Patto per l’acqua: l’Africa cerca fondi e competenze interne per battere la crisi

di Tommaso Meo
Un bambino beve acqua

Più di 400 milioni di persone in Africa non hanno accesso all’acqua potabile. Un dato drammatico, aggravato dal costante calo della capacità di stoccaggio e dai cambiamenti climatici che, entro il 2050, rischiano di tagliare il Pil di alcune regioni del continente di quasi il 12%. È partito da questi numeri della Banca Mondiale il presidente ciadiano Mahamat Idriss Deby per aprire il Forum africano dell’acqua che si è tenuto a N’Djamena il 15 e 16 luglio. Del resto, l’esempio più tangibile della crisi si trova a pochi chilometri dalla capitale: il lago Ciad, che un tempo sosteneva oltre 30 milioni di persone, in sessant’anni ha visto evaporare gran parte della sua superficie.

Per trasformare i buoni propositi in fatti, il Ciad ha siglato durante l’incontro un “Patto per l’acqua” da 3,8 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, impegnandosi a coprire il 20% della cifra con risorse nazionali. Ma i fondi interni non bastano. Deby ha infatti strigliato i donatori internazionali, chiedendo di accelerare l’erogazione dei finanziamenti promessi ad aprile con l’iniziativa Water Forward della Banca Mondiale. Un appello necessario, dato che diverse organizzazioni non governative denunciano da tempo il divario profondo tra le promesse sbandierate nei passati vertici sul clima e i soldi che vengono effettivamente versati.

La partita dell’acqua è anche un moltiplicatore di guerre. Nel Sahel la scarsità di risorse idriche accende le tensioni intercomunitarie e i conflitti per l’accesso ai pascoli. Per questo la gestione collaborativa dei bacini transfrontalieri è diventata una priorità geopolitica. Durante i lavori, ha raccolto ampi consensi la proposta del presidente della Repubblica Democratica del Congo, Félix Tshisekedi, di creare una vera e propria “coalizione per la sicurezza idrica” che unisca i Paesi africani in una gestione sostenibile.

Al forum si è fatta sentire anche la voce del presidente del Gabon, Brice Clotaire Oligui Nguema, che ha toccato un punto nevralgico: la necessità di valorizzare le competenze locali. L’Africa, ha spiegato Nguema, deve investire sui propri ingegneri, tecnici ed esperti finanziari, smettendo di affidarsi ciecamente a consulenze esterne al continente. Il Gabon, pur essendo ricco di risorse idriche, sconta gli stessi paradossi del resto della regione, tanto da aver dovuto dichiarare di recente lo stato di emergenza idrica per modernizzare il settore attraverso un nuovo Codice dell’Acqua. «Abbiamo le risorse e i progetti, ci manca la forza collettiva che questo Forum rappresenta», ha ammesso il leader gabonese.

Al tavolo dei negoziati, che ha visto la partecipazione anche del presidente mauritano Mohamed Ould Cheikh El Ghazouani e del nuovo capo di Stato beninese Romuald Wadagni, è rimasto però sullo sfondo il solito, amaro contrasto con la realtà. Come ha fatto notare il giornale Sahel Tribune, nello stesso Ciad che ha ospitato il vertice l’accesso all’acqua resta profondamente ineguale tra la capitale e le aree rurali, all’interno di un settore che sconta ancora pesanti critiche per la mancanza di trasparenza nella sua gestione.

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