Aggiungi un posto a tavola

di claudia

Dalla Tanzania alla Nigeria, sette governi pagano studi di pr legati all’entourage di Trump per un posto al tavolo di Washington.

Di Stefano Pancera

Sette paesi, sette rapporti diversi, un solo denominatore comune: a Washington, con l’amministrazione Trump, l’accesso si compra. Non è un fenomeno nuovo nella storia della diplomazia africana negli Stati Uniti, ma quello che cambia oggi è la scala e la concentrazione: nello stesso anno e mezzo, gli stessi studi, spesso gli stessi nomi, ricompaiono nei contratti di governi con priorità opposte.

Dalla Tanzania che silenzia le proprie violenze interne al Ruanda che arma i ribelli in Repubblica Democratica del Congo, dal Kenya che flirta con Pechino alla Nigeria che respinge l’accusa (giudicata esagerata) avanzata da parlamentari repubblicani, di un genocidio anticristiano sul proprio territorio. Fino alla Liberia che compra semplicemente un posto nella stanza giusta. Ognuno paga per diffondere la propria versione dei fatti.

Samia Suluhu Hassan nei mesi successivi alla repressione in Tanzania delle proteste giovanili seguite alle elezioni dell’ottobre 2025 (stimata in migliaia di morti) attiva ben tre contratti di lobbying paralleli a Washington (con Ervin Graves Strategy Group, BGR tramite Drift Advisors e Brownstein Hyatt Farber Schreck) per contenere la pressione internazionale, incluse le prime valutazioni della Corte penale internazionale sulle violenze post-elettorali.

Più recentemente è la Liberia, che porta il nome più pesante di tutti sul contratto di consulenza immagine. Il presidente Joseph Boakai ha firmato un accordo annuale con lo studio Brian Ballard, tra i principali finanziatori delle campagne di Trump: incarico da 100.000 dollari al mese.

Il Ruanda paga meno degli altri, ma il contesto pesa di più. Kigali versa 80.000 dollari al mese alla Yorktown Solutions, guidata dal potentissimo repubblicano Daniel Vajdich. Il contratto è arrivato proprio mentre il Ruanda è sotto accusa per il sostegno militare al gruppo ribelle M23 nell’est della Repubblica Democratica del Congo.

La Somalia ha addirittura due contratti attivi. Il primo, da 600.000 dollari l’anno con BGR Group, ha un obiettivo preciso: convincere il Congresso a non riconoscere l’indipendenza del Somaliland, che ha già ottenuto il sostegno di alcuni repubblicani vicini a Trump. Il secondo, di altri 528.000 dollari l’anno firmato con Arsenal Government and Public Affairs Group e coinvolgerebbe tra i suoi consulenti Roger Stone Jr., uno degli uomini più vicini e longevi all’orbita politica di Donald Trump.

Il Kenya ha scelto Carlos Trujillo, ex ambasciatore di Trump presso l’Organizzazione degli Stati Americani. Il contratto di lobbying governative e public affairs, con la sua Continental Strategy, costa 175.000 dollari al mese, 2,1 milioni l’anno. Il governo di William Ruto lo ha difeso come «pratica standard e legittima». In ballo c’era il rinnovo dell’African Growth and Opportunity Act, e la riparazione dei rapporti con Washington dopo il viaggio di Ruto a Pechino, quando aveva definito Kenya e Cina «co-architetti di un nuovo ordine mondiale».

L’Angola ha il rapporto più lungo con le pubbliche relazioni americane. Dal 2019 Luanda paga lo studio Squire Patton Boggs, legato all’entourage di Trump: oltre 28 milioni di dollari versati finora, con il contratto rinnovato a 312.500 dollari al mese. Nelle comunicazioni al Dipartimento di Stato i lobbisti insistono su un solo argomento: il Corridoio di Lobito, la ferrovia che porterà rame e cobalto dalla Repubblica Democratica del Congo e dallo Zambia fino al porto atlantico angolano.

La Nigeria chiude la lista con il contratto più caro: 9 milioni di dollari l’anno a DCI Group di Washington per convincere Trump che Abuja contrasta abbastanza le violenze contro i cristiani, dopo l’inserimento della Nigeria tra i «paesi di particolare preoccupazione». Forse qualcuno ricorderà quando lo scorso febbraio al National Prayer Breakfast di Capitol Hill, Donald Trump si fermò a metà discorso. «Siamo onorati di essere raggiunti oggi dalla First Lady della Nigeria, che è anche pastora nella chiesa più grande del paese. Donna molto rispettata». Remi Tinubu è tra gli invitati. Pochi in sala sanno che quell’elogio improvvisato rientra negli obiettivi di immagine del contratto costato al governo nigeriano 750.000 dollari al mese.

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