La Russia in Sahel punta tutto sulla diplomazia delle risorse

di Tommaso Meo

Tra cooperazione agricola, forniture militari e presenza degli Africa Corps, la Russia consolida la sua posizione nella fascia del Sahel. Un’intesa strategica che si traduce anche in appoggio politico in sede delle Nazioni Unite. In Niger, Mali e Burkina Faso la protezione immediata ai governi locali fa emergere degli interrogativi sul futuro della sovranità e sul controllo delle risorse naturali della regione

di Marcella Mazzarelli

Ad inizio ottobre, il ministro dell’Energia russo Sergey Tsivilev è andato in visita a Niamey, la capitale del Niger. La visita è stata la tappa conclusiva di un tour di che lo ha portato anche in Burkina Faso e Mali, ora tutti parte dell’Allenza degli Stati del Sahel (Aes). Durante il viaggio diplomatico, Tsivilev ha incontrato i leader delle giunte militari locali, incluso il presidente nigerino Abdourahamane Tiani.

In quell’occasione, a Niamey è stata istituita la commissione intergovernativa bilaterale, articolata su quattro tavoli di lavoro principali: energia ed esplorazione geologica, agricoltura, trasporti e infrastrutture. L’incontro è servito anche a definire i progetti strategici e ad allineare le posizioni diplomatiche in vista del Summit Russia-Africa previsto a Mosca a fine ottobre, ampliando il perimetro delle intese attraverso offerte dirette di supporto logistico per la fornitura di gas, grano, fertilizzanti e tecnologie per la trasformazione locale dei minerali.

Tsivilev ha ricordato che la Russia è uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di fertilizzanti, evidenziando che oltre 20.000 tonnellate di concime russo sono state fornite al Niger sotto forma di aiuto umanitario. Il ruolo di preminenza russo nella produzione di grano e fertilizzanti si intreccia con le necessità di sicurezza alimentare del Niger e di altri stati africani, che importano tra il 30% e l’80% del loro fabbisogno di grano proprio da Russia e Ucraina. La produzione agricola locale dipende dai concimi azotati e potassici di cui la Russia (insieme alla Bielorussia) è uno dei massimi produttori globali.

Il garante delle giunte shaeliane

Il ruolo della Russia nel Sahel, sempre più incisivo, non riguarda soltanto grano e fertilizzanti. Ad agosto, quando le armi hanno ripreso a sparare all’interno di una base militare di Niamey, il governo nigerino ha fatto ricorso all’intervento diretto dell’Africa Corps – la struttura con cui il ministero della Difesa russo ha riorganizzato gli ex mercenari del Gruppo Wagner che operano nel continente. Una parte dell’esercito si era ammutinata per compiere un tentativo di colpo di stato e i droni e le forze di terra di Mosca hanno fornito la copertura decisiva per riprendere il controllo della base e ristabilire l’ordine. Secondo diversi analisti, la scelta di ordinare a contingenti stranieri di sparare sui soldati dell’esercito nazionale è la spia di una profonda dipendenza politica della giunta dalla protezione offerta dal Cremlino.

Il caso del Niger è uno dei più plastici del riassetto geopolitico in corso nella regione saheliana. Dopo aver spinto verso l’uscita le truppe francesi e decretato il ritiro dei contingenti statunitensi, il Niger – insieme a Mali e Burkina Faso – si è unito nell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes). Una mossa, quest’utlima, che ha comportato la rottura con la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas). Secondo gli osservatori internazionali, la Russia ha trovato in questo vuoto lo spazio per diventare garante dei regimi al potere espandendo il suo ruolo strategico oltre l’affiancamento delle truppe locali nella lotta al jihadismo.

Armi e nucleare come monete di scambio

Secondo i dati del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) la fornitura di armi rimane un aspetto centrale dell’attivismo russo in Africa. Nonostante il prolungato conflitto in Ucraina abbia assorbito gran parte delle risorse industriali russe – provocando un crollo del 64% delle esportazioni globali di armi di Mosca nel quinquennio 2021-2025) – Mosca garantisce ancora il 12% delle forniture militari nella regione sub-sahariana, posizionandosi come partner primario per le giunte che necessitano di armamenti leggeri, elicotteri e assistenza tattica senza condizionalità democratiche o sui diritti umani.

L’appoggio militare si sviluppa in parallelo alla firma di accordi per lo sfruttamento delle concessioni minerarie ed energetiche strategiche. Nel luglio 2025, Niamey e Mosca hanno sottoscritto un Memorandum di intesa per lo sviluppo dell’energia nucleare a scopo civile. Senza essere al momento vincolante, la mossa ha un forte valore simbolico: per il Niger la cooperazione nucleare si inserisce nel quadro di più ampie ambizioni di industrializzazione, sovranità economica e ammodernamento delle infrastrutture nazionali.

Questo allineamento si concretizza anche nel settore estrattivo dell’uranio. La società statale nigerina Timersoi National Uranium Company (Tnuc) ha siglato un accordo di cooperazione con Uranium One Group, controllata del colosso statale russo Rosatom per l’avvio di esplorazioni geologiche nei giacimenti più promettenti e, successivamente, aprire nuovi siti estrattivi. A sottolineare la portata politica dell’accordo sono state le parole del Segretario Generale della Tnuc, Issoufou Tsalhatou, il quale ha evidenziato come il Niger intenda ampliare la propria base mineraria avvalendosi dell’esperienza e delle competenze gestionali dei partner russi.

L’influenza della Russia in Africa

La presenza di Mosca nel continente non è una novità. Fin dal XIX secolo l’impero Russo aveva l’ambizione di stabilire delle basi navali strategiche che collegassero i suoi territori orientali e occidentali e di coltivare i rapporti tra la Chiesa ortodossa Russa e quella Etiope. La cooperazione tra Russia (allora Urss) e alcuni Paesi africani è stata saldata e approfondita durante la Guerra fredda, quando l’Unione Sovietica sosteneva i movimenti di liberazione anticoloniali. La strategia russa odierna, secondo gli analisti, ha un’impronta decisamente meno ideologica e più pragmatica e opportunistica. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, la Russia, colpita dalle sanzioni occidentali, ha accelerato la ricerca di nuovi sbocchi commerciali e sponde diplomatiche.

Secondo i sondaggi la guerra in Ucraina non ha aumentato la popolarità della Russia tra la popolazione civile africana – colpita dai rincari alimentari e dalle ripercussioni economiche del conflitto – ma nonostante questo, Mosca ha ottenuto risultati decisivi in termini di appoggio politico in sede delle Nazioni Unite. Nelle principali votazioni dell’Assemblea Generale dell’Onu per condannare l’invasione dell’Ucraina o sospendere la Russia dal Consiglio dei Diritti Umani, circa la metà delle nazioni africane (26 su 54) si è astenuta o ha votato contro.

Secondo alcuni analisti africani, come Gilles Yabi – fondatore del think thank Wathi – se è vero che l’acquisto di sicurezza da parte dei governi saheliani garantisce la loro tenuta immediata, la cessione di quote di sovranità e di ricchezze naturali rischia di sostituire una vecchia dipendenza post-coloniale con una nuova tutela mercenaria. In occasione dell’arrivo dei primi mercenari russi del Gruppo Wagner in Mali, Yabi scriveva: «Presentare la presenza russa come una vittoria della sovranità africana è un’illusione. Sostituire la dipendenza da Parigi o Washington con la tutela di Mosca o dei mercenari mercantili mercantili non è decolonizzazione; è semplicemente cambiare il proprietario delle proprie ricchezze».

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