In Shael è in corso una guerra dell’informazione

di Tommaso Meo

di Celine Dominique Nadler

Tra accuse di disinformazione e repressione del dissenso, le giunte al potere nella regione intensificano il controllo sui media e restringono lo spazio civico

Tv5 Monde, l’iconica emittente francese, è stata bandita dall’Alto Consiglio per la Comunicazione (Csc) del Burkina Faso dalle trasmissioni nazionali. Citando gravi violazioni di leggi, etica e standard professionali, le autorità burkinabé hanno denunciato una copertura mediatica «non conforme» di questioni relative alla sicurezza, sia in Burkina Faso che in Mali, in particolare per quanto riguarda la lotta al terrorismo.

La giunta al potere in Burkina Faso ha mosso accuse specifiche di disinformazione e glorificazione del terrorismo contro diverse trasmissioni televisive andate in onda tra aprile e maggio di quest’anno. Non è la prima volta che Tv5 Monde subisce sanzioni simili nella regione. Il Csc aveva già sospeso le trasmissioni del canale due volte nel 2024 per motivi analoghi. Anche altri media occidentali, come Radio France Internationale (Rfi), e diverse emittenti francesi, sono stati banditi dal panorama mediatico del Burkina Faso per violazioni simili.

Questa decisione radicale segna una nuova fase nella guerra dell’informazione che sta ridefinendo alleanze e sovranità nella regione. Lungi dall’essere un semplice atto di regolamentazione, questa misura si inserisce in un contesto geopolitico teso, in cui ogni informazione viene vagliata attraverso la lente degli interessi nazionali e delle dinamiche di potere internazionali, come osserva parte della stampa regionale.

La scelta del Csc «si inserisce in un movimento più ampio volto ad affermare la sovranità degli Stati del Sahel, in particolare Burkina Faso e Mali, di fronte a ciò che percepiscono come interferenze o pregiudizi da parte dei media occidentali», commenta il portale Mali Actu, che precisa: «Il contesto di sicurezza, caratterizzato da una feroce lotta al terrorismo, è diventato terreno fertile per questa battaglia narrativa». Per le autorità di transizione, «la diffusione di informazioni ritenute errate o di parte può minare direttamente gli sforzi di stabilizzazione e di sicurezza nazionale. L’obiettivo è proteggere la coesione sociale e il morale delle truppe schierate in prima linea».

Prendendo di mira un canale finanziato dallo Stato francese, Ouagadougou lancia un messaggio chiaro sulla sua determinazione a ridefinire le proprie partnership e a controllare il proprio spazio informativo. La stessa linea è seguita anche dagli altri membri dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), Mali e Nger, impegnati da tempo a rivalutare i rapporti con le potenze tradizionali e ad esplorare nuove vie di cooperazione.

Negli stessi Paesi, alcuni considerano questa stretta come una protezione necessaria contro la disinformazione, mentre molti altri ci vedono una restrizione alla libertà di informazione, essenziale per una democrazia vitale. I giornalisti e gli oppositori, intanto, sono costretti a operare in un contesto sempre più ristretto, dove il confine tra la critica legittima e la percezione di una minaccia alla sicurezza nazionale si fa sempre più sottile.

In Mali, dopo il rapimento dell’avvocato Mountaga Tall, figura politica di spicco e critico del governo di transizione, avvenuto nel fine settimana nella sua abitazione e portato in un luogo sconosciuto, l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International ha denunciato la scomparsa di diverse altre personalità politiche, catturate nei giorni scorsi da uomini armati e mascherati. Tra loro ci sarebbe Youssouf Daba Diawara, collaboratore dell’Imam Mahmoud Dicko, uno dei principali oppositori del regime di transizione, che si trova in esilio fuori dal Mali.

Un’altra figura di spicco di cui la famiglia ha perso i contatti è Moussa “Abba” Djiré, il presidente del Movimento politico e civico Yiriwa 223 scomparso domenica sera, una settimana dopo gli attacchi coordinati di jihadisti e tuareg contro la giunta al potere. Intanto diversi testimoni riferiscono anche di arresti di massa nelle scuole coraniche del distretto di Ngolonina a Bamako e a Markacoungo, a circa 80 chilometri da Bamako, sulla strada per Ségou. Alcuni insegnanti e studenti sono stati poi rilasciati. «Abbiamo osservato una tendenza ai rapimenti in Mali perpetrati da agenti dell’Agenzia nazionale per la sicurezza dello Stato. Le autorità devono porre fine alle restrizioni che stanno imponendo allo spazio civico e alle violazioni dei diritti umani», afferma Amnesty.

Questi sviluppi mettono in luce i profondi cambiamenti geopolitici in atto nel Sahel. Sottolineano la battaglia per il controllo dell’informazione, considerata un pilastro della sovranità nazionale di fronte alle minacce alla sicurezza e alle influenze esterne.

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