Il “vero” volto dell’Africa è più complesso di quanto pensiamo

di Tommaso Meo
Capanne africane

Thomas Sankara accoglieva gli ospiti stranieri nei villaggi della savana per mostrare il volto autentico del Burkina Faso. Quarant’anni dopo, quel “Paese reale” non è scomparso, ma è profondamente cambiato. Le campagne africane restano vive e decisive, ma in un continente sempre più urbano e stratificato

di Federico Monica

Si racconta che durante la sua presidenza il leader rivoluzionario del Burkina Faso, Thomas Sankara, fosse solito sorprendere – e forse anche scandalizzare – premier e ministri stranieri in visita ufficiale. Invece di riceverli nei palazzi del potere o negli hotel di lusso della capitale, li conduceva senza preavviso in minuscoli villaggi sperduti nella savana. «Signori, benvenuti nel Paese reale», diceva invitandoli a sedersi su una stuoia stesa all’ombra di un’acacia, tra la polvere e la canicola. Quarant’anni dopo, quel “Paese reale” è profondamente cambiato. L’Africa è diventata più urbana, più connessa e infinitamente più complessa. Oggi oltre la metà degli africani vive in città e la diffusione della telefonia mobile, dei pagamenti digitali e dell’energia solare ha trasformato società, economia e stili di vita. Il mondo rurale non può più essere considerato l’unico volto autentico del continente. Ha perso peso demografico ed economico, ma continua a occupare spazi immensi e a rappresentare una componente essenziale dell’Africa contemporanea.

Per “mondo rurale”, però, non intendo l’Africa stereotipata dei villaggi da cartolina, sospesa in un tempo immobile e popolata di cliché che probabilmente non è mai esistita. Parlo invece di territori vivi, dove agricoltura, piccoli insediamenti e aree naturali convivono e si trasformano continuamente. Luoghi attraversati dal cambiamento, magari con ritmi meno frenetici delle metropoli, ma non per questo meno profondi. Le capanne di fango con il tetto di paglia immerse nella savana esistono ancora. Basta però osservare meglio per scoprire, tra una casa e l’altra, una parabola satellitare, il cartellone di una compagnia telefonica o l’ombrellone colorato di un agente di Mobile Money, i sistemi di pagamento digitale ormai diffusissimi nel continente. Sono quelli che amo definire gli ossimori della contemporaneità: immagini in cui convivono due immaginari apparentemente inconciliabili, quello dell’Africa fuori dal tempo e quello della modernità digitale. Contrasti che, semplicemente esistendo, smontano stereotipi e semplificazioni. Per questo, anche se gran parte del mio lavoro si svolge nelle città africane, cerco sempre di ritagliarmi qualche incursione nei villaggi. Ricordo l’antenna televisiva costruita con bambù in un’oasi della Mauritania, un televisore sistemato sotto un’acacia nel nord del Ghana, un piccolo pannello solare appeso con il filo di ferro a un tetto di paglia in Sierra Leone o i murales della cooperazione cinese che promettono la televisione via cavo nei villaggi più remoti.

Lasciandosi alle spalle la città, il cemento, lo smog e il traffico cedono lentamente il passo a una natura che torna protagonista. Cambiano i ritmi, i suoni e gli odori. L’orizzonte si allarga e, ogni volta, mi sorprende la sensazione di tornare verso casa. Non solo per il paesaggio: la semplicità, il pragmatismo e l’accoglienza, insieme cordiale e prudente, delle persone incontrate nei villaggi mi riportano alle campagne della pianura emiliana dove sono cresciuto. Mondi lontanissimi, ma accomunati da un forte senso di comunità e da un rapporto con la terra che il progresso non è riuscito a cancellare. Quando si racconta l’Africa contemporanea, è giusto guardare alle metropoli come ai principali motori del cambiamento. Ma proprio questa centralità rischia di lasciare il mondo rurale ai margini delle politiche e perfino del racconto giornalistico. Eppure le campagne africane continuano a reinventarsi ogni giorno, cercando un equilibrio fra tradizione e innovazione. L’Africa rurale esiste ancora. È meno pittoresca e molto meno romantica di quanto l’immaginario occidentale continui a rappresentarla, ma è viva, in continuo movimento e capace di sorprendere. Forse Sankara oggi non parlerebbe più di un solo “Paese reale”. Ne riconoscerebbe molti, diversi e complementari, che insieme compongono il mosaico dell’Africa contemporanea.

Questa rubrica è uscita sul numero 5/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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