Nel piccolo e storico quartiere di Accra affacciato sul Golfo di Guinea, la boxe è parte della vita quotidiana. Nei cortili di Bukom, decine di palestre a cielo aperto forgiano campioni e speranze. Qui è nato Azumah Nelson, leggenda ghanese del ring. Tra il degrado coloniale e la nuova modernità, i pugili continuano a tirar pugni per un futuro migliore
di Chiara Piaggio*
Jamestown, affacciato sul golfo di Guinea, è il più antico e densamente popolato quartiere di Accra, capitale del Ghana, oggi ai margini del centro urbano. Nato come insediamento del popolo Ga, divenne un crocevia del commercio, un punto d’incontro tra mercanti, pescatori e colonizzatori, prima di essere inghiottito dalla metropoli in espansione. Il suo nome risale al 1673, quando gli inglesi vi costruirono il James Fort, progettato per difendere i propri interessi e il commercio di oro e schiavi. Gli edifici sono bassi, i servizi insufficienti e gli spazi, dentro e fuori, ristretti. I resti scrostati delle vecchie case coloniali e delle loro persiane lasciano intuire lo sfarzo di un tempo, ricordo di dolorose ingiustizie. Lungo la strada che conduce verso il faro a strisce bianche e rosse, un ingresso anonimo si confonde con il resto del paesaggio: la porta in legno è mezzo divelta, un buco al posto della serratura. Sembra essere stata messa lì solo a definire un confine, con un valore puramente simbolico. Sul muro che le sta intorno, alto quanto la porta, non c’è nessuna insegna. Tutti nella zona lo sanno: all’interno, insieme ad abitazioni private, c’è la palestra di boxe Akotoku.
Dove la boxe è vita
Siamo a Bukom, un minuscolo quartiere nel quartiere, conosciuto come la mecca del pugilato: la zona con la maggior densità al mondo di scuole di boxe, quasi trenta nello spazio di pochi chilometri quadrati. Seminascoste a chi non è del luogo, senza insegne a indicarle, si trovano all’interno di cortili. Come tutte le cose che fanno parte della vita quotidiana, non vengono esibite, mostrate, raccontate. Nelle palestre a cielo aperto, su un ring di cemento e poco più, si allenano pugili professionisti, amatoriali, bambini. Nei cortili la boxe si mescola alla vita quotidiana. Manager, direttori di palestre, campioni passano le loro giornate insieme agli abitanti del cortile, tra bimbi insaponati nelle tinozze, donne che fanno il bucato e panni stesi sulle corde che circondano il ring. È soprattutto nel weekend che il quartiere si anima: cucine di strada diffondono fumo e odore di pesce affumicato, bambini giocano, qualcuno balla, mentre musica highlife gracchia da altoparlanti di grosse dimensioni. Come le case e la lingua, anche la boxe è un retaggio del colonialismo britannico, che ai suoi tempi aveva vietato l’allora vigente pratica del combattimento di gruppo a mani nude (asafo atwele), molto diffusa tra l’etnia Ga fino alla prima metà del XX secolo, in favore della boxe e delle sue regole. Oggi questa eredità convive con la modernità di una metropoli in espansione. Da alcuni anni, a fare da contrappunto al decadimento del passato coloniale e al degrado che ancora segna molte strade e cortili, sono nati smart café, spazi di coworking, luoghi di ritrovo che attirano creativi dal Ghana e dall’estero. Sulla spiaggia una piccola baraccopoli è stata recentemente sgomberata (dunque spostata) per far spazio a ruspe con ideogrammi cinesi che lavorano per costruire un nuovo porto.
Un mondo a parte
Nel cortile, i pugili stanno finendo il loro allenamento. I combattimenti sono ormai terminati, ma qualcuno ancora colpisce i sacchi, lo sguardo fisso, gocce di sudore che risplendono sotto il sole di fine giornata. Theo, allenatore e manager, mi viene incontro sorridendo. Ha il viso tondo e gli occhi vispi, e una calma che sembra inscalfibile. «Scusa, credo di essere in ritardo! Sai, il traffico…», dico guardando l’orologio. «Non ti preoccupare, qui vige il Gmt!» La serietà del volto contrasta con la battuta, spesso usata dai ghanesi per sottolineare l’approccio rilassato a tempi e orari: Ghana Man Time, un fuso orario a sé. Ci sediamo su una panca. Di fronte a noi due bambini di sette o otto anni, in silenzio, ripetono i movimenti dei grandi, senza guantoni, senza colpire nulla se non l’aria. «Vengono tanti bambini qui, ad allenarsi?», chiedo incuriosita dalla serietà dei piccoli pugili. «Sì, organizziamo allenamenti per loro. È un modo per farli stare in un ambiente sano, farli andare a scuola. Sai, alcuni vivono nelle baraccopoli qui intorno», dice riferendosi a Old Fadama, l’insediamento vicino alla discarica non troppo distante.

«Ma perlopiù vengono professionisti. Persone che vivono di boxe». Certo. La boxe, qui, non è un passatempo, è un modo di stare al mondo. «E tu, non hai provato a diventare un pugile?», chiedo mentre un giovane poco distante si allena con un sacco. Sferra un destro, poi un altro. Si ferma. Si guarda. Chissà a cosa pensa. Alla fama, ai soldi, a un torneo internazionale? «Mi allenavo, da bambino, ma non avevo la stoffa. Così ho iniziato a fare il cronometrista, poi l’assistente allenatore e ora eccomi qui. Ti ho mai detto che Azumah Nelson si allenava qui, all’Akotoku?». La sua voce, già calma d’abitudine, si fa sempre più fioca, fondendosi con il crepuscolo.
La gloria e la polvere
Negli ultimi settantacinque anni, avevo letto, Bukom e i suoi cortili hanno prodotto campioni su campioni, perfino cinque titoli mondiali: Alfred Kotey, Ike “Bazooka” Quartey, Joseph Agbeko, Joshua Clottey e lui, il pluricampione Azumah Nelson, detto “il Professore” per la sua capacità di «insegnare ai suoi avversari una lezione». Tre volte campione del mondo tra gli anni Ottanta e Novanta, è stato proclamato eroe nazionale e la International Boxing Hall of Fame lo ha riconosciuto come uno dei più grandi pugili di tutti i tempi. Ritiratosi nel 2008, è tornato a vivere in Ghana. Oggi, però, non vive più a Bukom. Adesso può permettersi una villa con piscina circondata da alte mura, con una palestra e un bar, in un quartiere benestante. A Bukom, invece, c’è il suo fan club, lì dove anche lui, come succede agli attuali campioni dopo i combattimenti, è stato sollevato dalle braccia dei suoi tifosi anni fa, agli inizi della carriera, e portato in giro per tutto il quartiere tra risa, urla e festeggiamenti.

Sui ring di cemento, sotto il sole, si allenano insieme campioni, dilettanti e bambini. La boxe, come la lingua e molte tradizioni, è un’eredità del colonialismo britannico: i governatori vietarono le antiche lotte a mani nude dei Ga e introdussero il pugilato. Oggi quella eredità è diventata identità. Foto: Olympia de Maismont / Afp
Azumah Nelson, come alcuni degli abitanti di Jamestown, è discendente di quelli che vengono definiti tabom people: un gruppo di schiavi deportati in Brasile, tornati poi in Ghana dopo l’abolizione della schiavitù. Nel XIX secolo una piccola percentuale di ex schiavi tornò in Africa. In Ghana arrivò, nel 1836, una settantina di persone di sette diverse famiglie, a bordo della nave inglese Salisbury, e approdò a Jamestown. Il nome poi attribuitogli, tabom, deriva dalla risposta “tá bom” che gli ex schiavi erano soliti fornire a chi gli chiedeva “how are you?”. Vista la bella accoglienza ricevuta, alcune di queste persone, e così i loro discendenti, sono rimaste a vivere a Jamestown, dove la prima casa abitata dai tabom people è adesso diventata un museo, la Brazil House. […] Ma Bukom è anche il luogo di quelli che non ce la fanno. C’è chi continua a sperare, allenandosi all’alba sulla spiaggia, sotto la pioggia o nel caldo soffocante. Chi, dopo anni di tentativi, torna dalla breve illusione con le tasche vuote e le ossa indurite. E si rifugia in un altro lavoro improvvisato.
* Il testo di questo articolo è tratto, per gentile concessione dell’autrice, da L’Africa non è così. Cronache da un continente frainteso (Einaudi, 2025, pp. 176, € 16,50), un libro che intreccia racconti di viaggio, riflessioni e storie di ieri e di oggi, con l’obiettivo di restituire la complessità e la vitalità di un continente troppo spesso semplificato.
Questo servizio è uscito sul numero 3/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



