I Saharawi sono rimasti “insabbiati”

di Tommaso Meo

di Marco Trovato – foto di Andrea Sawyerr

Da mezzo secolo il Sahara Occidentale rimane una delle dispute territoriali più dimenticate al mondo. Oggi il Marocco punta a rafforzare il consenso internazionale attorno alla propria proposta di autonomia e, parallelamente, a delegittimare e isolare il Fronte Polisario. Intanto, decine di migliaia di profughi sahrawi sopravvivono da generazioni nei campi nel deserto, sospesi tra oblio e prigionia

Nell’ombra del silenzio mediatico e nell’indifferenza di gran parte dell’opinione pubblica internazionale, il Sahara Occidentale continua a rappresentare una ferita aperta: uno dei conflitti più lunghi e irrisolti del pianeta, sospeso da mezzo secolo tra rivendicazioni di indipendenza e strategie di controllo territoriale. Le radici del contenzioso risalgono al 1975, quando, all’indomani della fine del regime franchista, la Spagna decise di ritirarsi dal possedimento coloniale. Il vuoto lasciato da Madrid spalancò la porta alle rivendicazioni del Marocco, che avanzò rapidamente le proprie pretese, e della Mauritania, che però rinunciò alla contesa già nel 1979. Parallelamente si affermarono le aspirazioni indipendentiste del Fronte Polisario, movimento di liberazione nazionale del popolo sahrawi, che proclamò la nascita della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (Rasd), riconosciuta ufficialmente dall’Unione Africana ma non dalla maggior parte della comunità internazionale.

La contesa territoriale sfociò in un conflitto armato durato 16 anni, arrestatosi solo con un cessate il fuoco nel 1991, sancito dalle Nazioni Unite attraverso la missione di pace Minurso. Il piano prevedeva l’organizzazione di un referendum di autodeterminazione che avrebbe dovuto decidere del futuro del territorio: indipendenza o annessione al Marocco. La consultazione, tuttavia, non si è mai svolta, bloccata da divergenze sul corpo elettorale e dal mutato scenario geopolitico. Da allora, il Sahara Occidentale è rimasto diviso. La parte occidentale, con le principali città, porti e risorse naturali (giacimenti di fosfati, zone di pesca ricche e possibili riserve offshore), è sotto stretto controllo marocchino. Una fascia desertica orientale, priva di grandi centri urbani, è amministrata dal Polisario, mentre decine di migliaia di sahrawi vivono da generazioni nei campi profughi di Tindouf, in Algeria, in condizioni di marginalità e dipendenza dagli aiuti umanitari.

Oggi, a cinquant’anni dall’inizio del conflitto, la disputa conosce una fase di intensa evoluzione diplomatica, politica e strategica. Da un lato, il Marocco lavora con determinazione a consolidare la propria proposta, che prevede un’autonomia amministrativa sotto la sovranità di Rabat, definita come l’unica soluzione «realistica e praticabile». Negli ultimi due anni questa opzione ha guadagnato sostegni di grande peso: Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Spagna hanno espresso appoggio al piano marocchino, rafforzando la posizione di Rabat. Dall’altro, il governo marocchino si muove per delegittimare le aspirazioni indipendentiste sahrawi, cercando di isolare sul piano internazionale il Fronte Polisario, più volte accusato di essere un’organizzazione terroristica legata a gruppi jihadisti. Il movimento di liberazione del popolo sahrawi respinge con fermezza e sdegno le accuse, definendole «campagne di disinformazione della propaganda marocchina». E mentre il governo di Rabat deve affrontare anche tensioni interne — con le proteste della Generazione Z, esplose a fine settembre per chiedere «libertà, dignità e giustizia sociale» e represse nel sangue (almeno tre le vittime) — il braccio di ferro sul Sahara Occidentale continua a pesare sui già fragili equilibri del Nordafrica. Marocco e Algeria, da sempre rivali regionali, sono ormai ai ferri corti: le relazioni diplomatiche sono incrinate da tempo e la tensione si è acuita dopo la normalizzazione dei rapporti tra Rabat e Israele nel 2020, in cambio del riconoscimento da parte degli Stati Uniti della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Un passaggio che ha rafforzato il legame strategico con Washington, ma che ha irrigidito ulteriormente la posizione algerina, storica sostenitrice del Polisario. Sul piano internazionale, la questione resta intrappolata in un’impasse diplomatica. Gli Stati Uniti hanno confermato il loro sostegno al piano di autonomia marocchino, definito di recente dal presidente Trump «l’unica base credibile» per una risoluzione del contenzioso. Intanto, sul terreno, la tregua appare sempre più fragile.

Da due anni, lontano dai riflettori, si registrano scontri sporadici lungo i 2.500 chilometri del “muro di sabbia” eretto dal Marocco per isolare le aree controllate dal Polisario. Organizzazioni per i diritti umani denunciano la repressione dei dissidenti sahrawi nei territori sotto controllo marocchino, mentre nei campi di Tindouf la vita scorre immobile, tra precarietà e attese senza fine. A ricordarlo è il progetto fotografico I Prigioni di Andrea Sawyerr: nei suoi scatti i volti e i corpi dei rifugiati sahrawi appaiono come statue imprigionate, figure che cercano di emergere dal deserto come le creature tormentate scolpite da Michelangelo nel marmo. Una metafora potente di un popolo sospeso, stretto tra il desiderio di liberarsi e il peso di una storia che, dopo mezzo secolo, non offre ancora una via d’uscita.

«L’autodeterminazione del nostro popolo non si negozia». Parla la rappresentante del Fronte Polisario

«Perché mai il mondo dovrebbe rinunciare al diritto all’autodeterminazione? Solo i popoli hanno sovranità sulle proprie terre e potere sui propri destini. Negarlo significa rinunciare alla giustizia stessa». Con queste parole, Fatima Mahfud, rappresentante in Italia del Fronte Polisario, difende con fermezza la causa del popolo sahrawi. Da quasi cinquant’anni, il movimento indipendentista lotta per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, territorio conteso tra Marocco e Polisario, dove la promessa di un referendum sotto l’egida ONU è rimasta lettera morta e la pace, ancora oggi, un traguardo lontano.

Qual è oggi la situazione del Sahara Occidentale?

Il Sahara Occidentale è iscritto dal 1963 nella lista dei territori non autonomi delle Nazioni Unite. Prima ancora della nascita del Fronte Polisario, prima dell’occupazione del 1975, il Marocco non aveva alcun titolo legale su quel territorio: lo ha detto la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. L’accordo tripartito con la Spagna e la Mauritania fu illegale. Il Marocco occupa tuttora il Sahara Occidentale contro ogni norma del diritto internazionale. La nostra lotta non nasce da propaganda o ideologia, ma da un principio universale: i popoli devono poter decidere il proprio destino.

Il referendum previsto dal cessate il fuoco del 1991 non è mai stato celebrato. Ritiene che sia ancora una via percorribile?

È l’unica via percorribile. Rinunciare al diritto all’autodeterminazione significherebbe smantellare il diritto internazionale – unico strumento utile per risolvere i conflitti e garantire la stabilità – e aprire la porta a qualsiasi pretesa territoriale. Solo attraverso il voto libero dei saharawi si potrà arrivare a una soluzione giusta e duratura.

Rabat promuove il piano di autonomia sotto la sovranità marocchina, oggi sostenuto da diverse potenze occidentali. Come risponde il Polisario a questa crescente pressione internazionale?

Quel piano non riguarda il popolo saharawi. Noi chiediamo un referendum che includa tutte le opzioni, compresa l’indipendenza. Lo abbiamo già accettato nel piano Baker. Il nostro mandato, ricevuto dal popolo saharawi, è chiaro: esercitare il diritto all’autodeterminazione. Abbiamo fondato una Repubblica laica in esilio, non una monarchia. Nessuna pressione internazionale potrà cancellare questo principio.

Qual è la situazione nei territori controllati dal Marocco?

Il Marocco reprime ogni forma di dissenso ed è già stato condannato per le torture inflitte ai prigionieri politici saharawi, numerosi e detenuti ingiustamente dal 2010. Molti attivisti sono stati processati da corti militari solo per aver reclamato i propri diritti socio-economici. Repressione e violenze sono state documentate da Amnesty International e Human Rights Watch. Il Marocco impedisce perfino a osservatori europei e parlamentari di entrare nei territori occupati del Sahara Occidentale. Posso fornire dossier completi su questi abusi: non ci sono libertà d’espressione né garanzie giudiziarie.

Il Marocco tenta di screditare il Fronte Polisario definendolo un gruppo terroristico. Come replica a questa campagna di delegittimazione?

Prima di qualunque etichetta che Rabat voglia applicare al Polisario, bisogna tornare ai fatti politici, storici e giuridici, che non sono in discussione. Il Marocco occupa illegalmente il Sahara Occidentale dal 1975: lo affermano l’Assemblea Generale dell’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. Il Polisario, al contrario, è il legittimo rappresentante del popolo saharawi, riconosciuto come tale non solo dai saharawi stessi ma anche dalle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha ribadito come ogni accordo commerciale debba avere il consenso dei saharawi attraverso il loro rappresentante legittimo. Il Marocco ha sempre cercato di screditare il Polisario, ma non ci è mai riuscito. Neppure in un clima internazionale sempre più ostile ai movimenti di liberazione nazionale. Mi rifiuto di commentare ulteriormente delle accuse prive di fondamento frutto della propaganda marocchina.

In Europa il conflitto appare spesso dimenticato. Qual è la situazione in Italia?

In realtà l’Italia è uno dei Paesi più solidali con la nostra causa. Esistono oltre 300 comuni gemellati con città o campi saharawi e più di 70 associazioni impegnate in progetti di cooperazione e accoglienza dei bambini. L’Italia ha mantenuto una posizione coerente con il diritto internazionale e di questo siamo profondamente grati al popolo italiano.

La nuova generazione di saharawi, cresciuta tra esilio e occupazione, crede ancora nell’indipendenza?

Assolutamente sì. Lo dimostra il fatto che il nostro popolo ha scelto di vivere in un deserto arido piuttosto che sottomettersi a una monarchia. È una scelta radicale ma carica di dignità. Il legame dei saharawi con la libertà e l’indipendenza resta più forte che mai.

Questo servizio è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

Condividi

Altre letture correlate: