Elezioni di Midterm: cosa cambierebbe per l’Africa in caso di vittoria democratica?

di Tommaso Meo
Donald Trump

Nomine congelate, tagli agli aiuti bloccati e commissioni d’inchiesta sui dossier più opachi sono alcuni dei possibili scenari in vista

di Stefano Pancera

Cosa cambierebbe per l’Africa se, alle elezioni di midterm del 3 novembre, i democratici vincessero sia alla Camera, sia al Senato? Per ora è un’ipotesi, ma sembra uno scenario molto realistico: i democratici hanno la possibilità concreta di riprendere il controllo di una delle due camere del Congresso, o addirittura di entrambe. E le conseguenze, anche per l’Africa, potrebbero essere interessanti.

Alla Camera i democratici partono favoriti, al Senato la partita è più stretta. I repubblicani hanno 53 seggi su 100, ai democratici ne servono quattro in più e a seconda dei sondaggi le stime di possibile vittoria variano. Se, e sottolineo se, dopo il 3 novembre i democratici prendessero entrambe le camere, il presidente Donald Trump si troverebbe a governare con un Congresso ostile. E probabilmente cambierebbe il metodo, più che la direzione, della sua amministrazione.

Nuovi interlocutori con l’Africa?

Chiunque vinca, al Senato una cosa cambierà comunque: l’interlocutore della Casa Bianca sull’Africa. Jeanne Shaheen infatti lascerà a gennaio. Alla guida dei democratici della commissione Esteri è atteso Chris Coons, che tra il 2011 e il 2015 ha presieduto la sottocommissione per gli Affari africani. Con una maggioranza democratica ne diventerebbe presidente, altrimenti guiderebbe l’opposizione. In entrambi i casi, a negoziare su nomine, aiuti e accordi africani sarà uno dei pochi senatori che seguono il continente da quindici anni.

Poi ci sono gli ambasciatori ancora da votare: in Egitto Nick Oberheiden, in Camerun Christian Ehrhardt, in Ruanda Nicholas Checker. Se il Senato non li conferma prima di gennaio, le nomine decadono e Trump dovrà ripresentarle al nuovo Senato. A quel punto, con la maggioranza in pugno, i democratici potrebbero bloccarle. O trascinarle per mesi.

Vero, la politica estera resterà comunque saldamente in mano a Trump fino al 2029, ma il Congresso controlla i soldi, le nomine, le indagini. Chi ha la maggioranza presiede le commissioni. E chi presiede le commissioni convoca audizioni, chiede documenti, emette citazioni, interroga sotto giuramento: è questo che preoccupa l’amministrazione americana.

Le commissioni Esteri potrebbero aprire fascicoli sui rapporti con Haftar in Libia, sul ruolo degli Emirati nel conflitto sudanese, sui termini dell’accordo minerario congolese. La Camera, inoltre, potrebbe vincolare i fondi sanitari gestiti dal Dipartimento di Stato a condizioni di trasparenza. E bloccare i pacchetti di tagli che l’amministrazione chiede di approvare a posteriori, che è poi lo strumento usato per ridurre gli aiuti esteri. Il limite è che anche il bilancio deve portare la firma del presidente ed il risultato sarebbe una trattativa, con il rischio concreto di paralizzare il governo.

Cosa rischiano Trump e i suoi

Trump è già stato messo sotto accusa due volte, nel dicembre 2019 e nel gennaio 2021. A gennaio lo ha detto lui stesso: se perde il voto di metà mandato, i suoi avversari troveranno un motivo per un nuovo impeachment, ma per metterlo in difficoltà ai democratici basterebbe molto meno.

Con la maggioranza anche in una sola camera controllerebbero le commissioni, e le commissioni possono convocare, chiedere carte, interrogare sotto giuramento. Sull’Africa il primo nome sulla lista sarebbe quello di Massad Boulos. Consigliere di Trump per gli affari arabi e africani, suocero di Tiffany Trump: è l’uomo di Washington per l’Africa.

È stato una figura centrale nella diplomazia americana su Congo e Ruanda e sui minerali critici. In Libia il suo piano darebbe la presidenza del Consiglio presidenziale a Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa, lasciando a Tripoli il premier Abdul Hamid Dbeibah.

In Sudan il generale Abdel Fattah al-Burhan lo accusa di parlare con la lingua degli Emirati, principale sostegno delle Forze di supporto rapido. Insomma un personaggio quantomeno discusso.

Eppure quest’uomo che gestisce la politica africana di Washington non sarebbe mai stato interrogato da un senatore. Nessuno gli ha chiesto pubblicamente dei suoi interessi in Nigeria, degli affari del figlio, dei rapporti con gli Emirati. I democratici non potrebbero bloccarlo né rimuoverlo ma, con una maggioranza più solida, potrebbero però convocarlo in commissione e chiedergli conto di tutto questo.

Gli accordi opachi con il continente

Una commissione a guida democratica potrebbe anche chiedere, per esempio, i testi e le clausole sull’uso dei dati sanitari estratti da molti paesi africani. Dal dicembre 2025 più di venti paesi africani hanno firmato accordi bilaterali opachi con Washington che sostituiscono i vecchi programmi di aiuto, con fondi legati alla delicatissima condivisione dei dati sanitari.

Infine, più di dieci Paesi africani, tra cui Ruanda, Uganda, Ghana, Eswatini, Sud Sudan e Liberia, hanno accettato di ricevere persone arbitrariamente espulse dagli Stati Uniti. Molti di questi accordi oggi restano segreti: testi, condizioni e termini finanziari non sono mai stati pubblicati integralmente. I democratici hanno annunciato un’indagine, e potrebbero negare i fondi.

Ma i limiti post elezioni di midterm restano pesanti. Il veto del presidente, purtroppo, è sempre in agguato, e si supererebbe solo con i due terzi di entrambe le camere. Una soglia fuori portata per i democratici, in qualsiasi scenario.

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