Intervista al sedicente “presidente eletto” della Repubblica Democratica del Congo che ad Africa Rivista ha raccontato la battaglia della coalizione C64 contro la revisione costituzionale voluta dall’attuale capo di Stato, il no alle armi e la ricerca di partner internazionali credibili
di Céline Camoin
Sul suo bigliettino da visita si presenta come «presidente eletto, Repubblica Democratica del Congo»: Martin Fayulu, in visita a Roma e intervistato da Africa Rivista, continua a considerare l’attuale capo di Stato congolese, Felix Tshisekedi, un «usurpatore di potere», sin dalle elezioni del 30 dicembre 2018. Non solo, la possibile modifica della Costituzione, voluta dal presidente e oggetto di aspro dibattito nel Paese, potrebbe dare a Tshisekedi la possibilità di correre anche per un terzo un mandato, quando i primi due non sono riconosciuti da una parte dell’opinione pubblica.
La battaglia sulla Costituzione
«Nel 2028 deve esserci un’alternanza al potere. Volente o nolente, Felix Tshisekedi deve andare via. È per questo motivo che vogliamo sederci attorno a un tavolo e trovare soluzioni per l’avvenire del Paese». Un dialogo nazionale davvero inclusivo e un chiaro «no» a un cambio della Costituzione sono i pilastri della campagna della piattaforma C64 – Coalizione articolo 64 – nata lo scorso maggio con l’intento di difendere l’articolo della Carta fondamentale che recita: «Ogni congolese ha il dovere di opporsi a qualsiasi individuo o gruppo di individui che prenda il potere con la forza o che lo eserciti in violazione delle disposizioni della presente Costituzione. Ogni tentativo di rovesciare l’ordine costituzionale costituisce un reato imprescrittibile contro la nazione e lo Stato».
Dei cinque leader politici della C64, riuniti per la prima volta in presenza a Roma dal 25 al 27 ottobre, Fayulu è l’unico che non ha mai avuto ruoli di primo piano nell’apparato statale congolese, se non alcuni incarichi come deputato. Forse per questo gode del consenso dei suoi concittadini che lo ritengono «puro» e sincero quando promette di impegnarsi per il bene del popolo, diversamente dalla schiera di politici cleptocrati che hanno governato il Paese per decenni, e contro i quali lo stesso Fayulu insorge con veemenza.
Le contestate elezioni del 2018
Classe 1956, Martin Madidi Fayulu ha lavorato nel settore privato, con ruoli importanti nella compagnia petrolifera ExxonMobil fino al 2003, prima di impegnarsi gradualmente in politica. Nel 2018, viene scelto come candidato comune del fronte dell’opposizione per contrastare il delfino di Joseph Kabila, rimasto 18 anni al potere. Tshisekedi e Vital Kamerhe cambiano poi idea e abbandonano il sostegno, candidandosi per conto proprio e facendo vacillare il patto dell’opposizione. Il verdetto della Corte costituzionale, che attribuisce la vittoria al figlio dello storico oppositore Etienne Tshisekedi, è fortemente contestato non solo dallo stesso Fayulu, ma anche da una parte della società civile, tra cui la Conferenza episcopale congolese (Cenco), i cui osservatori elettorali avevano conteggiato una vittoria di quest’ultimo.

Il rischio balcanizzazione
Oggi, spiega ad Africa Rivista il presidente di Ecidé (Engagement pour la Citoyenneté et le Développement), «un cambio di costituzione potrebbe portare alla balcanizzazione del nostro Paese. Coloro che si trovano in zone sotto controllo ruandese, ad oggi, potrebbero non ritenersi coinvolti da questo cambio e tenere un’altra forma di Repubblica». D’altronde, come procedere a un referendum se parte del Paese non è sotto controllo del governo?
La stessa domanda si pone in vista delle prossime elezioni presidenziali, teoricamente in programma tra due anni. Nell’est del Paese è guerra aperta e una parte significativa delle province orientali è amministrata da una ribellione politico-armata, ora capeggiata dall’ex presidente Kabila. Non è escluso che l’argomento della guerra possa far slittare il calendario elettorale. Tra le varie teorie dei detrattori, c’è anche quella di un complotto segreto tra Kabila e Tshisekedi per mantenere uno stato di insicurezza che farebbe comodo agli interessi di alcuni.
Nonostante le difficoltà «servono elezioni credibili e pacifiche, affinché un domani si possano avere istituzioni legittime in Rdc», sottolinea Fayulu. Se Tshikekedi è considerato un presidente «legale», con il beneplacito della Corte Costituzionale, «non deve essere considerato un presidente legittimo, perché – sostiene l’intervistato – non è il vero vincitore delle elezioni».
«Noi, congolesi, abbiamo il dovere di salvare Paese, di salvaguardare l’integrità territoriale, di fare in modo che il potere in carica rifletta la volontà dei cittadini, sulla base di un programma coerente, per un periodo limitato e determinato dalla Costituzione, cinque anni rinnovabili una sola volta. Nessuno può accaparrarsi il potere e voler cambiare la Costituzione», dichiara ancora Fayulu.
Dialogo inclusivo e stop alla via militare
Assieme all’ex primo ministro Augustin Matata Ponyo Mapon, all’ex governatore del Katanga, Moise Katumbi, all’ex ministro della Pianificazione, Delly Sesanga, all’ex primo vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, Jean-Marc Kabund, Fayulu ha co-firmato in questi giorni a Roma una dichiarazione il cui punto numero uno è proprio il primato della Costituzione. I cinque leader condannano inoltre il ricorso alle armi per accedere al potere. «Non c’è soluzione militare alla crisi che sta attraversando il Paese. Chiediamo un dialogo nazionale inclusivo per la cessazione delle ostilità, la riunificazione del Paese e il rafforzamento della coesione nazionale», si legge nella nota.

La C64 chiede infatti discussioni con «tutte le parti in conflitto per porre fine all’escalation militare e alla crisi umanitaria. Il processo di Doha deve essere coordinato e produrre risultati verificabili: rispetto del cessate il fuoco, monitoraggio credibile della sua attuazione, protezione dei civili e accesso umanitario». La C64 esige il rispetto della risoluzione 2773 delle Nazioni unite che raccomanda tra l’altro il ritiro delle truppe straniere dal territorio nazionale. Chiede inoltre il rilancio della facilitazione africana condotta dall’Angola e dal Togo, attorno alla mediazione delle Chiese (Ecc-Cenco) per articolare le iniziative in corso con gli sforzi internazionali.
Risorse, sviluppo e nuovi partner
La coalizione afferma poi che «gli impegni strategici nati dall’accordo di Washington saranno preservati e benefici agli Usa e alla Rdc al prezzo della stabilità, del buon clima degli affari e della lotta alla corruzione da parte di dirigenti eletti legittimamente, in conformità con la Costituzione del 18 febbraio 2006».
«Il Congo – sottolinea Fayulu – deve avere partner affidabili, in un’ottica di win-win. Vogliamo partner sinceri, non egoisti, che guardino al proprio sviluppo ma anche allo sviluppo del nostro Paese. In questo, l’Italia può essere un buon partner. Vogliamo creare valore aggiunto, creare ricchezza, affinché i 120 milioni di congolesi beneficino anche loro dalle ricchezze del proprio sottosuolo».



