Dal Ciad alla Nigeria, fino al Senegal, la kermesse che si svolge nella capitale dal 5 al 15 novembre si allarga per la prima volta ai film provenienti dalla regione
di Annamaria Gallone
Con la sua 32ª edizione, in programma a Roma dal 5 al 15 novembre, il MedFilm Festival compie una svolta inedita allargando per la prima volta la selezione ufficiale all’Africa subsahariana. Più che una semplice estensione geografica, si tratta di un cambio di paradigma culturale: il Mediterraneo cessa di essere percepito come una frontiera per rivelarsi uno spazio aperto di relazioni, linguaggi e memorie condivise che si spinge ben oltre le proprie sponde.
La scelta coinvolge tre Paesi – Ciad, Senegal e Nigeria – e si articola su due livelli complementari: la presenza di un film nella competizione ufficiale e la partecipazione di due progetti alla piattaforma industry del festival.
Le coproduzioni tra Dakar e Lagos
Alla piattaforma appartiene il Senegal, rappresentato da Fighters, progetto di Alassane Sy, selezionato nella sezione MedWIPs. La sua presenza è particolarmente significativa se si considera il ruolo storico del Senegal nella nascita e nello sviluppo del cinema africano. Dall’esperienza pionieristica di Ousmane Sembène, considerato uno dei padri del cinema africano moderno, fino alle opere di Djibril Diop Mambéty, Moussa Sène Absa e Mati Diop, il Paese ha rappresentato un laboratorio fondamentale di sperimentazione estetica e riflessione politica.
Il cinema senegalese ha saputo affrontare le contraddizioni della società postcoloniale, le trasformazioni urbane, le disuguaglianze e il rapporto tra tradizione e modernità, sviluppando un linguaggio capace di dialogare con il pubblico internazionale senza rinunciare alla propria specificità culturale. La selezione di Fighters nella sezione dei lavori in corso offre al progetto la possibilità di incontrare potenziali coproduttori e interlocutori industriali europei. Non è dunque una semplice vetrina: è un’occasione per sostenere concretamente la realizzazione e la circolazione di un film africano.
Altrettanto si può dire per la Nigeria, che arriva ai MedMeetings con The Boy Who Spoke Static, progetto del collettivo cinematografico The Agbajowo Collective nella sezione MedPitching, dedicata alle opere ancora in fase di sviluppo. La scelta è interessante anche per il contesto da cui proviene. La Nigeria è uno dei centri più importanti dell’industria cinematografica africana: Nollywood ha costruito negli ultimi decenni un sistema produttivo di straordinaria vitalità, caratterizzato da una capacità di realizzazione e distribuzione che ha raggiunto un pubblico vastissimo, dentro e fuori dal continente.
Accanto alla produzione commerciale, si è sviluppato un cinema indipendente sempre più attento alla ricerca formale, alle questioni sociali e alla sperimentazione narrativa. La presenza di un collettivo come The Agbajowo Collective in una piattaforma internazionale di coproduzione permette di guardare proprio a questa dimensione del cinema nigeriano.
Il ritorno di Haroun: una storia di alleanza femminile
È estremamente interessante soffermarsi su Soumsoum, la nuit des astres, il nuovo lungometraggio del regista ciadiano Mahamat-Saleh Haroun, una delle personalità più autorevoli del cinema africano contemporaneo. Il film, la cui sceneggiatura è firmata dallo stesso Haroun e dallo scrittore francese Laurent Gaudé, è stato presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 2026, insignito del premio Fipresci, e ora, al MedFilm, è inserito nel Concorso internazionale – Premio Amore e Psiche; sarà presentato in anteprima italiana domenica 8 novembre, alle 20.30, al The Space Cinema Moderno di Roma, alla presenza del regista.
La storia è molto suggestiva. In un villaggio isolato del Ciad nord-orientale, ai piedi dello spettacolare altopiano dell’Ennedi, vive Kellou, una ragazza di diciassette anni tormentata da visioni misteriose che non riesce a comprendere e che la fanno sentire diversa dagli altri. La sua nascita è stata segnata da una tragedia: la madre è morta mettendola al mondo. Per questo, nella comunità, Kellou è considerata una ragazza portatrice di sventura, una «figlia del sangue», sulla quale grava il sospetto di una maledizione.
La sua esistenza cambia quando incontra Aya, una donna quarantenne che vive ai margini del villaggio. Anche lei è una figura scomoda, guardata con diffidenza e ostilità dagli abitanti, che la considerano responsabile delle disgrazie che colpiscono la comunità. Aya, che conosce Kellou fin dalla nascita perché era presente al parto della madre, intuisce che le visioni della ragazza nascondono un dono particolare. Tra le due donne nasce un rapporto profondo, una sorta di alleanza spirituale e affettiva che permette a Kellou di cominciare a interpretare le proprie percezioni e di scoprire un universo di conoscenze che la comunità sembra aver dimenticato.
Ma il legame con Aya diventa motivo di ulteriore isolamento. In un ambiente dominato da autorità maschili, superstizioni e rigidità morali, il capo del villaggio vuole allontanare la donna, mentre gli abitanti cercano un capro espiatorio per le calamità che li colpiscono. Kellou si trova così davanti a una scelta: piegarsi alle imposizioni della comunità oppure difendere Aya e, attraverso di lei, la possibilità di un’esistenza libera. Aya offre a Kellou qualcosa che il mondo degli adulti le nega: la possibilità di non considerarsi un errore, una colpa o una maledizione. La loro relazione assume così un significato politico preciso. In una società nella quale gli uomini detengono il potere di stabilire chi è accettabile e chi deve essere espulso, la solidarietà tra due donne diventa un gesto di resistenza.
La loro vicenda diventa progressivamente il racconto di una trasmissione: quella di un sapere femminile antico, di una diversa relazione con la natura e con il mondo invisibile, destinato a scomparire se nessuno sarà disposto a custodirlo. È un’opera che segna un’interessante evoluzione nel percorso del regista che, pur rimanendo fedele al suo sguardo sulle contraddizioni della società ciadiana, si avventura qui nel territorio del realismo magico, del mito e del fantastico, per raccontare una storia di emancipazione femminile, memoria ancestrale e conflitto tra credenze antiche e potere patriarcale.
L’Ennedi come archivio vivente e la notte del «soumsoum»
Il Ciad che ci viene mostrato non è soltanto un territorio geografico, ma un universo culturale stratificato, nel quale il presente convive con una memoria ancestrale che sopravvive nei racconti, nei rituali, nelle credenze e nel rapporto con la natura. Il paesaggio dell’Ennedi, con le sue montagne monumentali, le gole, le rocce scolpite dal tempo e le distese desertiche, assume una funzione essenziale. Èm un archivio della memoria collettiva, un luogo nel quale sembrano essere depositate le tracce di un sapere che precede le strutture sociali e religiose attuali. Haroun filma questo territorio come uno spazio fuori dal tempo, dove la presenza dei vivi e quella dei morti non sono necessariamente separate. Le rocce sembrano custodire voci, le montagne diventano testimoni di una storia dimenticata e il paesaggio acquista una dimensione quasi sacrale.
È proprio in questa relazione tra uomo, natura e memoria che si manifesta la componente più originale del film. Il fantastico non interviene come evasione dalla realtà, ma come possibilità di accedere a una realtà più profonda, che la razionalità contemporanea non riesce necessariamente a comprendere. Dal punto di vista visivo, il film trova la sua espressione più convincente nella relazione tra i corpi e il paesaggio. La fotografia di Mathieu Giombini valorizza l’immensità dell’altopiano dell’Ennedi, alternando la luce intensa del deserto alle atmosfere notturne, nelle quali la presenza degli astri sembra stabilire un legame diretto tra la vicenda individuale e l’ordine cosmico. Le montagne sembrano avere una vita propria. Le loro forme evocano presenze, le fenditure delle rocce sembrano custodire memorie e il silenzio del deserto diventa una componente drammaturgica.
Il titolo, Soumsoum, è una delle chiavi interpretative più importanti dell’opera. Il soumsoum rimanda a una notte rituale, associata a maschere, desiderio, trasformazione e liberazione dei sensi. Una dimensione nella quale le convenzioni sociali possono essere temporaneamente sospese e nella quale il rapporto tra uomini, donne e mondo spirituale assume forme differenti da quelle stabilite dall’ordine quotidiano. Questa «notte degli astri» evoca dunque un tempo originario, una sorta di memoria cosmologica nella quale l’esistenza umana era ancora intimamente legata ai ritmi della natura e alle forze invisibili. Il film suggerisce così una riflessione più ampia sulla cancellazione delle culture ancestrali e sulla progressiva sostituzione di un universo spirituale plurale con sistemi di credenze più rigidi e gerarchici.
Il fantastico come scelta politica
Haroun non chiede allo spettatore di credere necessariamente nel soprannaturale. Gli chiede piuttosto di riconoscere che esistono forme di conoscenza e di percezione del mondo che non possono essere liquidate soltanto perché estranee ai sistemi culturali dominanti. In questa prospettiva, il fantastico diventa anche uno strumento politico: permette di immaginare un’altra organizzazione del mondo, un’altra relazione tra i sessi e un’altra concezione della libertà.
La dimensione spirituale non è separata dalla questione sociale. Al contrario, è proprio il recupero di una memoria spirituale alternativa che consente alle protagoniste di opporsi all’ordine costituito. La presenza del film a Roma è dunque anche l’occasione per ritrovare un autore che da anni lavora alla costruzione di un’immagine del Ciad non mediata dagli stereotipi occidentali, ma restituita attraverso la complessità delle sue contraddizioni e delle sue tradizioni.



