, giusto il tempo per raccogliere un nido provvisorio prima di essere di nuovo spinto dalla corrente oltre il confine libanese. Oggi siede tutto il giorno davanti a un palazzo di downtown Beirut, fa il natour, cioè il portinaio, ma con i suoi occhi allungati e la sua sonora risata da jazzman americano, potrebbe passare ore a spiegare il Medio Oriente, meglio di qualsiasi consigliere politico.

Guerra fra poveri

Il mio caro Abdallah, come la maggior parte dei sudanesi in Libano, si divincola tra gli ingranaggi di due sistemi in teoria complementari ma nella pratica spesso contrastanti, la kafala e il sistema di protezione internazionale. Come tutti i migranti in Libano, anche i sudanesi per poter vivere e lavorare regolarmente nel Paese devono avere uno sponsor locale, un kafeel (kafala significa fideiussione), e sono generalmente impiegati in imprese di pulizie o come portinai tuttofare. Non è difficile trovare sudanesi anche sui camioncini verdi e bianchi della nettezza urbana che a tutte le ore girano traballanti per Beirut. Questo è però via via più raro perché le grandi compagnie che impiegano zabbalin (i netturbini, da zibale, spazzatura) trovano più conveniente assumere in massa intere squadre di uomini dal Bangladesh o dall’India, reclutati con fideiussioni collettive.

L’irregolarità inevitabile

La kafala lega il contratto di lavoro alla residenza: perciò perdere il proprio posto di lavoro significa diventare irregolare. Fino al 2013, per i lavoratori sudanesi sans papiers era possibile accedere ad un meccanismo di regolarizzazione, a patto di avere un nuovo kafeel, come d’altronde avviene in molti Paesi che si ostinano a non sviluppare politiche migratorie inclusive ed adeguate ai tempi e che si arrabattano con sanatorie tappabuchi. Dal 2013 però l’unica strada per regolarizzare la propria situazione è tornare in Sudan e da lì rientrare in Libano con un nuovo accordo di fideiussione. Questa opzione è inattuabile per i più, non solo perché implica rischi di detenzione in Libano e ingenti multe da pagare per scontare gli anni di irregolarità, ma anche e soprattutto perché la grande maggioranza dei sudanesi ha «fondati timori di persecuzione» una volta tornati nel Paese di origine.

UNHCR sotto accusa

Il Libano non è firmatario della Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati ma solo di un memorandum con l’UNHCR, che si occupa della ricezione e dello studio delle domande di asilo. Questa ambiguità si traduce in estenuanti tarantelle di migranti sudanesi arrestati perché irregolari sul territorio ma non passibili di deportazione in quanto richiedenti asilo o titolari di protezione, e quindi rilasciati con nonchalance dalla General Security dopo mesi di detenzione, fino al prossimo arresto. L’UNHCR, detta familiarmente al-Umum, le nazioni, ricopre in questo contesto un ruolo ambiguo: rappresenta spesso l’unica opzione per ottenere una parvenza di documento ma viene fortemente criticata da attivisti e spesso dagli stessi richiedenti asilo, accampati a decine fino a poche settimane fa davanti agli uffici beirutini dell’agenzia per protestare contro le sue posizioni accomodanti nei confronti del governo e soprattutto contro le intollerabili lungaggini burocratiche.

La rivoluzione vista da lontano

Hurriah, ‘adalah, salamah! Libertà, giustizia, pace! Gli slogan della rivoluzione sudanese hanno risuonato con forza tra le strade di Beirut nel giugno 2019, quando centinaia di manifestanti si sono riuniti per dimostrare il loro sostegno alle proteste di Khartoum, tra l’ottimismo infuso da poesie nostalgiche in arabo classico e la preoccupazione per i propri cari, scesi per le strade delle città sudanesi e di cui non si avevano notizie da giorni. La soddisfazione conseguente alla caduta del governo di Omar al-Bashir non ha resistito alla valanga di eventi dell’ultimo anno in Libano che, con una combinazione esplosiva di crisi politica, economica e sanitaria, ha travolto chiunque e con ancora più forza chi già era vulnerabile. Oggi migliaia di sudanesi a Beirut e dintorni sono in enormi difficoltà, spesso senza lavoro, senza documenti, senza risparmi, senza la possibilità concreta di tornare in patria.

Scomparsi nel nulla

A inizio giugno, qualche decina di persone si è riunita davanti all’ambasciata sudanese per richiedere aiuti per il rimpatrio, almeno per chi non ha un file aperto come rifugiato. Riecheggiano ancora nella memoria di molti sudanesi i racconti di conoscenti che, cercando di tornare a casa, sono stati bloccati all’aeroporto, rei di essere schedati come richiedenti asilo, quindi traditori, e di cui ancora oggi non si sa nulla. L’ambasciata, come quasi tutte le rappresentanze diplomatiche in Libano, tituba e prende tempo. Abdallah dice che una crisi così neppure lui se la ricorda, appoggia bene la schiena alla sua sedia in portineria e aspetta.

(testo e foto di Elena Fassi)

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