Il Kenya è una democrazia tradita: la reporter Judie Kaberia spiega perché

di Tommaso Meo

di Vittorio Sergi

«Il Kenya vive una stagione oscura: uccisioni di manifestanti, rapimenti di Stato, impoverimento della classe media». In questo colloquio la giornalista keniana racconta un Paese dove la Costituzione è svuotata e la corruzione divora le risorse. Ma dalle proteste della Generazione Z e dalla voce delle donne arriva il segnale di un futuro diverso

Judie Kaberiaè una pluripremiata giornalista keniana con oltre vent’anni di esperienza, volto popolare della tivù, specializzata in diritti umani, giustizia ed equità di genere. Oggi dirige l’Association of Media Women in Kenya e presiede il consiglio della Fondazione Africa Check, la principale organizzazione africana indipendente di fact-checking. Dopo essere stata ospite della nostra rivista a Milano in occasione dell’ultima edizione dei “Dialoghi sull’Africa”, l’abbiamo incontrata a Nairobi in un quartiere elegante a pochi isolati dall’Onu, lontano dalle baraccopoli e dai quartieri popolari dove la repressione politica e le difficoltà quotidiane sono pane quotidiano.

Dopo le manifestazioni di luglio contro il governo Ruto, la comunità internazionale ha parlato di deriva autoritaria in Kenya. Che cosa sta accadendo?
L’attuale governo sta lentamente svuotando la Costituzione del 2010, che era la nostra speranza dopo le violenze post-elettorali del 2007. Ogni nuova legge approvata è come un buco in una mongolfiera: questa perde aria, perde quota. I diritti umani, la libertà dei media e lo spazio per la società civile stanno peggiorando. Dall’anno scorso abbiamo perso quasi 80 giovani a causa della polizia: esecuzioni extragiudiziali, rapimenti. È terribile che il governo continui come se nulla fosse. I giovani chiedono ciò che è garantito dalla Costituzione: spiegazioni sull’aumento della corruzione, sul costo della vita, sull’accesso all’istruzione e alla sanità. Quando protestano, vengono repressi brutalmente. Chi osa twittare contro la corruzione rischia l’arresto o peggio: il caso di Albert Ojwang, morto in detenzione per un semplice retweet, lo dimostra. Oggi in Kenya regna la paura: molti studenti che avevano animato le piazze ora si nascondono fuori città.

Una manifestante fa un gesto mentre è seduta sulla strada davanti agli agenti di polizia kenioti che sorvegliano l’ingresso di una stazione di polizia durante una manifestazione per la morte del blogger Albert Ojwang, deceduto mentre era in custodia della polizia in circostanze controverse, presso la Stazione di Polizia Centrale di Nairobi il 9 giugno 2025. Foto di Luis Tato / Afp

Perché questa stretta autoritaria, nonostante l’economia del Kenya sia tra le più solide della regione?
La ragione è una sola: l’avidità. La nostra élite politica non governa per servire, ma per arricchirsi e restare al potere. Tassano ogni nostro reddito, ma i servizi pubblici sono allo sfascio. La corruzione divora fondi che dovrebbero andare a scuole e ospedali: ogni settimana i giornali documentano sparizioni di miliardi di scellini. Intanto la classe media scivola verso la povertà: basta una malattia in famiglia per precipitare nel baratro. Chi ci governa vive in una bolla, curandosi all’estero e ignorando la disperazione quotidiana. È questa distanza a spiegare la violenza: per loro, sparare sui giovani in piazza è come schiacciare mosche.

L’Europa e gli Stati Uniti hanno storicamente avuto un ruolo di influenza in Kenya. Oggi sembra che questa capacità sia venuta meno, mentre crescono i rapporti con Cina e Russia. Come si spiega?
L’Europa perde terreno perché il populismo privilegia gli affari rispetto ai diritti. I governi africani scelgono partner che non impongono vincoli su democrazia o diritti umani. Se gli Stati Uniti ti richiamano alle regole, basta rivolgersi a Mosca o Pechino, interessate solo a estrarre oro o fiori. È più facile. Ma così il Kenya ha perso la sua reputazione di mediatore di pace. Oggi, con l’appoggio alle milizie ribelli Rsf in Sudan, siamo associati a una guerra civile. È uno scivolamento drammatico. Eppure vedo ancora speranza: la società civile non si arrende, le Chiese – in particolare quella cattolica – hanno iniziato a rifiutare le donazioni dei politici, definendole «proventi del crimine». È un segnale di risveglio.

Lei è presidente di Africa Check. Come affrontate il problema della disinformazione, soprattutto tra i giovani che hanno accesso ai social ma non sanno leggere e scrivere?
La disinformazione è un’arma potente, soprattutto durante le elezioni. Su TikTok puoi trovare “cure” per il cancro che ucciderebbero chiunque le seguisse. Per questo formiamo giornalisti radiofonici nelle lingue locali, il mezzo più seguito nelle aree rurali. Attraverso la radio spieghiamo perché certe notizie sono false, condividiamo testimonianze dirette di chi è stato ingannato. Collaboriamo con il Media Council of Kenya, le università, le Chiese. Ma è una lotta impari: chi diffonde fake news ha scopi politici e risorse. E noi, spesso, manchiamo di fondi. Quest’anno sono riuscita a tenere solo tre corsi di formazione: mancano i finanziamenti internazionali, dirottati altrove.

I manifestanti intonano slogan contro il governo durante una manifestazione contro gli aumenti delle tasse, mentre i membri del Parlamento discutono il disegno di legge finanziaria 2024 nel centro di Nairobi, il 18 giugno 2024. Foto di Luis Tato / Afp

Nelle recenti proteste della Gen Z le donne sembrano aver assunto la leadership. C‘è qualcosa che sta cambiando?
È la trasformazione più emozionante. Ho visto ragazze sventolare la bandiera davanti ai fucili della polizia, informate e consapevoli. Non gridano slogan a caso: spiegano le ragioni della tassa introdotta, della legge finanziaria. Questa generazione è cresciuta diversa. Mia madre mi diceva: “Studia, sposati e fai figli”. Io dico a mia figlia: “Conosci i tuoi diritti, alza la voce, partecipa”. Sono figlie di una generazione istruita, che ha potuto andare a scuola quando in passato le ragazze venivano escluse per mancanza di soldi. Oggi sanno di poter competere con i maschi. Ma la strada è lunga: solo 8 donne su 47 governatori, e le parlamentari sono ancora trattate come elemento decorativo. Le fanno salire sul palco per ballare, mentre gli uomini elaborano progetti e politiche. È umiliante vedere leader che ammiro ridotte a questo. Online gli attacchi sessisti sono feroci: quando ho denunciato un caso di corruzione in Parlamento, sono stata travolta da insulti e minacce per giorni. Non sono andata al lavoro per tre giorni. Per le donne è sempre una lotta in più. Ma io so che mia figlia non accetterà mai di ballare invece di parlare. È un cambiamento generazionale irreversibile.

In sintesi, come vede il futuro del Kenya?
Siamo in una fase buia, ma non senza speranza. Vedo giovani coraggiosi, vedo Chiese che rifiutano l’impunità, vedo organizzazioni civili che non mollano. La Costituzione è ferita, ma non morta. Finché ci saranno cittadini che la difendono, il Kenya avrà una possibilità di risalire la china. Erosione dei diritti costituzionali e repressione, avidità e corruzione delle élite, declino del ruolo internazionale del Kenya, ma anche lotta contro la disinformazione, nuova leadership femminile, speranza nella società civile.

Questo articolo è uscito sul numero 6/2025 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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