In Tigray la crisi non è mai veramente finita

di Tommaso Meo
tigray etiopia

L’ex ambasciatore Giuseppe Mistretta spiega perché la pace del 2022 ha fallito e quali sono i rischi per il Paese e la regione

di Enrico Casale

Nel Tigray, regione a nord dell’Etiopia, le tensioni hanno ripreso il via martedì, quando le milizie, guidate dal Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), hanno assunto il controllo degli aeroporti di Makallè, Axum e Shire e hanno lanciato poi un’offensiva ad ampio raggio. Secondo fonti locali e internazionali, ieri sono proseguiti i combattimenti lungo il confine tra Tigray e Afar e nella regione di Amhara, dove sono stati segnalati scontri nei distretti di Gazgibela, nella zona di Wag Hemra, e di Gidan, Lasta e Raya Kobo, nel North Wello.

Gli ultimi sviluppi segnano un salto di intensità rispetto alla fase iniziata il 1° agosto a Shererina, nell’area di confine tra Etiopia e Sudan. Fino al 22 settembre, la violenza era infatti rimasta relativamente contenuta, con attacchi condotti dall’esercito federale etiope, soprattutto attraverso droni, contro esponenti del Tplf, concentrati in particolare a Makallè e nella zona meridionale del Tigray. Dall’inizio di settembre, tuttavia, le milizie tigrine hanno iniziato a dispiegare armi pesanti, tra cui carri armati e artiglieria, nella parte meridionale della regione. Il Tplf avrebbe inoltre intensificato da mesi il reclutamento forzato di uomini per ingrossare le proprie fila.

A tracciare una diagnosi lucida ed esplicita della situazione è Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore d’Italia in Etiopia, ex direttore per l’Africa subsahariana al ministero degli Affari Esteri e autore del saggio Tigray. La guerra invisibile. «Gli accordi di Pretoria del 2022 non hanno mai portato a una vera pacificazione – spiega l’ex diplomatico –. Nel territorio tigrino non è mai iniziato un reale rilancio economico; la regione è rimasta estremamente povera e segnata dalle ferite del precedente conflitto, senza che si sia mai avviato un percorso di giustizia transitoria».

Un carro armato danneggito fermo lungo una strada a nord di Makallè, il capoluogo della regione del Tigray, nel febbraio 2021. Foto: Eduardo Soteras / Afp via Getty Images)

A complicare il quadro politico e militare è intervenuto un fatto nuovo e dirompente: la nascita di un’alleanza operativa composta da sette gruppi di opposizione. Tra le sigle protagoniste figurano il Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigray), l’Ola (Esercito di liberazione oromo), le milizie Fano della regione Amhara e i combattenti della regione di Gumuz. «Questa coalizione – osserva Mistretta – ha dichiarato apertamente l’intenzione di unire le forze per scalzare dal potere il primo ministro Abiy Ahmed. Si tratta di un cartello eterogeneo che evidenzia quanto l’Etiopia si sia parcellizzata e frammentata rispetto al passato».

Nel Tigray, in particolare, è iniziata una coscrizione obbligatoria condotta alla luce del sole, con il reclutamento di numerosi giovani in vista di nuovi combattimenti. Ad aprile, poi, il Tplf ha ripristinato il parlamento regionale eletto prima della guerra del 2020, a capo del quale si è reinsediato Debretsion Gebremichael, una figura storicamente ostile al governo centrale di Addis Abeba. L’Accordo di Pretoria, mediato dall’Unione Africana, che ha messo fine al conflitto nel 2022, prevedeva invece un’amministrazione provvisoria per la regione fino all’organizzazione di nuove elezioni. Il ripristino del parlamento tigrino ha di fatto scavalcato questa amministrazione.

Sull’intero scenario pesa la regia dell’Eritrea e del suo leader Isaias Afwerki. «L’Eritrea – sottolinea Mistretta –, dopo essere stata una fondamentale alleata di Addis Abeba tra il 2020 e il 2022, è stata esclusa dai negoziati di Pretoria e si trova oggi in forte contrapposizione con il governo etiope, soprattutto a causa delle ambizioni del governo di Abiy di ottenere uno sbocco sul Mar Rosso presso il porto di Assab».

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Alcune soldatesse etiopi prigioniere arrivano al Centro di riabilitazione di Mekele, nella capitale della regione del Tigray, in Etiopia. Foto: Yasuyoshi Chiba / Afp

Nonostante la nascita dell’alleanza tra le sette sigle di opposizione, l’ambasciatore Mistretta solleva forti dubbi sulla loro reale capacità di rovesciare il governo centrale. «Le milizie – sottolinea – sono storicamente divorate da divisioni interne e, soprattutto, scontano un enorme limite strategico: la mancanza del controllo dello spazio aereo. Senza difese aeree, i gruppi di opposizione rimangono vulnerabili ai droni di fabbricazione iraniana, cinese e turca di cui dispone il governo etiope, spesso finanziati o veicolati attraverso la mediazione degli Emirati Arabi Uniti. Fu proprio il controllo dello spazio aereo a mettere in difficoltà le milizie tigrine e a portare a termine il conflitto nel 2022, aprendo la trattativa che ha portato agli Accordi di Pretoria».

Il rischio concreto è che il conflitto continui a consumarsi sotto forma di guerriglia tra le montagne tigrine, spingendo Addis Abeba a ricorrere ai bombardamenti aerei che colpiscono la popolazione civile. Sullo sfondo rimane un quadro geopolitico regionale fortemente destabilizzato, con l’Etiopia ai ferri corti con l’Egitto per la questione della Grande diga del rinascimento etiopico, con la Somalia per l’accordo tentato con il Somaliland e con il Sudan per le interferenze nei confronti della guerriglia locale.

«Questa spirale di instabilità interroga da vicino la politica estera italiana ed europea – evidenzia Mistretta –. L’Occidente si è spesso appiattito sulle posizioni del governo di Addis Abeba, continuando a inondare il Paese di aiuti economici senza verificare la reale efficacia della governance, né l’effettiva attuazione della giustizia transitoria o della ricostruzione. Ciò ha portato le diplomazie a ignorare la persistenza delle tensioni. Ridurre l’azione diplomatica al solo posizionamento economico, come nell’impostazione del Piano Mattei o del Global Gateway europeo, rischia di rivelarsi una scelta perdente se non accompagnata dalla classica ed essenziale politica di mediazione e dialogo politico».

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