I veterani ribelli di Prigozhin controllano i traffici lungo il fiume Oubangui al riparo da occhi indiscreti, alimentando le milizie locali con il tramadolo: la «cocaina dei poveri»
di Stefano Pancera
Lungo il corso superiore del fiume Oubangui, nel cuore della Repubblica Centrafricana, passa di tutto: carburante, armi e anche tramadolo, il farmaco con cui si finanzia quel che resta del gruppo Wagner nel Paese. Wagner era la milizia privata che per anni ha combattuto per conto di Mosca in mezza Africa. Poi, nell’agosto di tre anni fa, il fondatore Evgenij Prigozhin è morto in un misterioso incidente aereo e il Cremlino ha assorbito quasi ovunque le sue attività, ribattezzandole Africa Corps e mettendole sotto il controllo diretto del ministero della Difesa.
Quasi ovunque, appunto. Perché in Centrafrica la riorganizzazione è riuscita solo a metà: un nucleo di uomini Wagner non si è piegato al riordino voluto da Mosca ed è rimasto attivo. Lo racconta una recente inchiesta del Wall Street Journal, che descrive un territorio sottratto sia alle autorità del governo di Faustin-Archange Touadéra sia allo stesso controllo russo.
Sarebbero almeno 500 i veterani che non risponderebbero più al Cremlino, ma direttamente a Pavel Prigozhin, il figlio del fondatore, che avrebbe ereditato le risorse economiche del padre, interessi nell’oro compresi, e i suoi rapporti con gli apparati di sicurezza e di intelligence centrafricani. Mosca, finora, avrebbe lasciato correre, evitando lo scontro aperto.
E quegli uomini ormai non contano più soltanto su sé stessi e sul traffico d’oro, ma anche sul tramadolo, un oppioide sintetico usato come analgesico. A dosi moderate attenua il dolore; ad alte dosi può avere effetti stimolanti e alterare il comportamento di chi lo assume. Chi combatte lo prende in quantità massicce lo fa per entrare in uno stato di trance in cui la paura non arriva mai. A Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, lo chiamano la cocaina dei poveri.
La catena parte dall’India, dove le aziende farmaceutiche esportano il farmaco verso società con sede nella Repubblica Democratica del Congo. Sulla carta, le spedizioni risultano da 50 milligrammi, che è la dose regolare, ma nel carico, dicono ricercatori e commercianti, viaggiano nascoste anche compresse ad alto dosaggio. Da Kinshasa i contrabbandieri riconfezionano le pillole e le portano a Zongo, città di frontiera, per poi farle attraversare il fiume fino alla Repubblica Centrafricana.
Da lì, su moto e piccoli camion, le scatole finiscono nei negozi, nei supermercati, sulle bancarelle e nelle piccole farmacie della capitale. La domanda è così alta che, in un anno, il prezzo è triplicato, ma Bangui non è un’anomalia. Il rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine registra che tra il 2020 e il 2024 la grande maggioranza dei sequestri mondiali di tramadolo è avvenuta in Africa: il continente è diventato il mercato di destinazione di un farmaco che si produce altrove, e la Repubblica Centrafricana ne è al tempo stesso un capolinea e uno snodo di ridistribuzione.
Resta una domanda: come può un farmaco da pochi centesimi contare quanto l’oro? La risposta è che il tramadolo è solo un secondo flusso che si aggiunge a quello dell’oro, ma il guadagno vero non è nella pillola in sé: è nel pedaggio. Quelle casse passano tutte dal fiume Oubangui controllato dai veterani di Wagner. Chi tassa questo traffico incassa comunque, partita dopo partita.
I margini spiegano l’interesse. Una partita che in Centrafrica vale circa 7.000 dollari, portata in Camerun, ne può fruttare oltre 20.000. Prima, però, i contrabbandieri devono pagare le tangenti agli uomini di Wagner e ai gruppi armati alleati che presidiano il percorso. Global Initiative, un’organizzazione indipendente con sede a Ginevra, stima che il gruppo guadagni già 180 milioni di dollari l’anno dalle sole esportazioni illecite di oro. E tutti questi soldi, racconta l’inchiesta, servono a comprare più armi per le milizie.
La pillola si è insinuata in ogni livello della vita sociale e politica. I minatori nei pozzi d’oro la prendono per reggere turni massacranti. I combattenti la assumono ad alte dosi prima degli scontri. E negli ultimi mesi i veterani avrebbero esteso il controllo, rifornendo di tramadolo anche membri della guardia presidenziale e della milizia giovanile filogovernativa.
Questo traffico è passato però quasi inosservato ai media. La spiegazione, secondo Cameron Hudson, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano, è che la Repubblica Centrafricana è isolata e conta poco sullo scacchiere strategico: un Paese che nessuno guarda lascia più libertà di manovra a chi ci opera, e la violenza che vi cresce non fa notizia.
In Mali o in Mozambico Wagner ha incontrato difficoltà vere, perché doveva vedersela con gruppi armati legati allo Stato Islamico. In Centrafrica, quel tipo di minaccia non c’è. Il timore, adesso, è che la rete si allarghi. A preoccupare soprattutto è il Sudan, dove le Forze di supporto rapido stanno consolidando la presenza nelle regioni meridionali e occidentali del Paese, vicino al confine centrafricano.
La Repubblica Centrafricana è l’ultimo centro operativo rimasto di Wagner in Africa, avverte Nathalia Dukhan, ricercatrice di Global Initiative. Cresce però il timore che i paramilitari stiano entrando nel Darfur, possibilmente in coordinamento con le Forze di supporto rapido. Il fiume che separa Zongo da Bangui non è più soltanto un confine.



