di Marco Trovato
Per l’analista Luca Raineri l’alleanza tra jihadisti e ribelli tuareg apre una fase inedita che mette alla prova la tenuta delle giunte militari: «Stanno cambiando gli equilibri politici e militari di una regione sempre più strategica e al centro delle nuove competizioni globali»
Nel Sahel la crisi sembra avere superato una soglia critica. In Mali offensive coordinate tra gruppi jihadisti e movimenti separatisti tuareg hanno colpito il cuore dello Stato, mettendo in discussione la tenuta della giunta militare al potere. La violenza continua a espandersi lungo un asse che attraversa Burkina Faso e Niger, mentre le giunte militari consolidano il controllo interno tra repressione, propaganda e consenso popolare. Sullo sfondo si muovono nuovi equilibri geopolitici: il protagonismo russo, il ridimensionamento dell’influenza occidentale, le accuse rivolte a Francia, Algeria e persino Ucraina.
Per capire la portata della crisi abbiamo intervistato Luca Raineri, analista e ricercatore in Studi di sicurezza presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, tra i maggiori conoscitori della regione.

Secondo Raineri, quanto accaduto in Mali nelle ultime settimane rappresenta allo stesso tempo «l’ennesima fase acuta di un’instabilità ormai cronica» e un vero salto di qualità. «Gli attacchi del 25 aprile hanno colpito contemporaneamente sei città distanti tra loro oltre 1500 chilometri, incluse le principali basi militari del Paese e la stessa Bamako», spiega. L’offensiva ha provocato l’uccisione del ministro della Difesa, il ferimento del capo dell’intelligence e colpito la catena di comando dell’esercito, costringendo la giunta a una temporanea ritirata.
Per il ricercatore, la novità non è soltanto militare ma anche politica. Nel nord del Mali si è infatti consolidata un’alleanza inedita tra il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim), affiliato ad al-Qaeda, e le formazioni ribelli tuareg riunite nel Fronte di liberazione dell’Azawad. «Non siamo ancora davanti a una fusione vera e propria – precisa Raineri – ma certamente a un’alleanza tattica molto profonda».
Il cuore della contesa è Kidal, storica roccaforte tuareg e simbolo dell’Azawad, il nome con cui i separatisti identificano il nord del Mali. La convergenza tra jihadisti e ribelli, spiega l’analista, nasce anche dalle scelte della giunta militare maliana dopo il ritiro della missione Onu nel 2023. «Fino a quel momento i tuareg erano interlocutori di un difficile processo di pace. Successivamente sono stati equiparati ai terroristi e trattati come tali».
A cambiare ulteriormente gli equilibri è stato l’arrivo dei mercenari russi della Wagner, chiamati da Bamako per riconquistare il nord del Paese. La presa di Kidal nel novembre 2023 venne celebrata come una vittoria simbolica della nuova alleanza tra giunta e Russia. Ma nei mesi successivi, racconta Raineri, le popolazioni tuareg sono state bersagliate da violenze e repressioni che hanno finito per spingerle verso un riavvicinamento ai gruppi jihadisti.
Lo scenario che potrebbe emergere appare inquietante. Secondo il ricercatore, la convergenza tra separatisti e jihadisti potrebbe preludere a «una sintesi politica» fondata su un Mali islamico a struttura federale: uno Stato guidato dalla sharia ma con ampi margini di autonomia per il nord tuareg. «Un modello che in parte ricorderebbe alcune esperienze della Nigeria settentrionale, dove l’applicazione della legge islamica viene mediata da autorità religiose locali», osserva.
Nel frattempo le giunte militari del Sahel continuano ad accusare potenze straniere di sostenere i gruppi armati. La Francia resta il bersaglio privilegiato della propaganda sovranista, ma secondo Raineri mancano prove concrete di un coinvolgimento diretto di Parigi. Più ambigua appare invece la posizione dell’Algeria, storicamente influente nella regione e accusata da Bamako di ospitare figure vicine alla ribellione tuareg.
«L’Algeria ha mediato la ritirata delle forze russe da Kidal garantendo sulla disciplina dei ribelli. Questo naturalmente suscita interrogativi», sottolinea l’analista. Anche l’Ucraina viene evocata come attore esterno del conflitto, soprattutto per presunti addestramenti ai ribelli nell’uso dei droni, ma Raineri invita alla prudenza: «Alcuni contatti ci sono stati, ma il loro impatto è stato probabilmente sovrastimato».
Un nodo centrale resta quello del consenso interno alle giunte di Mali, Burkina Faso e Niger. Nonostante repressioni, arresti arbitrari e il soffocamento della stampa indipendente, i regimi continuano a mobilitare una parte significativa dell’opinione pubblica. «È difficile misurare la realtà di questo consenso – ammette Raineri – ma le manifestazioni di sostegno esistono e sembrano indicare che questi governi non si reggano soltanto sulla forza». La narrativa sovranista, alimentata soprattutto dal presidente burkinabé Ibrahim Traoré, trova terreno fertile nelle frustrazioni accumulate negli anni contro l’influenza occidentale e la percezione di uno sfruttamento delle risorse naturali. Oro, uranio e litio sono diventati il simbolo di una promessa di riscatto nazionale.

Secondo Raineri, però, la realtà è più complessa della retorica anti-coloniale. «I governi del Sahel hanno effettivamente imposto royalties più elevate sulle attività estrattive e rafforzato il controllo statale sulle risorse. Ma questo non significa una vera rinazionalizzazione». Inoltre, sottolinea, i principali attori del settore minerario restano gli stessi: Cina, Canada, Australia, Sudafrica e, sempre più spesso, anche Stati Uniti e Regno Unito. Gran parte delle nuove entrate viene destinata alla sicurezza e alla spesa militare, senza però risultati decisivi sul terreno. «Nel 2024 e nel 2025 oltre la metà degli attacchi terroristici registrati nel mondo si è verificata nel Sahel», ricorda il ricercatore. In Burkina Faso vaste aree del territorio sfuggono ormai al controllo statale.
Il Sahel resta anche uno spazio di competizione geopolitica internazionale, sebbene oggi l’attenzione europea sia diminuita rispetto agli anni precedenti. «L’Ucraina, Gaza e il Medio Oriente hanno spostato il baricentro delle priorità occidentali», spiega Raineri. Tuttavia, paesi come Italia, Spagna e Francia continuano a seguire con attenzione la regione, soprattutto per le implicazioni migratorie ed energetiche.
Nel frattempo l’Alleanza degli Stati del Sahel – il blocco politico creato da Mali, Burkina Faso e Niger – prova a rafforzarsi. Sul piano simbolico i segnali di unità sono forti: passaporto comune, cooperazione militare, dichiarazioni di solidarietà reciproca. Ma nella pratica, osserva Raineri, «i passi concreti restano limitati». Il vero banco di prova riguarda il franco Cfa, la moneta comune ancora ancorata all’euro e percepita dai movimenti sovranisti come uno degli ultimi strumenti dell’influenza francese. «Per ora nessuno dei governi sembra pronto a rinunciare alla stabilità macroeconomica garantita dal Cfa», nota il ricercatore.
Il grande interrogativo ora riguarda il rischio di regionalizzazione del conflitto verso gli Stati costieri dell’Africa occidentale. In Benin e Togo gli attacchi jihadisti sono ormai frequenti, mentre il nord della Nigeria è sempre più connesso ai fronti saheliani. Ghana, Costa d’Avorio e Senegal sembrano invece ancora relativamente protetti.
Ma la traiettoria del jihadismo resta imprevedibile. «Il cuore politico e decisionale del Jnim è in Mali – conclude Raineri – e oggi il vero interrogativo è capire cosa accadrebbe se il movimento riuscisse davvero a conquistare il potere. Accetterebbe di restare confinato entro i confini maliani, come i talebani in Afghanistan, oppure punterebbe a un progetto transnazionale fondato sull’idea di una grande comunità islamica? È una domanda strategica che il sistema internazionale non può permettersi di ignorare».



