I rappresentanti di otto nazioni si sono confrontati in Somalia per approvare un quadro legislativo sovranazionale che prevenga questa pratica
di Enrico Casale
Mogadiscio ha ospitato la scorsa settimana un evento di portata storica nella lotta alle mutilazioni genitali femminili. La Somalia, entrata nella Comunità dell’Africa orientale alla fine del 2025, ha organizzato la prima audizione pubblica dell’Assemblea legislativa dell’Africa orientale (Eala, East African Legislative Assembly) dedicata alla proposta di legge regionale finalizzata all’eliminazione di questa pratica. Durante l’incontro, che si è svolto il 2 e 3 settembre, il parlamento regionale ha riunito i rappresentanti del governo federale somalo, parlamentari, leader religiosi, esperti ed esponenti della società civile con l’obiettivo di esaminare dettagliatamente il disegno di legge dell’Africa orientale sull’eliminazione delle Fgm del 2025. Un passaggio cruciale, dal momento che la Somalia rappresenta l’ultimo degli otto Stati partner dell’Eac a completare le consultazioni pubbliche, dopo che audizioni analoghe avevano già interessato Uganda, Kenya, Tanzania, Sud Sudan, Burundi, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo. Le raccomandazioni raccolte conflueranno in un rapporto che verrà presentato all’Eala prima del passaggio alla seconda lettura e alle successive fasi del percorso legislativo.
I dati e le elaborazioni dei rapporti ufficiali pubblicati da Unicef e Unfpa per il momento hanno descritto un quadro drammatico: la macro-regione dell’Africa orientale e meridionale ospita infatti 42 milioni di ragazze e donne vittime di mutilazioni genitali. Nella medesima area, ogni anno circa un milione di bambine continua a subire questa violenza. In Somalia la situazione appare ancora più critica. Secondo il Demographic and Health Survey somalo del 2020 citato da Equality Now, quasi il 99% delle donne e delle ragazze somale ha subito la mutilazione. Un dato stabile da tre decenni, aggravato dalla totale assenza di una legislazione nazionale che vieti in modo esplicito la procedura.
Analizzando i tassi di prevalenza nei diversi territori emergono differenze marcate, ma diffuse. Se in Somalia la pratica resta generalizzata ed è un’emergenza sanitaria continua, negli altri Paesi dell’Africa orientale la situazione non è migliore. In Eritrea, il livello rimane altissimo con la maggior parte delle bambine colpita prima dei cinque anni. L’Etiopia registra un calo complessivo, pur con marcate variazioni regionali, la pratica è ancora radicata e sostenuta da leader religiosi locali. Il Kenya evidenzia una discesa al 15%, pur conservando situazioni critiche nelle regioni nord-orientali al confine con la Somalia. Tassi molto più bassi si registrano in Tanzania, dove la prevalenza sfiora il 4% ed è circoscritta ad alcune etnie, e in Uganda, Paese virtuoso fermo allo 0,1% e pienamente indirizzato verso l’eliminazione totale entro il 2030.
L’esigenza di una norma sovranazionale nasce dalla necessità di contrastare le nuove dinamiche del fenomeno, in primis la fuga transfrontaliera nota come cross-border Fgm. Per eludere i rigidi divieti penali introdotti da Paesi vicini come Kenya o Uganda, molte famiglie scelgono di trasferire le bambine oltre confine durante “la stagione del taglio”, dirigendosi verso aree in cui i controlli risultano meno stringenti o la tutela legale assente. Basti pensare che le analisi rilevano come il 14% delle donne intervistate in Somalia si sia spostato verso le zone di frontiera keniana per effettuare la procedura. L’East African Community Elimination of Fgm Bill nasce proprio per armonizzare le leggi e gli strumenti di applicazione tra Kenya, Uganda, Tanzania, Somalia, Sud Sudan, Burundi, Ruanda e Repubblica Dramocratica del Congo.
Durante i lavori di Mogadiscio i delegati hanno vagliato il testo articolo per articolo, ponendo al centro dell’attenzione il rafforzamento della protezione e la cooperazione tra Stati. Tra i punti salienti figurano la criminalizzazione delle mutilazioni eseguite all’estero e il divieto assoluto per operatori e strutture sanitarie di prestare soccorso all’esecuzione dell’atto. La legge intende inoltre concedere ai tribunali la facoltà di emettere ordini di protezione cautelari per le giovani ritenute a rischio, inserire moduli di sensibilizzazione nei programmi scolastici e garantire trattamenti sanitari standardizzati alle vittime.
Come spiegato dalla parlamentare dell’Eala, Falhada Dekow Iman, tra i principali fautori del provvedimento, il quadro normativo non vuole demonizzare specifiche comunità, ma creare una difesa comune capace di colmare i vuoti legislativi sfruttati per portare le bambine all’estero. L’azione legale si intreccia infine con i fattori socio-economici. Le analisi evidenziano che le mutilazioni sulle bambine sotto i 14 anni si concentrano prevalentemente nei contesti rurali poveri e tra madri con basso livello di istruzione, confermando come la scolarizzazione femminile rimanga lo strumento fondamentale per cancellare definitivamente questa pratica dal continente.



