Resistere all’omologazione

di Tommaso Meo

di Marco Trovato – Direttore editoriale della rivista Africa

Il mio maquis preferito, quel piccolo ristorante popolare nel cuore di Kinshasa dove mangiavo fufu e pesce alla griglia, non esiste più. Ci andavo appena potevo: fiumi di birra, nugoli di zanzare, musica assordante sparata da casse sfondate. Un caos che, sera dopo sera, aveva trovato la propria armonia. Al suo posto è arrivata una catena americana: luminosa, pulita, climatizzata, con il wifi gratuito. I miei amici congolesi mi ci hanno portato quasi con orgoglio: «Finalmente lo sviluppo è arrivato anche qui», hanno scherzato. Abbiamo mangiato hamburger e patatine in un locale identico a quelli di Parigi, New York o Milano. Stesse sedute, stesso menu, stessa luce neutra da aeroporto globale. Fuori, però, la città era rimasta la stessa: il traffico immobile, i venditori ambulanti, le cantilene dei predicatori evangelici, le mani tese dei bambini di strada. Dentro, invece, tutto sembrava sospeso in uno spazio senza memoria, dove i luoghi smettono di raccontare una storia propria. È in questa frattura – ormai così abituale da risultare quasi invisibile – che emerge una delle domande più scomode del nostro tempo: cosa resta delle differenze quando tutto comincia a somigliarsi?

«L’Africa che abbiamo conosciuto e amato è destinata a sparire, cancellata dall’omologazione», mi ha detto un amico che da decenni attraversa il continente senza fretta. Nelle sue parole non c’era nostalgia, né il tono solenne di una profezia: c’era piuttosto la lucidità di un’amara constatazione. È questo, in fondo, il grande paradosso della globalizzazione: mai il mondo è stato tanto connesso e, insieme, tanto incline a uniformare desideri, linguaggi e aspirazioni. Capitalismo, consumismo e individualismo non diffondono soltanto merci; esportano modelli di vita. E l’Africa, naturalmente, non ne è immune. Lagos, Nairobi, Accra, Abidjan sono immerse nei flussi globali: social network, fast fashion, musica internazionale, immaginari digitali che trasformano il quotidiano. Qui il futuro non sta arrivando: è già arrivato. Ma sarebbe un errore leggere tutto questo come una semplice occidentalizzazione. L’Africa non è una superficie passiva su cui si imprimono modelli esterni. Assorbe, filtra, rielabora. Trasforma ciò che riceve. La linea tra scambio culturale e omologazione è sottile, spesso difficile da individuare, e attraversa la vita di milioni di giovani urbani, connessi, esposti a un flusso continuo di immagini globali. È proprio in questa esposizione totale, però, che si gioca la partita decisiva. Non quella della scomparsa delle differenze, ma della loro ridefinizione. Non imitazione, bensì appropriazione e reinvenzione. È ciò che Ngũgĩ wa Thiong’o definiva “decolonizzare la mente”: non rifiutare il mondo, ma restituirlo in forme proprie. Il rischio reale non è lo scambio culturale in sé, ma la perdita di consapevolezza. Quando il consumo sostituisce il senso, quando l’adesione ai modelli esterni diventa automatica, quando il successo coincide soltanto con visibilità e ricchezza individuale, allora l’omologazione smette di essere un concetto astratto e diventa esperienza quotidiana.

Eppure l’Africa contemporanea continua a produrre anticorpi. La sua energia urbana e demografica genera anche nuove forme di autonomia culturale. Le stesse piattaforme digitali che diffondono modelli globali diventano strumenti di produzione indipendente di musica, arte, cinema, linguaggi politici. Artisti, registi e attivisti non si limitano a recepire narrazioni altrui: le riscrivono. Frantz Fanon ricordava che la decolonizzazione comincia dalla mente. Oggi quella tensione non passa dal rifiuto della modernità globale, ma dalla capacità di attraversarla senza esserne assorbiti. L’omologazione culturale non è inevitabile. Le differenze non rappresentano un residuo folkloristico del passato, ma una risorsa ancora viva e creativa. Difenderle non significa chiudersi al mondo, bensì scegliere cosa conservare, cosa trasformare e cosa rifiutare. L’Africa, in fondo, lo fa da sempre.

E forse, in un mondo che tende a diventare ovunque uguale a sé stesso, la forma più avanzata di modernità è proprio questa: restare consapevolmente diversi. Come quel locale della catena americana che, una sera, ha smesso di essere identico a tutti gli altri. Stavamo finendo di mangiare quando dal telefono di un cliente è partita una rumba travolgente. Una donna ha iniziato a battere le mani sul tavolo, poi un altro si è alzato a ballare. In pochi minuti le sedie sono state spostate, i tavoli avvicinati: l’ordine geometrico e asettico del locale si è sciolto nei corpi, diventati improvvisamente irrefrenabili. Il giovane manager ha provato a intervenire, poi ha ceduto a un sorriso. Perché anche lì, sotto la luce neutra e il logo globale, Kinshasa aveva semplicemente ripreso possesso dello spazio. E in quel momento è apparso evidente: l’omologazione può arredare un luogo, ma non decide mai davvero chi – e come – lo abita.

EDITORIALE DEL NUMERO DI LUGLIO-AGOSTO 2026 DELLA RIVISTA AFRICA

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