Oltre Wagner: Africa Corps nel Sahel non è solo un rebranding

di Tommaso Meo

di Andrea Spinelli Barrile

Un nuovo rapporto di The Sentry svela come il nuovo corpo abbia sostituito i mercenari di Evgenij Prigožin con una forza statale più pesante, gerarchica e radicata, ma non meno brutale

Dopo il fallimento del Gruppo Wagner, la Russia non ha ridotto la propria ambizione nel Sahel ma l’ha resa più stabile, più organizzata e più difficile da smantellare. Mosca sembra avere imparato dai limiti di Wagner soprattutto in Mali e sta costruendo qui una presenza meno improvvisata, più statale, più protetta, più regionale e più intrecciata all’economia.

Secondo il rapporto diffuso dalla non-profit americana The Sentry, Doubling Down, il cambiamento fondamentale risiede nel legame diretto della nuova forza armata con il Cremlino: mentre il Gruppo Wagner manteneva un certo grado di autonomia ed era un’azienda privata, Africa Corps – il suo successore – è una branca del ministero della Difesa russo (Gru), gestita dal viceministro Yunus-Bek Yevkurov e dal generale Andrey Averyanov.

Dal Gruppo Wagner all’Africa Corps

A differenza di Wagner, Africa Corps riceve massicce forniture di equipaggiamento pesante direttamente dallo Stato russo, come dimostrato dai tre grandi convogli militari arrivati a Bamako nel 2025. In Mali, inoltre, il rapporto con i paramilitari non è più gestito dal ministero della Difesa locale, ma dal capo dell’intelligence maliana (Anse), Modibo Koné, che risponde direttamente al presidente Assimi Goita.

Questa nuova forza è solo il tassello centrale di una strategia di accerchiamento russo nel Sahel. Cento uomini sono arrivati in Niger nel 2024 per installare sistemi di difesa aerea (oggi sarebbero oltre mille), circa 200 truppe d’élite proteggono la presidenza in Guinea Equatoriale e nuovi accordi del 2025 puntano al controllo del porto di Lomé, in Togo. Questa espansione configura una vera e propria galassia di influenza russa che spazia dal controllo logistico alla protezione dei regimi locali.

La nuova strategia «avversa al rischio»

La composizione degli armamenti inviati nel 2025 suggerisce un cambio di postura tattica: veicoli cingolati, artiglieria pesante e sistemi anti-aerei indicano una strategia «avversa al rischio». Questi mezzi non sono adatti a operazioni mobili nel deserto, ma sono destinati a proteggere le basi fisse. Africa Corps sta posizionando i propri avamposti in prossimità di asset strategici, come la base di Banimonotié, situata a soli 100 chilometri dalla miniera d’oro di Yanfolila.

Sebbene il dossier minerario resti centrale, la logica è cambiata: a differenza di Wagner, che cercava concessioni dirette, Africa Corps utilizza aziende russe e guineane già esistenti per facilitare le operazioni. Sul terreno, il perno nazionale è Andrey Ivanov, descritto come il vero capo dell’organizzazione nel Paese, che supervisiona le consegne e coordina le basi con un controllo molto più rigido e gerarchico rispetto al passato.

L’impatto sulla sicurezza e sui civili

La nuova struttura gerarchica ha però un costo operativo. Per muoversi dopo un attacco, i combattenti devono attendere il via libera di Ivanov, rallentando la risposta e frustrando gli ex membri Wagner abituati a maggiore libertà. Durante il blocco di Bamako imposto dal Jnim, l’Africa Corps è rimasto nelle basi, inizialmente per mancanza di autorizzazioni e poi per carenza di carburante. Tuttavia, nel nord le operazioni sono proseguite con incursioni ed esecuzioni sommarie.

Per la popolazione civile maliana, il passaggio di consegne non ha portato miglioramenti. I nomi “Wagner” e “Africa Corps” sono usati in modo intercambiabile dalle vittime: il report conferma un aumento di crimini come stupri, torture, decapitazioni e mutilazioni, in particolare nel nord del Mali e lungo il confine con la Mauritania. L’immagine che ne emerge è quella di una forza meno mobile e più prudente nella protezione dei propri assetti, ma ugualmente brutale verso i civili.

Il nodo delle sanzioni

Il rapporto di The Sentry esprime infine un giudizio critico sulla rimozione delle sanzioni statunitensi verso Sadio Camara e altri alti ufficiali maliani, avvenuta a fine febbraio. Questa mossa rischia di apparire come un «dolcificante diplomatico» inefficace, proprio mentre la presenza russa si consolida. Allentare la pressione su figure che hanno favorito l’ingresso dei paramilitari russi manda un segnale sbagliato: la partnership con Mosca non si è attenuata, si è semplicemente trasformata in un legame statale più radicato e difficile da scardinare.

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