di Michele Vollaro
La crescita della forza lavoro sanitaria africana si scontra con sistemi sanitari fragili, bassi salari e carenza di investimenti, mentre i Paesi occidentali intensificano il reclutamento di professionisti formati nel continente
L’Africa sta formando più personale sanitario che mai in passato, avendo visto crescere la propria forza lavoro nel 2024 fino a un totale di 5,72 milioni di operatori, ma vive al tempo stesso un paradosso strutturale: secondo i dati diffusi ad Accra dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in occasione del secondo forum d’investimento africano dedicato alle professioni sanitarie, circa 943.000 medici e infermieri si trovano disoccupati, mentre i sistemi sanitari locali rimangono a corto di personale, coprendo solo il 46% del fabbisogno continentale. A pesare sono soprattutto la mancanza di fondi strutturali, le difficili condizioni di lavoro e le scarse prospettive di carriera che di fatto spingono quasi la metà degli operatori a pianificare l’emigrazione all’estero, generando un tasso di assenteismo che erode un quinto del monte salari complessivo.
Questa vasta disponibilità di forza lavoro in fuga incontra la crescente domanda dei sistemi sanitari occidentali, innescando una competizione globale per il reclutamento. Gli Stati Uniti hanno recentemente rimosso le sospensioni sulle procedure per i visti dei medici provenienti da 39 nazioni, una mossa che di fatto revisiona le limitazioni migratorie introdotte in un primo momento dall’amministrazione del presidente Donald Trump con il cosiddetto travel ban, che aveva congelato i permessi di lavoro e i rinnovi dei visti per i cittadini provenienti da quei Paesi. La deroga, approvata dal Dipartimento della Sicurezza interna (Dhs) nelle scorse settimane senza particolari clamori né annunci ufficiali ma confermata sul sito dell’Ufficio federale per l’immigrazione (Uscis), permette ora ai camici bianchi di Stati come Nigeria, Ghana ed Etiopia, oltre a contesti più fragili come Sudan e Somalia, di veder riprendere l’iter di regolarizzazione per scongiurare una crisi del sistema clinico nazionale, dato che circa un quarto dei medici attivi negli Stati Uniti è di origine straniera.
Nel continente europeo la crisi è considerata un’emergenza strutturale dall’ufficio regionale dell’Oms, che ha recentemente pubblicato il primo rapporto strategico dedicato alla carenza di infermieri. Il documento, redatto all’interno del progetto triennale Nursing action e finanziato nell’ambito del programma comunitario Eu4health, conferma le previsioni di un deficit di circa un milione di operatori sanitari entro il 2030. Secondo lo studio, gli infermieri rappresentano oggi il 56% della forza lavoro complessiva del settore e sono per la maggior parte donne: su di loro pesano turni logoranti e un peggioramento delle condizioni di salute mentale che, secondo l’organizzazione, alimentano il fenomeno del burnout e l’abbandono precoce della carriera. Per il direttore regionale dell’ufficio europeo, Hans Henri P. Kluge, il rafforzamento degli organici non è un dettaglio amministrativo ma un investimento critico per la sicurezza dei pazienti, reso necessario dalla crescente complessità dei bisogni di cura. Le autorità sanitarie sollecitano quindi i governi a una riforma a lungo termine che garantisca maggiore autonomia professionale e l’utilizzo di dati più precisi per monitorare i carichi di lavoro, evitando che la pressione sui professionisti si traduca in un aumento dei rischi clinici nelle strutture ospedaliere.
L’Italia è uno dei Paesi più esposti alla crisi, con una carenza di organico che incide pesantemente sulla tenuta del servizio sanitario nazionale. A determinare la fuga dei professionisti italiani sono soprattutto i bassi livelli salariali e il progressivo deterioramento delle condizioni di lavoro, fattori che spingono le società di ricerca del personale a intensificare il reclutamento all’estero. Secondo quel che riporta l’Ansa in un recente approfondimento, i numeri diffusi da agenzie di settore come Openjobmetis, tra le più attive nella selezione internazionale, indicano che attualmente la Tunisia rappresenta il primo bacino di origine con il 30% degli arrivi intermediati, seguita da India e Paraguay, ma gli stessi reclutatori segnalano l’Africa centrale come la nuova frontiera per il reperimento di infermieri qualificati. L’identikit di chi sceglie la penisola, tracciato sulla base di queste selezioni, è quello di una professionista donna, con un’età media compresa tra i 25 e i 38 anni e già madre, attratta dalla stabilità di un contratto a tempo indeterminato che include spesso percorsi di mediazione culturale e supporto logistico. Oltre il 50% di queste figure viene assorbito dalle strutture ospedaliere e dalle residenze per anziani della Lombardia, seguita dal Piemonte. Dopo una fase di formazione linguistica e l’adeguamento dei titoli di studio, la maggioranza dei sanitari scelti decide di stabilizzarsi nel Paese di destinazione, consolidando un travaso di competenze che, se da un lato tampona le falle del sistema italiano, dall’altro solleva interrogativi sulla sostenibilità dei servizi di cura nei contesti di origine.
In un quadro di esodo diffuso, il Sudafrica rappresenta un’eccezione in controtendenza. Nel Paese dell’Africa australe, l’accesso agli studi clinici è estremamente rigido e le principali università pubbliche riescono ad accogliere solo il 5% delle domande di ammissione a medicina, spingendo molti studenti a formarsi in Europa, in nazioni come Cipro o Germania. E, a differenza dei colleghi di altre aree africane, la maggior parte di questi giovani rientra in patria al termine degli studi, convertendo i titoli di studio stranieri per inserirsi nel sistema locale. Per arginare la fuga di cervelli nel resto del continente, l’Oms suggerisce ai governi di aumentare la spesa sanitaria di circa 3,60 euro all’anno pro capite, un investimento che, secondo gli analisti, è capace di generare rendimenti decuplicati e di stabilizzare una forza lavoro vitale e strategica per lo sviluppo economico e sociale dell’Africa.



