L’attivista e ambasciatore Fifa congolese Emamsy Mbossa racconta l’orgoglio delle nazionali africane di calcio durante il torneo americano, la trappola del racconto unico e le contraddizioni dello sport moderno
di Andrea Mori
Poco più di un mese fa, il 19 luglio, il capitano della nazionale spagnola maschile di calcio, Rodri, alzava la Coppa nel Mondo verso il cielo di New York, dal New Jersey Stadium, e metteva fine a quelli che, secondo molti, sono stati i Mondiali più politici di sempre. Le nazionali africane hanno performato particolarmente bene nella competizione: delle dieci squadre qualificate, nove hanno superato la fase a gironi, un primato storico.
Abbiamo parlato di questo, e di molto altro, con Emamsy Mbossa, ambasciatore della città ospitante a New York per conto della Fifa. Congolese trapiantato nella Grande Mela da un decennio, Mbossa è Youth Ambassador for Peace and Human Rights Advocate. Nel 2018 ha fondato African Youth Architects, organizzazione non governativa che aiuta giovani africani ad accedere a un’educazione di qualità. Grazie a Aya, fa anche parte dell’Ecosoc, organo consultivo delle Nazioni Unite che racchiude diverse organizzazioni no-profit.
Emamsy, che tipo di lavoro facevi durante la Coppa del Mondo?
Ero incaricato per conto della Fifa di coinvolgere la comunità locale, organizzare eventi, mettere in contatto le persone, condividere storie legate al calcio e diffondere quei valori positivi che lo sport può portare alle comunità: gioia, unità e
pace. Abbiamo avuto anche alcuni eventi all’Onu, dove era presente il presidente della Fifa (Gianni Infantino, Ndr) e hanno partecipato molti personaggi del mondo del calcio e atleti internazionali.

È stato un Mondiale piuttosto positivo per le nazionali africane. Vorrei però allargare lo sguardo, perché durante il torneo l’Africa è stata spesso raccontata come un paese unico. Hai percepito questo tipo di narrazione?
Sì, nel calcio mettono l’Africa tutta nello stesso calderone e la rappresentano negativamente, come se fosse composta da nazioni deboli. E invece non è così. Rappresentare l’Africa come il continente povero e dare per scontato che tutte le squadre africane siano deboli non va bene. Possono competere perché sono forti e hanno giocatori forti. Anzi, in Europa molti grandi giocatori e superstar provengono dal continente. Quindi non so perché ci sia ancora questa mentalità.
Percepisci questa narrazione anche nella vita di tutti i giorni?
Sì, senza dubbio, perché anche noi africani contribuiamo a creare la narrazione secondo cui l’Africa sarebbe un unico Paese. Come africani, siamo sempre in una mentalità di unità, e anche i movimenti panafricanisti hanno contribuito, senza rendersene conto, a creare questo stereotipo. Ma ogni Paese è diverso, quindi dobbiamo decostruire questa mentalità.
Il lavoro deve iniziare da noi. Quando sono arrivato a New York, dieci anni fa, e qualcuno mi chiedeva da dove venissi, pensavo: «Meglio dire che vengo dall’Africa» prima di dire che sono del Congo. Ora mi assumo la responsabilità del fatto che anch’io faccio parte di quella narrazione. Tu sei italiano: quando parli con me, non dici che sei europeo, dici che sei italiano. Noi africani, invece, a volte vogliamo rendere le cose più semplici per le persone, soprattutto in America, dove ci sono molti stereotipi, ma questa cosa ha un grande impatto. Quando incontro qualcuno a scuola dico: «Vengo dall’Africa. Sono del Congo», e loro mi rispondono: «Ho un amico di Nairobi». Se dici: «Sono stato in vacanza in Senegal», qualcuno risponderà: «Anch’io sono stato in Sudafrica». Penso quindi che sia nostro compito decostruire questa cosa e iniziare a rispondere nel modo giusto: dire con orgoglio «Vengo dal Kenya» o «Vengo dall’Uganda». Va bene essere orgogliosi di essere africani, ma dobbiamo assicurarci che le persone sappiano che ci sono più realtà. Prima di tutto, ci sono 54 Paesi e l’Africa non è un Paese.
D’altra parte, è vero che c’è stata una qualche solidarietà tra le nazionali africane e i loro tifosi. È una sorta di redenzione, una risposta a qualcosa di esterno?
Sì. La solidarietà deriva dalle esperienze condivise: le difficoltà, il colonialismo e le lotte per l’indipendenza. Molti Paesi africani hanno ottenuto collettivamente l’indipendenza intorno agli anni Sessanta e hanno poi condiviso la lotta contro la povertà e per il miglioramento delle strutture economiche e sociali. Tutte queste similitudini ci fanno dire: «Siamo uno».
Quando il Sudafrica attraversava l’apartheid, la maggior parte dei Paesi si è unita contro di essa. Anche il panafricanismo e diversi leader hanno cercato di riunire l’Africa.
La solidarietà è diventata un’identità. Le comunità che affrontano lo stesso tipo di difficoltà diventano più unite e adottano l’idea di essere solidali gli uni con gli altri. Lo abbiamo visto anche nello sport. Ricordo il Ghana nel 2010, quando affrontava le grandi squadre europee. Ero in Congo e l’intero continente africano si fermò per guardare. Quando Asamoah sbagliò quel calcio di rigore, tutti in Africa si fermarono e provammo lo stesso dolore nello stesso momento. Io non sono ghanese, ma erano tutti devastati. È un valore condiviso e penso che ormai sia nel nostro Dna: automaticamente, quando una squadra africana gioca, tifiamo per lei. Succederebbe lo stesso in Europa? Io ne dubito. Ma in Africa succede. Deriva dalla lotta, dalla povertà e da tutte le cose che sappiamo di condividere con queste persone. Sappiamo di essere partiti dal basso. Tutti noi siamo partiti dal basso. Ora stiamo combattendo sul palcoscenico più importante. Lasciamo che anche loro abbiano il nostro sostegno.
Quello che si è concluso un mese fa è stato spesso definito «il Mondiale più politico di sempre». Come hai vissuto, da congolese e da addetto ai lavori, la dimensione politica della competizione?
La dimensione politica è stata intensa, c’erano persone che boicottavano le partite. Il calcio sta diventando uno strumento politico di pressione: qualsiasi potenza o Paese più grande può usarlo per fare pressione sugli altri Paesi. E penso che stiamo venendo meno al primo valore, che è l’unità. Non dovremmo diventare un’organizzazione politica quando ci occupiamo di calcio. Dietro tutto questo dovremmo guardare ai giocatori che stanno giocando. Vogliono semplicemente rappresentare il loro Paese, indossare la maglia e giocare sul palcoscenico più importante. Dovrebbero rendere il calcio più indipendente dalla politica. Non importa chi è in guerra contro chi, non dovrebbero portare tutto questo sul campo.
Anche dal punto di vista economico. Hai visto il prezzo dei biglietti? Era folle. Questo significa che molte persone vengono automaticamente escluse. Che dire dei milioni di persone che sognavano di andare a vedere i Mondiali negli Stati Uniti o in Canada e non hanno potuto farlo perché agli sponsor vengono riservati troppi biglietti? Dobbiamo trovare un modo diverso di mantenere il calcio come fonte di unità, pace e gioia. Sappiamo che può farlo: può connettere le persone. Dobbiamo costruire ponti, ma in questo momento li stiamo solo distruggendo.
Ultimamente sono uscite notizie riguardo al rapporto tra Gianni Infantino e alcuni Paesi africani, legato alla possibile rielezione di Infantino alle prossime elezioni per la presidenza Fifa. Come giudichi il rapporto tra la Federazione e gli stati africani?
Il mondo sta dimenticando che 16 anni fa abbiamo avuto i Mondiali in Africa, in Sudafrica, ed è stato uno dei migliori. Ora il ritorno dei Mondiali in Marocco è raccontato come un favore. È una bugia. Bisognerebbe smettere di pensare all’Africa come se ci stessero facendo un favore.
Pensi che il Marocco sia pronto a ospitare la prossima edizione dei Mondiali?
Il Marocco è ben oltre gli standard necessari per un torneo così grande. Hanno tutte le infrastrutture. Hanno l’alta velocità: puoi andare da Casablanca a Marrakech o Tangeri in circa un’ora. Siamo pronti. Quando viene data l’opportunità, l’Africa si presenta sempre.
Io direi che il Mondiale negli Stati Uniti è stato il più noioso. Se non era il giorno di una partita, non avresti nemmeno saputo che si stavano giocando i Mondiali. E poi, rendendolo così politico, hanno reso il torneo anche molto costoso e complicato per i tifosi che volevano godersi i match.
Penso che la prossima edizione dei Mondiali sarà invece memorabile, perché i marocchini amano il calcio. Sono stato in Marocco a febbraio, durante la Coppa d’Africa: è stato fantastico. Le persone non dormono per tutta la notte. Puoi andare a mangiare a casa di uno sconosciuto: ti inviteranno semplicemente perché vedono che vieni da un altro Paese e sei venuto a guardare le partite. È questo che condividiamo: amore e ospitalità. Festeggiamo e non ci importa di nient’altro.
Ci sono stati casi eclatanti che hanno riguardato professionisti coinvolti nel torneo, tra cui anche l’esclusione dell’arbitro somalo Omar Artan e di alcuni giocatori della nazionale ghanese. Qual era il sentimento generale durante gli eventi che organizzavi?
Il sentimento era che fosse una vergogna. Soprattutto nel primo caso, quello dell’arbitro. Stava rappresentando il suo Paese, che non faceva parte dei Mondiali. Quando l’abbiamo sentito al telegiornale, ne parlavano tutti. Pubblicavamo post e storie sui social media e ne parlavamo nei ristoranti e durante i nostri eventi. Le persone erano disgustate: come può un Paese che ospita i Mondiali essere così negligente? E poi distruggere il sogno di qualcuno semplicemente perché viene da un Paese che è stato bandito? Aveva tutti i documenti ufficiali. Era una persona con una fedina professionale pulita, che aveva dimostrato di essere professionale al massimo livello. Ma hanno reso tutto peggiore. E io ero devastato.
Alla luce delle molte contraddizioni e divisioni che questo torneo ha creato, credi ancora nel calcio come strumento di unità?
Sì. Il calcio, o qualsiasi tipo di sport, unisce sempre le persone intorno a una passione comune e alla gioia che porta. Ma è vero che questo Mondiale ha spostato maggiormente l’attenzione verso questioni politiche e conflitti. È stato un palcoscenico per le persone per fare dichiarazioni e mostrare da che parte stavano. Quando parli di Israele e Palestina, o Iran e Stati Uniti, le persone sono obbligate a scegliere da che parte stare.
Ma quando si tratta di sport, non dobbiamo sempre scegliere da che parte stare. Dobbiamo semplicemente sostenere il nostro Paese e poi, alla fine, festeggiare insieme. Vincitore o sconfitto, dovremmo festeggiare tutti insieme. Penso che dobbiamo continuare a vedere lo sport, e il calcio in particolare, come uno strumento di unità. Lo ha già fatto per anni, unendo molti Paesi e molti luoghi. Non è lo sport che sta fallendo: siamo noi a stare fallendo nei confronti dello sport. Questa generazione sta portando le proprie divisioni nel calcio.
Lo sport sarà sempre uno strumento di unità. Dipende da ciò che noi portiamo nello sport. Se continuiamo a portare negatività e odio, i conflitti politici continueranno a comparire nell’arena sportiva. Il calcio non è uno strumento di odio: siamo noi a renderlo quello che è. Dobbiamo continuare a usare il calcio come strumento per comunicare amore, non odio, e unità, non divisione.



