A quasi quattro anni dall’accordo di Pretoria, il Tigray torna a essere teatro di scontri. Ma dietro la nuova escalation si intravedono le fragilità irrisolte dello Stato etiopico e una rete di tensioni che coinvolge l’intero Corno d’Africa e che si allarga a molti attori della scena globali. Luca Puddu, docente di Storia dell’Africa all’Università di Palermo, analizza le possibili evoluzioni della crisi
di Marco Trovato
Il Tigray torna a essere il cuore della crisi etiopica. A quasi quattro anni dall’accordo di pace di Pretoria, che nel novembre 2022 aveva posto fine alla guerra tra il governo federale e il Tigray People’s Liberation Front (Tplf), nel Nord dell’Etiopia sono riprese le ostilità. Le forze tigrine hanno preso il controllo di alcuni aeroporti e si sono scontrate con l’esercito federale, mentre la tensione si è estesa alle vicine regioni di Amhara e Afar. Ma per capire cosa sta accadendo oggi bisogna guardare oltre il campo di battaglia. Perché il conflitto riapre questioni mai risolte: il futuro del Tigray occidentale, i rapporti tra Addis Abeba e le regioni federali, la competizione tra identità nazionali e, soprattutto, il difficile equilibrio sul quale si regge lo Stato etiopico. «L’Etiopia non è mai riuscita fino in fondo a produrre un’identità nazionale condivisa e coesa», spiega Luca Puddu, docente di Storia dell’Africa all’Università di Palermo. «Quella che vediamo oggi non è necessariamente un’eccezione. È piuttosto una nuova manifestazione di una fragilità storica: quella di uno Stato nel quale diverse identità e diversi progetti politici continuano a contendersi il controllo del centro».
Una pace rimasta incompiuta
L’accordo di Pretoria avrebbe dovuto inaugurare una nuova fase. Il Tigray doveva essere reintegrato nell’architettura federale etiope e i rapporti tra Mekelle e Addis Abeba normalizzati. Ma alcuni dei nodi più delicati sono rimasti irrisolti. Primo fra tutti il Tigray occidentale, territorio conteso con la vicina Amhara e rimasto sotto il controllo delle forze amhara. Poi la questione dell’amministrazione ad interim del Tigray, progressivamente entrata in rotta di collisione con il Tplf. «L’accordo di Pretoria non ha risolto alcuni dei nodi fondamentali del conflitto», osserva Puddu. «Il primo riguarda il Tigray occidentale, territorio conteso tra Tigray e Amhara. Il secondo riguarda l’amministrazione ad interim del Tigray, il cui compromesso è progressivamente naufragato». Il risultato è stato un nuovo deterioramento dei rapporti con Addis Abeba, fino alla ripresa del controllo delle istituzioni regionali da parte del Tplf La novità più significativa della crisi attuale è però la nascita di un fronte comune contro il governo di Abiy Ahmed. Il Tplf ha stretto un’alleanza con altri gruppi armati, tra cui le milizie Fano dell’Amhara e l’Oromo Liberation Army. È un fronte apparentemente paradossale, perché riunisce forze che fino a pochi anni fa si trovavano su fronti opposti. «Al momento parlerei soprattutto di un’alleanza operativa», spiega Puddu. Non esiste, almeno per ora, un progetto politico comune per il futuro dell’Etiopia. «Siamo davanti soprattutto a un’alleanza di interesse: gruppi con storie, obiettivi e identità differenti che oggi si ritrovano uniti soprattutto dall’opposizione ad Abiy Ahmed». Le contraddizioni non mancano. Tplf e Fano restano profondamente divisi proprio sulla questione del Tigray occidentale. E anche all’interno della nuova coalizione emergono dispute territoriali e politiche. Per questo, secondo Puddu, la sua tenuta nel medio periodo resta tutt’altro che scontata.

Il problema è più antico
La crisi attuale affonda però le sue radici molto più lontano. L’Etiopia contemporanea è il risultato di un processo di espansione territoriale e di costruzione dello Stato iniziato alla fine del XIX secolo. Un processo che ha lasciato profonde fratture tra le diverse comunità del Paese. «Una parte importante della popolazione etiopica, soprattutto nelle regioni meridionali e tra gli Oromo, ha storicamente guardato allo Stato etiopico come a uno strumento di dominazione costruito da altri gruppi», spiega Puddu. Negli anni Novanta il Tplf contribuì alla nascita di una federazione fondata sulle identità etno-linguistiche, nella convinzione che il riconoscimento dell’autonomia delle diverse nazionalità potesse attenuare le tensioni. Ma il problema non è stato risolto. «Queste tensioni non si sono mai completamente risolte. E oggi presentano il conto», dice il docente. È una delle chiavi per comprendere anche l’ascesa di Abiy Ahmed e il successivo deterioramento dei rapporti con le diverse componenti del Paese. Quando è arrivato al potere, Abiy Ahmed aveva cercato di superare la politica fondata sulle appartenenze etniche, costruendo attraverso il Partito della Prosperità un progetto politico più propriamente nazionale. Inizialmente aveva ottenuto un consenso significativo, anche tra gli Oromo, grazie alla sua stessa origine, e tra parte degli Amhara. Ma nel tempo il progetto si è progressivamente logorato. «Abiy Ahmed ha perso pezzi importanti del suo consenso», afferma Puddu. Tra gli Oromo, il richiamo alla tradizione imperiale è stato interpretato da una parte del nazionalismo come un tradimento degli ideali di emancipazione. Tra gli Amhara, invece, l’accordo di Pretoria e la prospettiva di restituire il Tigray occidentale all’amministrazione tigrina hanno alimentato una crescente delusione. Il risultato è una posizione sempre più difficile per il primo ministro. Ma questo, secondo Puddu, non significa che Abiy sia politicamente isolato.
Un Paese a rischio collasso?
La prospettiva di una disintegrazione dell’Etiopia, sul modello jugoslavo evocato nell’intervista, viene però considerata ancora lontana. «A mio parere questo rischio è al momento remoto», afferma Puddu. Abiy Ahmed avrebbe perso una parte del consenso iniziale, ma manterrebbe una base politica significativa soprattutto nelle regioni centrali, ad Addis Abeba e in ampie aree dell’Oromia e del sud del Paese. La fragilità dell’Etiopia, quindi, non va necessariamente letta come il preludio a un collasso dello Stato. Piuttosto, racconta una caratteristica strutturale della sua storia politica: «Nel corso dei suoi circa 150 anni di storia moderna, l’Etiopia non ha praticamente mai conosciuto una lunga fase di autentica pace interna». Sul terreno, intanto, una delle variabili decisive potrebbe essere il controllo delle infrastrutture che collegano l’Etiopia al porto di Gibuti. La regione Afar rappresenta infatti un corridoio strategico: da qui passano la strada e la ferrovia che collegano Addis Abeba al principale sbocco commerciale del Paese. «Si tratta della principale arteria logistica attraverso cui l’Etiopia, Paese privo di sbocco sul mare, riceve gran parte delle proprie importazioni», spiega Puddu. Un tentativo dei ribelli di spingersi verso questa direttrice sarebbe tuttavia molto difficile, anche per la conformazione geografica del territorio. A pesare sugli equilibri militari sarà inoltre la tecnologia.

La guerra dei droni
Nella guerra del 2020-2022, i droni hanno avuto un ruolo decisivo nel consentire alle forze federali di ribaltare gli equilibri sul terreno. Oggi Addis Abeba dispone di una capacità di impiego dei droni molto maggiore rispetto al passato. La domanda è se anche i gruppi ribelli abbiano sviluppato capacità analoghe. «La disponibilità di droni anche in capo alle forze ribelli potrebbe essere un elemento dirimente per decidere le future sorti del conflitto», sostiene Puddu. Ma la variabile militare non è l’unica. Perché la crisi etiopica si sviluppa in una regione già attraversata da guerre e rivalità: Sudan, Somalia, Eritrea e Mar Rosso sono tutti collegati, in modi diversi, alla partita etiopica. È qui che emerge il rischio maggiore. La crisi potrebbe infatti saldarsi con il conflitto sudanese, già caratterizzato da un intreccio di alleanze e rivalità regionali. Secondo Puddu, «il rischio è molto concreto, soprattutto il rischio di una saldatura con la guerra civile sudanese». I due conflitti hanno già punti di contatto: le accuse rivolte ad Addis Abeba di sostenere le Rapid Support Forces in Sudan e la presenza di combattenti tigrini al fianco dell’esercito sudanese. Ma anche la Somalia rappresenta un possibile fronte di propagazione della crisi. L’Etiopia mantiene rapporti con diversi attori politici e armati somali, mentre Mogadiscio guarda con forte diffidenza alle ambizioni regionali di Addis Abeba. «Il rischio è quindi che il conflitto etiopico finisca per sovrapporsi ad altri conflitti e dispute locali, creando una dinamica di reciproca influenza in un’area già estremamente instabile», osserva Puddu.
La crisi va oltre i confini etiopi
Ma la nuova crisi etiopica non si gioca soltanto tra Addis Abeba, Tigray e le altre regioni del Nord. Attorno al conflitto si muove una rete di alleanze regionali e internazionali sempre più complessa. Ed è proprio questo uno degli elementi che rende oggi la situazione più pericolosa rispetto al passato. «Un altro elemento dirimente sarà naturalmente il potenziale coinvolgimento di attori esterni in un conflitto che al momento interessa soltanto l’Etiopia, ma che è chiaramente legato ad altri conflitti civili ad alta intensità, come nel caso del Sudan, o a più bassa intensità, come nel caso della Somalia», spiega Puddu. Il primo fronte è quello dei Paesi confinanti. I rapporti tra Addis Abeba ed Eritrea sono ormai profondamente deteriorati. Durante la guerra del Tigray, tra il 2020 e il 2022, Eritrea ed Etiopia avevano combattuto fianco a fianco contro il Tplf. Oggi, invece, Asmara è accusata dal governo etiopico di sostenere le forze tigrine e la nuova alleanza armata che punta a rovesciare Abiy Ahmed. Il capo di stato maggiore etiopico ha recentemente accusato l’Eritrea di fornire sostegno finanziario al Tplf; Asmara ha respinto le accuse. Alla base dello scontro c’è anche la questione dell’accesso etiopico al Mar Rosso. L’Etiopia, priva di sbocco sul mare dal 1993, considera l’accesso a un porto una questione strategica. Abiy Ahmed ha più volte indicato Assab, in Eritrea, come uno degli sbocchi possibili. Per Asmara, però, le ambizioni etiopiche sul Mar Rosso rappresentano una minaccia diretta alla propria sovranità. Parallelamente, l’Eritrea ha rafforzato i rapporti con l’Egitto, altro storico rivale di Addis Abeba. Anche il Sudan è ormai direttamente coinvolto nella partita. I rapporti con Addis Abeba sono peggiorati drasticamente durante la guerra civile sudanese. Khartoum accusa l’Etiopia di aver fornito sostegno alle Rapid Support Forces (RSF), mentre Addis Abeba accusa il Sudan di appoggiare i combattenti tigrini. Le due parti respingono le accuse reciproche. Secondo analisi recenti, il territorio etiopico sarebbe inoltre diventato una delle principali vie di transito per rifornimenti destinati alle RSF, mentre il governo etiopico teme la presenza in Sudan dell’Army 70, una formazione tigrina schierata con l’esercito sudanese. «Il conflitto civile in Sudan, in Somalia e in Etiopia potrebbe legarsi tra loro, creando delle dinamiche di influenza reciproca che trasformerebbero il conflitto civile in Etiopia in una vera e propria crisi regionale», osserva Puddu.

La partita degli attori esterni
Poi c’è l’Egitto, con cui Addis Abeba è impegnata da anni in una disputa strategica sul Nilo. Al centro c’è la Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), la grande diga costruita dall’Etiopia sul Nilo Azzurro e inaugurata nel 2025 senza un accordo vincolante con Egitto e Sudan sulla gestione delle acque. Per il Cairo, il controllo delle acque del Nilo è una questione di sicurezza nazionale: oltre il 90% dell’approvvigionamento idrico egiziano dipende dal fiume. Addis Abeba, invece, considera la diga essenziale per la produzione di energia e lo sviluppo del Paese. La disputa sul Nilo si sovrappone così alla competizione per il controllo del Mar Rosso e degli equilibri politici del Corno d’Africa. Negli ultimi giorni il capo di stato maggiore etiopico ha accusato apertamente anche l’Egitto di sostenere l’alleanza armata contro Abiy Ahmed. Il Cairo ha respinto le accuse, così come ha fatto il Sudan; non sono state presentate pubblicamente prove indipendenti che confermino il coinvolgimento egiziano nel sostegno ai gruppi armati etiopi. Ma l’Egitto ha comunque rafforzato i rapporti con l’Eritrea. Secondo un’analisi dello Stiftung Wissenschaft und Politik, nel giugno 2026 Asmara e Il Cairo hanno concordato una maggiore cooperazione, anche sul piano marittimo, mentre l’Egitto guarda con interesse ai porti eritrei di Assab e Massawa. È un altro tassello della competizione regionale intorno al Mar Rosso. Un altro protagonista fondamentale sono gli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi è diventato negli ultimi anni uno dei principali partner economici e militari di Addis Abeba e, parallelamente, ha costruito una forte presenza nel Corno d’Africa, in particolare attraverso il porto di Berbera, nel Somaliland. Gli Emirati sono però accusati da Sudan e altri osservatori di sostenere le Rsf nella guerra sudanese, accusa che Abu Dhabi respinge. Secondo lo Swp, l’Etiopia sarebbe diventata un importante corridoio di transito per rifornimenti destinati alle Rsf; anche in questo caso si tratta di accuse e ricostruzioni che le parti coinvolte contestano. Questa presenza emiratina si inserisce in una più ampia competizione con l’Arabia Saudita per l’influenza sul Mar Rosso. Riyadh ha storicamente cercato di mantenere una posizione più favorevole alla stabilità degli Stati rivieraschi e ha tentato anche di svolgere un ruolo di mediazione nei rapporti tra Etiopia ed Eritrea. Il risultato è una geografia di alleanze tutt’altro che lineare. Un’analisi di Acled descrive oggi un quadro nel quale Etiopia, Emirati, Israele e Somaliland si trovano da una parte, mentre Eritrea, Egitto, Somalia e Arabia Saudita sono più vicini su alcune delle principali questioni regionali. Si tratta però di convergenze di interessi, non di blocchi rigidi e omogenei.
Il rischio di una saldatura
Anche attori esterni al Corno d’Africa hanno interessi crescenti nella regione. Israele ha sviluppato negli ultimi anni rapporti stretti con Addis Abeba e con il Somaliland, all’interno di una più ampia strategia legata alla sicurezza del Mar Rosso. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha visitato Addis Abeba nel febbraio 2026, mentre Israele ha rafforzato la propria presenza diplomatica nella regione. La Turchia, invece, mantiene una relazione particolarmente stretta con la Somalia e con il governo federale di Mogadiscio. Ankara ha inoltre cercato di svolgere un ruolo di mediazione nelle dispute regionali, compresa quella tra Etiopia e Somalia. Per questo la sua posizione non coincide necessariamente con quella degli altri attori coinvolti. Anche l’India ha aumentato la propria attenzione verso Addis Abeba e verso il Mar Rosso. Il suo interesse è legato soprattutto alle rotte commerciali e alla crescente centralità strategica del Corno d’Africa. Quello che emerge, dunque, è un sistema nel quale le crisi locali si sovrappongono alle rivalità regionali e alla competizione internazionale per il controllo delle rotte commerciali, dei porti e delle risorse. È proprio questa sovrapposizione a preoccupare maggiormente. «Il rischio è molto concreto, soprattutto il rischio di una saldatura con la guerra civile sudanese», dice Puddu. I due conflitti hanno già punti di contatto: il Sudan accusa Addis Abeba di sostenere le RSF, mentre l’Etiopia denuncia il sostegno sudanese ai gruppi tigrini. Entrambi i governi negano le accuse dell’altra parte. E poi c’è la Somalia, dove l’Etiopia mantiene rapporti con diversi attori locali mentre Mogadiscio guarda con sospetto alle ambizioni regionali di Addis Abeba. «La durata dell’attuale conflitto civile in Etiopia può essere una variabile dirimente per stabilire se gli scontri resteranno una vicenda prettamente nazionale oppure andranno a saldarsi con il più ampio conflitto in Sudan, ma anche nell’arena somala». È questo, forse, il punto centrale della nuova crisi. La guerra del Tigray del 2020-2022 poteva essere letta soprattutto come un conflitto interno, pur con un forte coinvolgimento eritreo. Oggi la situazione è diversa: il Tigray si trova al centro di una rete di conflitti e rivalità che attraversa il Sudan, l’Eritrea, l’Egitto, la Somalia e il Mar Rosso, e nella quale sono coinvolte anche potenze del Golfo e attori internazionali. Per questo, conclude Puddu, «il rischio di una diffusione del conflitto civile ad altre aree del Corno d’Africa, sovrapponendosi ad altre dispute e ad altri conflitti che hanno origini prettamente locali, è assolutamente alto».



