L’estrazione artigianale dell’oro è un problema di sicurezza nazionale in Ghana

di Tommaso Meo
miniere, oro

Da semplice attività rurale di sussistenza a rete criminale armata: la galamsey devastata l’ambiente, sfida le autorità e minaccia la stabilità regionale, alimentando il timore di infiltrazioni jihadiste nei siti minerari

di Andrea Spinelli Barrile

La galamsey, come viene chiamata la pratica dell’estrazione artigianale dell’oro in Ghana (dalla lingua pidgin «gather them and sell», raccogli e vendi), non è più solo una questione ambientale o di ordine pubblico locale. Oggi rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale e regionale, con ramificazioni transnazionali anche più ampie.

Fino ad ora, la strategia della «linea dura» e i continui annunci normativi del governo di Accra sono stati una rincorsa affannosa contro un’economia parallela armata: quello che un tempo era un mezzo di sussistenza rurale si è trasformato in un sistema capace di sfidare l’autorità dello Stato e minacciare la stabilità dell’intera regione. Secondo l’ultimo report dell’Africa Center for Strategic Studies, il settore dell’oro artigianale e su piccola scala in Ghana (sesto produttore aurifero mondiale) genera circa 11 miliardi di dollari in valuta estera, superando i 9 miliardi delle grandi compagnie industriali legalizzate. Il problema per lo Stato ghanese è che tra il 70% e l’80% di questi piccoli minatori opera senza alcuna licenza.

L’evoluzione della galamsey ha subito un’accelerazione violenta negli ultimi anni, spinta dal combinato disposto di tre fattori: la crescita globale del prezzo dell’oro, l’assenza di controlli capillari e la massiccia penetrazione di capitali e macchinari pesanti stranieri, in particolare cinesi, con circa 50.000 operatori stimati sul campo. Draghe ed escavatori hanno sventrato riserve forestali e inquinato i principali bacini idrici del Paese (tra cui i fiumi Pra, Ankobra e Offin), portando periodicamente al blocco degli impianti di potabilizzazione e minacciando l’agricoltura e la produzione di cacao. E già questo sarebbe sufficiente per alimentare forti preoccupazioni sulla sostenibilità di questa pratica.

Tuttavia, ciò che preoccupa maggiormente le autorità ghanesi nel 2026 è la militarizzazione del settore. Le reti della galamsey non usano più solo il mercurio per estrarre l’oro, ma la coercizione e le armi da fuoco per difendere i giacimenti. Gli scontri hanno già provocato la morte di oltre 50 agenti di sicurezza e 120 civili, e le forze dell’ordine sequestrano una media di circa 1.500 armi da fuoco illegali all’anno nei soli siti delle regioni di Ashanti e Western, stando ai dati diffusi dal governo di Accra. La sfida attuale non è più soltanto ecologica o legata alla tutela delle colture: il timore geopolitico è che la fragilità di queste aree apra le porte al terrorismo di matrice jihadista, ricalcando quanto già avvenuto nei vicini Burkina Faso e Mali, dove i gruppi ribelli islamisti si sono infiltrati nelle miniere artigianali per autofinanziarsi e reclutare manovalanza tra i giovani marginalizzati.

Quello dei Paesi senza sbocco sul mare del Sahel è un esempio che vale come cartina di tornasole. Per fare fronte a queste preoccupazioni, il governo di Accra oscilla da tempo tra pugno di ferro e concessioni fiscali, in una rincorsa cronica ben documentata dagli archivi degli ultimi due anni. Già a ottobre 2024 la tensione sociale aveva spaccato i sindacati ghanesi contrari alla distruzione ambientale, sfociando in tre giorni di dure manifestazioni di piazza. Successivamente, tra luglio e settembre 2025, Accra ha risposto sul piano securitario prima con l’istituzione dell’ennesima task force dedicata all’oro, poi con una massiccia campagna di repressione militare e di polizia sul campo.

Consapevole che la sola forza non basta, tra ottobre e novembre dello stesso anno l’esecutivo ghanese ha tentato la via della trasparenza e dello stimolo economico, annunciando un audit a tappeto su tutte le imprese minerarie del Paese e azzerando l’Iva sulle esplorazioni nel tentativo di far emergere il sommerso. Infine, a dicembre 2025, è arrivato il divieto assoluto di attività minerarie nelle riserve forestali protette, l’ultimo fronte naturale assediato dalle ruspe.

Nonostante questa costante produzione normativa, la galamsey resiste perché profondamente radicata nel tessuto economico locale di oltre 120 distretti amministrativi su 261. Il meccanismo è ormai consolidato: il «bush buyer» (l’acquirente locale) compra l’oro in contanti e senza documenti, per poi convogliarlo verso hub regionali come Kumasi, dove l’oro estratto illegalmente viene mescolato a quello legale, sparendo definitivamente nei canali di esportazione ufficiali. Una reazione a catena che dimostra come la partita dell’oro ad Accra non si vincerà soltanto con i blitz militari nelle foreste o modificando le aliquote Iva: senza un controllo capillare della tracciabilità e una reale alternativa economica per le comunità rurali, la galamsey rimarrà un’idra impossibile da sconfiggere, capace di rigenerarsi dopo ogni task force.

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