L’Africa e la tregua perduta

di Tommaso Meo

di Stefano Pancera

La ripresa delle ostilità tra Usa e Iran si scarica sulle fragili economie africane, già prive di margini fiscali tra rincari del carburante e porti a rischio. Con il blocco dei fertilizzanti e lo spettro di una crisi alimentare, il continente prova a difendersi ridisegnando le sue rotte commerciali a favore di Mosca

La fragilissima tregua tra Stati Uniti e Iran è durata un battito di ciglia. Dopo che il 7 luglio tre navi sono state attaccate nello Stretto di Hormuz, gli Usa hanno subito risposto con nuovi raid sull’Iran e revocando il permesso di vendita del petrolio iraniano. E adesso, in Africa, cosa succede?

I numeri sulle conseguenze previste nel continente li ha messi in fila l’International Food Policy Research Institute (Ifpri), pubblicando un’analisi proprio alla vigilia dell’attacco nello Stretto di Hormuz e alla dichiarazione di Donald Trump che ha sepolto l’accordo. «Il cessate il fuoco credo sia finito», ha detto il presidente Usa, definendo gli iraniani «malati» e «bugiardi», e aggiungendo che negoziare con loro è «una perdita di tempo».

Secondo l’Ifpri, tra metà gennaio e metà giugno il prezzo medio del diesel nel continente è salito del 25%, contro il 70% del greggio sui mercati globali. Ma la media inganna. In Nigeria, dove i sussidi sono stati smantellati nel 2023, il diesel è aumentato dell’86% in valuta locale. In Tanzania, Etiopia, Lesotho e Liberia oltre il 50%. Nei Paesi del franco Cfa, invece, i prezzi alla pompa non si sono quasi mossi: la differenza l’hanno assorbita i bilanci pubblici. Ad aprile il Sudafrica aveva tagliato le accise sui carburanti per 6 miliardi di rand, la Namibia dimezzato i prelievi per tre mesi. In pratica le munizioni fiscali sono già state sparate. La seconda ondata ora trova le casse vuote. Il Paese africano tra i più colpiti resta l’Egitto. I ricavi del Canale di Suez erano già crollati del 60% nel 2024 per gli attacchi Houthi nel Mar Rosso: circa 7 miliardi di dollari persi. La guerra Usa-Iran del 2026 ha riaperto la ferita.

Poi c’è il Corno d’Africa, che potrebbe di diventare prima linea proprio per mano degli alleati yemeneniti dell’Iran. Se lo Stretto di Bab el-Mandeb, da cui passa circa il 12% del traffico marittimo mondiale, venisse chiuso o quasi, l’Africa orientale resterebbe schiacciata tra due strozzature: Hormuz e la sequenza Suez-Bab el-Mandeb. I più esposti sono Gibuti, Somalia e Somaliland. A Gibuti sorge Camp Lemonnier, l’unica base permanente americana nel continente: se la guerra davvero riparte, torna al centro del dispositivo militar Usa. Il Somaliland è già riconosciuto da Israele che vi ha stabilito una presenza d’intelligence e discute l’apertura di una base per sorvegliare il Mar Rosso. Senza contare che l’Eritrea aveva già concesso agli Emirati la base di Assab, cardine della campagna anti-Houthi in Yemen.

Il paradosso africano è noto ma la guerra lo ha reso feroce: il continente possiede circa il 9% delle riserve petrolifere mondiali e importa oltre il 70% del carburante raffinato che consuma. C’è però una novità di questi mesi : diversi Paesi hanno bussato alla raffineria Dangote di Lagos, in Nigeria, per forniture alternative. Per la prima volta un ammortizzatore della crisi è africano.

Resta però una possibile bomba a orologeria: il cibo. La guerra ha sconvolto la distribuzione di gas naturale liquefatto e di urea per i fertilizzanti e questo è un conto che non si vede alla pompa e non si legge nei listini del greggio. La ripresa del conflitto torna a compromettere le esportazioni di urea, il fertilizzante azotato più utilizzato al mondo e prodotto principalmente a partire dal gas naturale. I Paesi del Golfo sono tra i maggiori esportatori mondiali sia di gas naturale sia di urea. La chiusura di Hormuz ha bloccato circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti, sedici milioni di tonnellate l’anno.

Il Golfo, da cui parte quasi un terzo dell’urea mondiale, ha visto la produzione colpita: l’Iran ha fermato l’ammoniaca, il Qatar ha sospeso urea, ammoniaca e zolfo dopo i danni agli impianti. La Banca Mondiale prevede per il 2026 un balzo del prezzo dell’urea di quasi il 60%, con i fertilizzanti al livello di accessibilità peggiore dal 2022. Nel primo trimestre 2026 le forniture russe di fertilizzanti complessi all’Etiopia sono cresciute portandola al terzo posto mondiale tra gli importatori dalla Russia; verso il Sudafrica l’import è aumentato di oltre due volte.

Ogni rialzo del carburante diventa rialzo del cibo, e ogni rialzo del cibo, in economie senza margine, diventa rabbia. Così il continente si volta sempre più altrove: Nigeria e Ghana hanno già cominciato ad acquistare in anticipo fertilizzanti russi. Ogni mese di tregua mancata finisce per spostare poco per volta un pezzo di continente, un contratto alla volta.

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