A un mese dalla ripresa della guerra, le forze tigrine continuano a combattere nonostante l’avanzata dell’esercito federale. Il fragile accordo di pace è ormai compromesso, mentre le tensioni con l’Eritrea e la contesa per l’accesso al Mar Rosso rischiano di trascinare l’intero Corno d’Africa in un conflitto più ampio
di Enrico Casale
Il leader del Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf), Debretsion Gebremichael, ha dichiarato, nel corso di un intervento alla televisione locale, che le truppe tigrine continuano a combattere e che la regione autonoma «diventerà un cimitero per i nemici». A un mese dalla ripresa del conflitto con l’esercito federale, la situazione nel Corno d’Africa si fa sempre più critica. Si delineano scenari di profonda instabilità geopolitica che coinvolgono l’Eritrea e le rotte strategiche del Mar Rosso.
Mentre il governo centrale etiope, guidato dal primo ministro Abiy Ahmed, rivendica la riconquista delle principali aree urbane e dei centri nevralgici, le forze del Tplf hanno adottato una strategia basata su operazioni mordi-e-fuggi nelle zone rurali. Questa tattica mira a sfruttare la dispersione sul terreno delle truppe federali. Il movimento rivendica successi militari e l’eliminazione di molti soldati governativi negli scontri, soprattutto nel Tigray settentrionale e centrale.
Un conflitto solo sopito
Il ritorno alle armi non è arrivato all’improvviso. L’accordo di Pretoria, firmato nel novembre 2022 dal governo federale etiope e dal Tplf, aveva posto fine alle principali ostilità della guerra iniziata nel novembre 2020. Il conflitto aveva provocato una catastrofe umanitaria. Secondo le stime dei ricercatori dell’Università di Gand, citate dall’Associated Press, 500.000 persone sono morte per violenze, fame e collasso dei servizi sanitari. L’intesa di Pretoria prevedeva il disarmo delle forze tigrine, il ripristino dell’autorità federale e la reintegrazione degli ex combattenti nella vita civile. Tuttavia, questioni territoriali, divisioni politiche e la mancata piena attuazione degli impegni hanno impedito una riconciliazione duratura.
Secondo l’analisi pubblicata il 1° ottobre dal centro studi britannico Chatham House, il deterioramento dei rapporti tra Addis Abeba e la dirigenza tigrina si è aggravato nei mesi precedenti alla ripresa dei combattimenti. A maggio, il Tplf aveva ripristinato il precedente consiglio legislativo regionale e nominato Debretsion Gebremichael alla guida del Tigray. Questa decisione ha posto fine all’amministrazione provvisoria regionale prevista dal processo di pace e ha approfondito lo scontro con il governo di Abiy Ahmed e con le autorità regionali che avevano sostenuto il percorso negoziale.
La ripresa delle ostilità
Il 23 settembre sono riprese le ostilità. Le forze tigrine hanno attaccato installazioni aeroportuali e posizioni militari. Secondo Reuters, i combattenti hanno conquistato tre aeroporti regionali e avviato operazioni nelle confinanti regioni di Afar e Amhara, con il sostegno di gruppi armati locali. L’esercito federale ha risposto con operazioni terrestri e attacchi con droni, sostenendo di aver respinto l’offensiva e di aver ucciso, ferito o catturato oltre 500 combattenti. Reuters ha precisato di non aver potuto verificare autonomamente questi dati.
Il quattro ottobre le forze governative e le milizie alleate sono entrate a Makallè, capoluogo del Tigray, dopo il ritiro del Tplf. L’avanzata ha consentito ad Addis Abeba di riprendere il controllo di importanti centri urbani, ma non ha eliminato la capacità di resistenza del movimento nelle aree rurali e montuose.
È questo il punto centrale del messaggio diffuso da Debretsion. Il leader tigrino ha sostenuto che le sue forze stanno conducendo operazioni mobili lontano dai centri urbani più popolati, per sfruttare la dispersione delle truppe federali. Ha inoltre rivendicato successi tattici negli scontri delle settimane precedenti, senza fornire elementi indipendenti di verifica. Il governo etiope non ha risposto alle sue ultime dichiarazioni.
La valutazione trova riscontro nelle cautele degli analisti. Interpellato dall’Associated Press, Magnus Taylor, vicedirettore per il Corno d’Africa dell’International Crisis Group, ha avvertito che la perdita di Makallè non significa la fine del conflitto. Il controllo delle città e delle strade principali rende più difficili i movimenti dei combattenti, ma non garantisce il controllo delle vaste aree rurali in cui le forze tigrine possono riorganizzarsi.
La crisi interna al Tplf
La dimensione militare si intreccia con una profonda crisi politica interna al Tplf. Dopo la guerra precedente, il movimento si è diviso tra dirigenti favorevoli al processo di pace e una componente più intransigente, tornata a prevalere. Chatham House segnala anche il malcontento per le difficili condizioni economiche, le defezioni di esponenti di spicco e le denunce sul reclutamento forzato di giovani nelle forze di difesa tigrine. Le autorità locali hanno respinto le accuse, sostenendo che i combattenti si uniscono volontariamente alla difesa della regione.
Un elemento di novità rispetto alla guerra del 2020-2022 è la formazione di una coalizione di opposizione armata che riunisce movimenti di diverse regioni dell’Etiopia. A settembre, il Tplf e altri sei gruppi hanno annunciato la creazione dell’Alliance for Survival, con l’obiettivo di rovesciare il governo di Abiy Ahmed e insediare un’amministrazione transitoria.
Tra i gruppi indicati dalla Chatham House ci sono il movimento Fano, composto da miliziani amhara, e l’Esercito di liberazione oromo (Ola). Si tratta di un’alleanza politicamente fragile. Le formazioni hanno interessi diversi e alcune sono state in passato nemiche del Tplf. Le forze amhara, in particolare, sono state accusate di gravi violenze contro la popolazione tigrina durante la guerra precedente, mentre resta aperta la controversia sul controllo del Tigray occidentale.
La coalizione amplia il fronte di opposizione ad Abiy Ahmed, ma la sua capacità di operare in modo coordinato resta incerta per via delle divisioni interne alle singole organizzazioni. Per il governo federale, tuttavia, il rischio è che le insurrezioni locali si alimentino a vicenda, costringendo l’esercito a combattere su più fronti contemporaneamente.
La crisi Etiopia ed Eritrea
La crisi più pericolosa è quella tra Etiopia ed Eritrea. I due Paesi erano alleati durante la guerra contro il Tplf, ma i rapporti si sono deteriorati dopo gli accordi di Pretoria. L’Eritrea non ha partecipato all’intesa e teme che il rafforzamento militare etiope e le ambizioni marittime di Addis Abeba possano minacciare la sua sovranità.
Il sette e l’otto ottobre, secondo il monitoraggio di Acled e le ricostruzioni del quotidiano britannico The Guardian, truppe eritree avrebbero attraversato il confine meridionale raggiungendo l’area di Adigrat, nel Tigray orientale. Le forze etiopi avrebbero risposto con attacchi di droni contro i mezzi eritrei. La presenza effettiva delle truppe non è stata verificata in modo indipendente in tutti i dettagli. Asmara ha contestato le accuse etiopi di aggressione e destabilizzazione.
L’11 ottobre, secondo al-Jazeera, Addis Abeba ha denunciato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite presunte incursioni eritree fino a 60 chilometri all’interno del territorio etiope. Il governo eritreo ha respinto le accuse, definendole un pretesto per un’offensiva etiope. La crisi diplomatica si è trasformata in un confronto diretto, in cui le dichiarazioni ufficiali vanno distinte dalle notizie confermate sul terreno.
L’accesso al mare
Al centro della rivalità c’è l’accesso al Mar Rosso. L’Etiopia, priva di sbocco sul mare dall’indipendenza eritrea del 1993, dipende in larga misura dai porti stranieri per il commercio marittimo. Il governo di Abiy Ahmed considera l’accesso diretto al mare una priorità strategica e ha più volte richiamato l’importanza del porto eritreo di Assab. Asmara teme che queste aspirazioni si traducano in un tentativo di acquisire il controllo di parte della propria costa.
La questione marittima si inserisce in un contesto regionale già segnato dalla guerra in Sudan, dalle tensioni tra Etiopia ed Egitto sulla gestione delle acque del Nilo e dalla competizione per l’influenza nel Corno d’Africa. Le accuse di sostegno esterno ai gruppi armati si moltiplicano senza trovare sempre conferme indipendenti. L’Etiopia accusa l’Eritrea di appoggiare i ribelli, mentre Asmara nega. Addis Abeba accusa inoltre Egitto e Sudan di sostenere la coalizione armata, ma i governi interessati respingono le addebiti.
I civili pagano il conto
A pagare il prezzo più alto della ripresa delle ostilità è la popolazione civile. Il Tigray non si è ancora ripreso dalla guerra precedente. Secondo Reuters, a febbraio 2026, 750.000 persone risultavano ancora sfollate all’interno della regione, mentre la siccità legata a El Nino aggravava le difficoltà. Alla fragilità economica e alimentare si aggiunge il rischio di nuove interruzioni dei servizi essenziali.
Già a fine settembre, Reuters riferiva di residenti di Makallè e Adigrat che facevano scorte di cibo e prelevavano denaro per timore di un nuovo assedio. Erano state segnalate carenze di medicinali e aumenti dei prezzi, mentre la sospensione dei voli verso Lalibela, nella regione di Amhara, evidenziava l’estensione dell’insicurezza. Il 20 ottobre, secondo Rfi, un attacco con droni nel Tigray meridionale ha provocato quattro morti. Nei giorni precedenti erano stati segnalati altri attacchi nella regione di Amhara, anche contro civili e una scuola.
Il governo federale ha annunciato il 16 ottobre la formazione di un’amministrazione provvisoria per il Tigray con un mandato di sei mesi. La misura serve a ripristinare i servizi pubblici, favorire il ritorno degli sfollati e preparare nuove elezioni regionali. Il provvedimento non però ha ancora prodotto una soluzione condivisa con il Tplf.
Una pace ancora lontana
Sul piano diplomatico, gli Stati Uniti hanno sollecitato la de-escalation tra Etiopia ed Eritrea. Anche l’Unione europea e le Nazioni Unite hanno chiesto il ritorno al processo di pace mediato dall’Unione africana. Ma, secondo l’analisi di Chatham House, l’accordo di Pretoria non ha prodotto un’intesa politica sufficientemente solida da garantire una pace duratura, mentre le rivalità regionali ostacolano la riapertura di un negoziato efficace.
Le dichiarazioni di Debretsion Gebremichael confermano che la riconquista delle principali città non equivale alla fine della guerra. Il Tplf intende dimostrare di conservare capacità militari e di poter prolungare il conflitto. Addis Abeba punta a consolidare il controllo del Tigray e a ripristinare un’amministrazione regionale sotto la propria influenza. Il pericolo maggiore è che questa nuova fase di guerra interna si saldi con la rivalità tra Etiopia ed Eritrea, trasformando una crisi territoriale in un conflitto regionale con conseguenze per l’intero Corno d’Africa.



