di Céline Nadler
L’espansione infrastrutturale nell”est del Paese si scontra con la tutela di una delle più grandi migrazioni terrestri del pianeta. A Pibor istituzioni, comunità locali e ambientalisti discutono come conciliare nuove strade e servizi essenziali con la protezione degli storici corridoi attraversati ogni anno da milioni di antilopi
A Jonglei e nella regione del Grande Pibor, in Sud Sudan, agli abitanti non serve una mappa per comprendere i modelli migratori, ma solo l’esperienza vissuta. Con l’arrivo delle mandrie selvatiche, semplicemente gli spostamenti rallentano, l’attività agricola si interrompe e le comunità si adattano al passaggio di milioni di antilopi che attraversano le pianure orientali del Sud Sudan.
Questo modo di vita spiega tutta l’importanza di coinvolgere le comunità locali nello sviluppo di progetti mirati a costruire un nuovo futuro per quelle aree remote del Sud Sudan orientale, dove ogni anno, milioni di antilopi continuano a spostarsi lungo gli storici corridoi migratori che si estendono attraverso gli Stati di Jonglei e Grande Pibor verso le zone di confine con l’Etiopia. Gli ambientalisti descrivono questo spostamento, che coinvolge circa sei milioni di kob dalle orecchie bianche, tiang e altre specie, come la più grande migrazione di mammiferi terrestri al mondo, che attraversa una delle frontiere meno sviluppate dell’Africa.
Ed è proprio in questo contesto che le pressioni generate dalla necessaria espansione di strade e di progetti di sviluppo fanno emergere un dilemma: come costruire un futuro per le persone senza minacciare la sopravvivenza dei naturali spostamenti della fauna selvatica?
Per questo motivo si sono riuniti in questi giorni a Pibor funzionari governativi, legislatori, leader della comunità e operatori della conservazione per un seminario organizzato da African Parks, un’organizzazione no-profit per la conservazione ambientale fondata nel 2000, per discutere di come lo sviluppo delle infrastrutture possa procedere senza interrompere la circolazione della fauna.
«Non vogliamo che ci sia competizione tra gli sforzi di sviluppo e quelli di conservazione», ha detto Florentin Aseervatham, rappresentante di African Parks in Sud Sudan. «Entrambi dovrebbero procedere di pari passo».
In effetti, il Sud Sudan è sempre più sotto pressione per ampliare la rete stradale al fine di collegare le comunità remote a mercati, scuole e servizi sanitari. Perché sono ancora molte le aree che rimangono isolate per mesi durante la stagione delle piogge, quando le inondazioni isolano intere regioni. Gli ambientalisti avvertono tuttavia che infrastrutture mal pianificate rischiano di frammentare rotte migratorie esistenti da generazioni.
«Lo sviluppo delle infrastrutture stradali è molto importante. Ma dovrebbe coinvolgere tutti i soggetti interessati nel processo di progettazione», ha ancora riconosciuto il rappresentante di African Parks, che gestisce 24 aree protette in tredici Paesi, per un totale di oltre 20 milioni di ettari, tra cui Angola, Benin, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Malawi, Mozambico, Repubblica del Congo, Sud Sudan, Ruanda, Zambia e Zimbabwe.
Al centro del dibattito c’è una tensione più ampia nelle zone rurali del Sud Sudan, ovvero il difficile equilibrio tra esigenze economiche e tutela ambientale. Del resto, molte comunità locali non sono consapevoli dei benefici economici a lungo termine derivanti dalla conservazione ambientale e, spinti dalla povertà o dalla fame, alcuni dei loro membri si dedicano alla caccia o, anzi, al bracconaggio per il proprio sostentamento. In alcune zone, le mandrie migratorie causano anche conflitti, poiché gli animali attraversano terreni agricoli e pascoli, danneggiando i raccolti e costringendo il bestiame a spostarsi.
Secondo alcuni funzionari, le specie stanno già scomparendo da alcune parti del loro areale storico. Elefanti e giraffe potrebbero fare la stessa fine se la caccia dovesse continuare senza controllo.
Nonostante le pressioni, le autorità locali sostengono che i sistemi di governo tradizionali basati sulla comunità stanno iniziando a sostenere gli sforzi di conservazione, mentre gli ambientalisti ritengono che tali sistemi possono essere cruciali nelle aree in cui la presenza formale dello Stato rimane limitata.
Mentre il Sud Sudan porta avanti i piani per nuovi corridoi infrastrutturali, i funzionari si trovano a dover fare i conti con una finestra temporale sempre più ristretta per integrare la conservazione ambientale nella pianificazione dello sviluppo nazionale.Le decisioni prese in merito alla costruzione di strade, all’uso del territorio e al coinvolgimento delle comunità locali potrebbero determinare se una delle più grandi migrazioni del mondo continuerà a muoversi liberamente attraverso il territorio.
Per ora, le mandrie continuano a spostarsi e ad attraversare le regioni più isolate del Sud Sudan. Ma la corsa per proteggere i loro corridoi è già iniziata.



