di Alberto Salza e Bruno Zanzottera
Nelle savane dell’Etiopia meridionale, i pastori borana hanno trovato un modo unico per vivere in pace, evitando litigi e contenziosi. Lo fanno senza capi, senza tribunali, e senza imposizioni dall’alto. Qui, la giustizia è un affare collettivo, e il consenso è il fondamento del vivere comune
Al pozzo di Melbana, nell’Etiopia meridionale, la terra canta. È una melodia profonda, vibrante, che accompagna la risalita dei secchi d’acqua dal cuore della steppa. Otto livelli, sedici uomini, una catena umana: ogni secchio passa di mano in mano, al ritmo imposto da un “capocoro” che regola il flusso osservando il bestiame in arrivo. Qui si canta per sincronizzarsi, per non sprecare. È efficienza preindustriale con la grazia di una liturgia.
Melbana è uno degli antichi pozzi a gradini dei Borana, pastori di zebù e dromedari che vivono tra Etiopia e Kenya. In queste terre aride, dove la pioggia è incerta e l’acqua scarsa, sopravvive solo chi sa organizzarsi. E i Borana hanno costruito una delle più sofisticate società pastorali del continente. La loro forza non è solo tecnica, ma politica. I pastori del Corno d’Africa sono spesso descritti come nomadi anarchici, liberi di seguire le nuvole e il bestiame. In realtà, la loro sopravvivenza dipende da regole ferree. Governati da un sistema orizzontale, ogni generazione assume la guida della comunità per otto anni, prima di cedere il passo alla successiva. È un ciclo continuo che intreccia lignaggi e classi d’età in una rete di riti, poteri e responsabilità condivise. Ciò che rende unica la società borana è la capacità di affrontare i conflitti attraverso la parola, il rispetto e la ricerca del consenso. Tutte le decisioni vengono prese collettivamente e approvate solo quando l’accordo è generale. Questo sistema, chiamato gadaa, traducibile come “legge di Dio”, regola tutta la vita politica, sociale, religiosa e militare della comunità. Nato nel XV secolo, ha permesso di contenere le faide e garantire la coesione interna (cfr. Africa 6/2012, “Campioni di democrazia”).
Vietato litigare
Le decisioni vengono prese all’unanimità in discussioni estenuanti – se non siete d’accordo, vi convincono a parole finché non cedete. Le assemblee possono durare giorni interi: l’obiettivo non è decidere in fretta, ma decidere insieme. Tutti parlano, tutti ascoltano. Gli errori si riparano con scuse pubbliche e risarcimenti proporzionati; la pena può essere ridotta per motivi familiari o ambientali. Alla fine, la comunità proclama: “La pace è tornata fra noi”.

I Borana – “la gente del mattino”, da boru, “aurora” – sono il gruppo più numeroso tra gli Oromo, popolazione della Rift Valley tra Etiopia e Kenya. Tradizionalmente nomadi, in parte oggi si sono sedentarizzati, dedicandosi anche all’agricoltura. Vivono in capanne di canne, fango e sterco essiccato, e conservano una peculiarità straordinaria: una democrazia diretta e assembleare che coinvolge l’intera comunità. I capiclan hanno ruoli simbolici e non detengono potere decisionale: garantiscono solo il rispetto delle regole del dibattito. Ogni assemblea si apre con l’intervento di un anziano, custode dell’orooro, il bastone cerimoniale che segna l’inizio della discussione. Poi chiunque può parlare, esprimendo il proprio punto di vista in lunghi discorsi misurati. Le decisioni non si basano su maggioranze ma su un consenso pieno e condiviso, raggiunto anche dopo giorni di confronto.
Giustizia esemplare
La critica è rivolta ai comportamenti, mai alle persone. Tutti hanno diritto e dovere di intervenire. Se qualcuno alza la voce, l’anziano dell’assemblea inizia a piangere pubblicamente: un gesto tanto teatrale quanto efficace, che riporta immediatamente la calma. Durante una disputa per l’uso di un pozzo, un allevatore accusato di egoismo ammise le proprie colpe e chiese perdono. L’assemblea decise un risarcimento di otto capi di bestiame, poi ridotto per via della malattia della madre, di un lutto familiare e della siccità che aveva decimato il gregge. Le pene non mirano alla punizione ma alla riconciliazione: mantenere buoni rapporti tra i clan è più importante che infliggere castighi esemplari.

Il perdono prevale sulla vendetta, a condizione che vi sia pentimento sincero. La condanna morale pubblica è la vera pena. Quando le parti si riconciliano, la comunità celebra la pace ritrovata. Nel corso della vita, ogni uomo borana attraversa tutti i gradi sociali e politici previsti dalla tradizione, ciascuno di durata limitata. Tra i 40 e i 48 anni si diventa Gada, il “capo rituale”, carica che dura otto anni e assicura il ricambio della leadership. Poi si entra nello status di Yoba (“ritirato”), con funzioni consultive, fino a divenire anziano. È una scala di vita che non ammette privilegi permanenti: ogni uomo sperimenta responsabilità diverse, ogni ruolo è temporaneo, ogni potere condiviso. Anche l’acqua obbedisce a questa logica: appartiene a tutti, ma solo se ciascuno rispetta le regole che ne garantiscono l’uso. A Melbana, come in ogni pozzo del deserto, il diritto è una questione di equilibrio. La sopravvivenza non dipende dalla forza, ma dalla misura.
Democrazia imperfetta
Le assemblee non servono solo a risolvere dispute legali: ogni decisione, dalla costruzione di un pozzo alla delimitazione dei pascoli o alle questioni familiari, è discussa pubblicamente. Nei casi più complessi si coinvolgono anche le autorità etiopi. Questa forma di democrazia, pur avanzata, non è priva di limiti. Come nell’antica Atene, le donne non hanno accesso al potere decisionale: possono assistere alle assemblee ma non parlare né votare. A rappresentarle sono i parenti maschi, che non sempre ne rispecchiano la volontà. Il sistema borana è lontano dalla perfezione, ma offre al mondo un modello alternativo di partecipazione e convivenza: una società dove la parola vale più del potere, il conflitto si risolve nel dialogo e la giustizia è un cammino verso la riconciliazione.
Nel deserto non si governa con la forza: si sopravvive solo insieme. Il gadaa dà forma e sostanza alla comunità. Nella savana arida, senza diritti condivisi e senza la ricerca costante della concordia, si muore – uomini e bestiame insieme. Una lezione antica, ma oggi più che mai necessaria, in un mondo dove la democrazia vacilla, il diritto internazionale fatica a imporsi, e la parola, spesso, non basta più.
Questo servizio è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



