La nuova stretta africana contro l’omosessualità

di Tommaso Meo
Respect Lgbt rights

di Stefano Pancera

Dalle retate a Dakar ispirate dal governo di Sonko alle nuove leggi introdotte in Burkina Faso da Ibrahim Traoré: in Africa occidentale si intensifica la repressione contro le persone LGBTQ+. Un fenomeno spesso usato come strumento politico e identitario, mentre crisi economiche e tensioni sociali restano irrisolte e la vita quotidiana di chi è colpito da queste leggi diventa sempre più difficile

In più della metà dei Paesi africani l’omosessualità è punita con il carcere e, in alcuni casi estremi – come Uganda, Nigeria, Somalia o Mauritania – la legge prevede perfino la pena di morte. A Dakar il clima si è irrigidito negli ultimi mesi: almeno dodici persone sono state arrestate con l’accusa di omosessualità, spesso dopo segnalazioni dei vicini. Una retata che coincide con la presentazione, da parte del primo ministro Ousmane Sonko, di un disegno di legge che raddoppia le pene già previste in Senegal: da cinque a dieci anni di carcere, con multe fino a 10 milioni di franchi CFA (circa 18.000 dollari). Ma perché due leader relativamente giovani come Sonko e il presidente Bassirou Diomaye Faye, eletti sull’onda di una promessa di rottura generazionale, sentono oggi il bisogno di inasprire le pene contro le persone LGBTQ+? La risposta è innanzitutto politica. Sonko ha costruito la propria immagine su un nazionalismo radicale, fortemente anti-neocoloniale e anti-élite. Fin dall’inizio si è presentato come difensore dei valori religiosi e culturali senegalesi contro quella che definisce l’«ingerenza occidentale». In questa narrativa, la questione delle minoranze sessuali diventa un simbolo identitario. La criminalizzazione non nasce quindi da un’improvvisa emergenza. In un contesto segnato da difficoltà economiche, alta disoccupazione giovanile e tensioni sociali, colpire una minoranza vulnerabile diventa una scorciatoia politica: un modo per apparire forti e coerenti con il discorso sovranista, evitando il terreno più complesso delle riforme economiche.

In Burkina Faso la traiettoria è ancora più netta. Il capitano Ibrahim Traoré, popolare capo della giunta militare, ha introdotto una norma che nessun governo precedente – dai tempi di Thomas Sankara – aveva mai ritenuto necessaria: pene da due a cinque anni di reclusione per i rapporti omosessuali. Anche qui il calcolo appare evidente: costruire un nemico interno – per quanto in gran parte immaginato – e usarlo come simbolo di disordine morale da combattere. Un capro espiatorio che rafforza l’immagine di autorità della giunta mentre il Paese continua a confrontarsi con insicurezza diffusa e crisi economica.

Senegal e Burkina Faso non sono casi isolati. In gran parte dell’Africa occidentale la stretta sui diritti civili si sta accentuando. Il Mali ha recentemente criminalizzato l’omosessualità con un nuovo codice penale, mentre il parlamento del Ghana discute un progetto di legge che prevede il carcere per chiunque si dichiari LGBTQ+. Il paradosso è che molte delle norme oggi usate per criminalizzare gli atti omosessuali sono quasi la copia di testi giuridici introdotti durante il periodo coloniale: la legislazione francese del 1945 o il codice penale indiano del 1860 imposto dall’amministrazione britannica in diverse colonie. Il vero salto degli ultimi anni non sta solo nell’inasprimento delle pene, ma nel passaggio dalla punizione degli ≤atti contro natura” alla criminalizzazione dell’identità stessa. Ridurre però l’Africa a un continente semplicemente omofobo significa confondere il sintomo con la strategia. Non mancano segnali controcorrente: Mauritius, Botswana, Gabon, Angola e Namibia sono tra gli ultimi Paesi ad aver depenalizzato i rapporti omosessuali, mentre il Sudafrica resta l’unico Paese africano dove il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale dal 2006.

Il sentimento popolare resta tuttavia in larga parte ostile. Anche in Paesi dove l’omosessualità non è mai stata criminalizzata, molti cittadini dichiarano di non voler avere un vicino di casa omosessuale. Non è solo l’effetto dei discorsi politici o dei predicatori evangelici: riflette una visione del mondo in cui tradizioni, religioni e strutture comunitarie si saldano in un sistema di valori che percepisce la diversità sessuale come una rottura dell’ordine naturale.

Ma se si sposta lo sguardo dalle statistiche alle persone, il significato concreto di queste leggi appare in tutta la sua durezza. Significa che una madre può aprire la porta della stanza del figlio, sorprenderlo a baciare un altro uomo e decidere in un istante che quel figlio non esiste più. Significa che la famiglia – spesso il primo luogo di appartenenza – può trasformarsi nel primo tribunale. Significa pagare tangenti per evitare la prigione, essere comunque picchiati, umiliati, derisi, senza alcuna protezione. Significa che quella rete di volti, voci e relazioni che nel continente rappresenta tutto – comunità, sicurezza, identità – può improvvisamente diventare un muro. E per qualcuno significa anche restare chiuso in casa, prendere farmaci a stomaco vuoto, vivere nascosto. Perché, fuori, il mondo può diventare un inferno.

Questa rubrica è uscita sul numero 3/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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