Cosa cambia in Rd Congo con Kabila a capo della ribellione

di Tommaso Meo
Joseph Kabila

Poco amato nei sondaggi ma ancora influente negli apparati: le ragioni dell’alleanza tra l’ex capo di Stato e l’M23 e i rischi di un pericoloso ritorno al passato un Paese già instabile

di Céline Camoin

L’Alleanza Fiume Congo (Afc) non esiste più, al suo posto è nato il Fronte per la rifondazione della nazione (Frn). Il 12 ottobre, Joseph Kabila, ex presidente della Repubblica Democratica del Congo, è stato indicato alla guida di questo movimento politico-militare, che riunisce, tra gli altri, i vertici dell’Afc e del Movimento del 23 marzo (M23). Un annuncio che continua a suscitare scalpore, ma che offre anche una maggiore chiarezza per comprendere la crisi. Come si è arrivati a questa svolta?

A fornire elementi di risposta è un’analisi di Ange Makadi Ngoy, ricercatrice del centro Ebuteli, un istituto congolese di ricerca sulla politica, la governance e la violenza. «Condanne, prese di distanza, riaffermazioni di sostegno al presidente Félix Tshisekedi: queste sono alcune delle reazioni seguite all’annuncio che Joseph Kabila ha assunto il comando della ribellione. Tre giorni prima, l’interessato, in un discorso pubblicato sui social media, aveva annunciato che avrebbe svelato “nelle ore, nei giorni e nelle settimane a venire” la sua visione per “salvare” il Paese, sostenendo che le sue proposte, i suoi avvertimenti e i suoi consigli sono stati ignorati da chi governa il Paese», ricorda Makadi Ngoy.

Dall’esilio alla ribellione

Per comprendere questo annuncio, l’analista torna indietro a febbraio 2025, quando Kabila, allora in esilio, aveva interrotto il suo silenzio. In un editoriale pubblicato sul quotidiano sudafricano Sunday Times, criticò l’operato del suo successore, Tshisekedi, denunciando la situazione politica e di sicurezza nel Paese. Nelle settimane successive, l’ex capo di Stato, intensificò i propri interventi sui media. Nell’aprile 2025, l’annuncio del suo ritorno in Rd Congo passando da oriente. In discorso alla nazione, Kabila criticò quindi nuovamente il regime di Tshisekedi, per poi presentare le sue 12 proposte per far uscire il Paese dalla crisi. Pochi mesi dopo, nell’ottobre 2025, lanciò Salviamo la Rdc, una piattaforma politica che riuniva diverse personalità contrarie al regime di Kinshasa. Poche settimane prima era stato condannato a morte in contumacia per diversi reati, tra cui tradimento e insurreziome.

«Questa cronologia evidenzia un’evoluzione nel posizionamento politico e pubblico di Joseph Kabila: dapprima la ripresa di un ruolo nel dibattito politico, poi la volontà di strutturare un’opposizione al potere e, infine, il legame diretto con un movimento politico-militare – osserva l’analista –. Tale legame, tuttavia, non è una novità: l’ultimo rapporto di luglio degli esperti delle Nazioni Unite menzionava già legami crescenti tra lui e l’Afc/M23».

Una sponda a Kigali

Cosa cambierà adesso con l’esplicita presa di posizione di Kabila? «In primo luogo, Kabila conferisce al movimento un volto nuovo: quello di un ex capo di Stato che ha guidato il Paese per quasi 18 anni. Questa dimensione può garantire al Frn una visibilità politica, sia a livello nazionale che continentale, superiore a quella di cui godeva la sola Afc/M23», guidata da Corneille Nangaa, già presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni). «In secondo luogo – prosegue la ricercatrice – la presenza di Kabila consente al Frn di manifestare con maggiore chiarezza le proprie ambizioni politiche nazionali. Tale evoluzione può, al contempo, favorire la narrazione del Ruanda, che descrive il conflitto come una questione innanzitutto congolese. Ciò non mette comunque in discussione il sostegno di Kigali alla ribellione, documentato in diversi rapporti degli esperti delle Nazioni Unite».

La presenza di Kabila non è dunque sufficiente a cancellare la dimensione regionale del conflitto ma, ciononostante, «essa può modificare la percezione del movimento da parte di una fetta dell’opinione pubblica. Resta da vedere se questo cambio di orientamento politico si tradurrà anche in una modifica dei rapporti di forza militari e del margine di manovra nei confronti del Ruanda».

Popolarità ai minimi, ma l’influenza è intatta

Un’altra domanda da porsi è: qual è l’influenza di Kabila sul piano interno? Già nel 2016, il Gruppo di studio sul Congo (Gec) aveva documentato, attraverso un sondaggio condotto tra maggio e settembre, il calo della sua popolarità rispetto alle elezioni del 2011. Nel più recente sondaggio di Ebuteli, pubblicato nel giugno 2026, egli ha ottenuto il 3% delle preferenze come personalità più apprezzata dagli intervistati. Esiste tuttavia una differenza tra popolarità e influenza: pur non essendo popolare, il suo status di ex presidente, le sue reti politiche e la sua conoscenza delle istituzioni e dell’apparato di sicurezza possono pesare sui calcoli politici dei vari attori in campo.

Per quanto riguarda il processo di pace di Doha, il Fronte per la rifondazione della nazione offre una chiarezza sul piano politico. Il movimento politico-militare ha dichiarato di voler riprendere i diritti, gli obblighi e gli impegni assunti, in particolare quelli sottoscritti nel quadro dei negoziati di Doha. La questione ora è se tali negoziati possano essere sufficienti a gestire le ambizioni politiche nazionali manifestate dal Frn, o se queste debbano essere affrontate all’interno di un dialogo politico congolese più inclusivo.

Il dilemma delle armi

L’ascesa di Kabila alla guida del Frn solleva, in ultima analisi, una questione che va oltre i rapporti tra vecchi e nuovi leader: quella del «ricorso alle armi come mezzo per farsi ascoltare e per esercitare un peso sul poter». Jospeh sembra riproporre lo scenario che portò suo padre, il defunto Laurent-Désiré Kabila, a rovesciare la dittatura di Mobutu. Tuttavia, intraprendere lo stesso percorso proprio mentre sostiene di aver avviato il Paese verso la democrazia rappresenta un passo indietro e una contraddizione rispetto ai principi che egli stesso ha difeso durante il suo mandato», ritiene Ngoy.

Allo stesso tempo, è necessario analizzare le condizioni politiche che spingono alcuni attori a considerare la lotta armata come un’opzione percorribile. Le ambizioni legate a un eventuale terzo mandato presidenziale, la restrizione dello spazio politico e la repressione delle voci dissenzienti alimentano la sfiducia verso le istituzioni e verso le prospettive di un’alternanza democratica. Tali fattori possono favorire la radicalizzazione di alcuni soggetti, senza per questo giustificare il loro ricorso alle armi. La democrazia congolese si ritrova così indebolita, tanto dalla ribellione quanto da pratiche di governo che minano la competizione politica pacifica.

«Questo dibattito sul futuro della democrazia nella Rdc non deve far dimenticare le conseguenze della guerra sulle popolazioni civili: il loro bisogno di sicurezza, l’accesso agli aiuti umanitari e l’aspirazione a ritrovare una vita normale, all’insegna della pace. Al di là della figura di Kabila e del Frn, l’obiettivo deve rimanere quello di costruire una soluzione che consenta di uscire dal conflitto in modo duraturo, affinché l’imbracciare le armi non sia più un mezzo per farsi ascoltare e affinché le popolazioni non continuino a pagare il prezzo delle rivalità politiche. Una soluzione di questo tipo richiede anche di salvaguardare uno spazio per quegli attori che hanno scelto di condurre la propria battaglia politica senza ricorrere alla violenza», conclude l’analista.

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