Etiopia, e ora che succede? Dopo la ritirata del Tplf il pericolo è un conflitto allargato

di Tommaso Meo

Con la ripresa di Makallè la crisi del Tigray rischia di incendiare l’intero Corno d’Africa: crescono le tensioni con Eritrea ed Egitto, mentre la Chiesa chiede di fermare subito le armi

di Enrico Casale

La svolta militare più significativa nel nuovo conflitto in corso in Etiopia si è consumata nel fine settimana, quando le forze governative etiopi e le milizie filogovernative delle Forze di pace del Tigray sono riuscite a riprendere il controllo di Makallè, la capitale regionale. Di fronte al rapido contrattacco delle truppe federali di Addis Abeba, i combattenti del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) hanno annunciato il ripiegamento delle proprie forze verso zone desertiche e il trasferimento temporaneo dell’amministrazione regionale fuori dalla città, motivando la scelta con la necessità di salvaguardare la vita dei civili. Testimoni locali, in una conversazione con Africa Rivista, hanno confermato la presa di Makallè e il peggioramento delle condizioni della popolazione civile a causa del protrarsi degli scontri armati.

La rioccupazione della capitale tigrina giunge dopo un’imponente offensiva lanciata dall’alleanza di opposizione guidata dal Tplf il 23 settembre. Tuttavia, la risposta dell’esercito di Addis Abeba si è rivelata immediata e spietata, caratterizzata in particolare dall’impiego massiccio di droni armati. Secondo le fonti locali, le incursioni aeree dei droni avrebbero colpito indiscriminatamente sia le postazioni dei combattenti sia i centri abitati, provocando decine di vittime anche tra la popolazione civile. Nonostante la ripresa parziale delle linee telefoniche e dell’accesso a internet consenta ora una maggiore circolazione delle notizie, il quadro complessivo resta dominato da una profonda precarietà e dal timore di ritorsioni sulla popolazione inerme.

Le mire etiopi su Assab

A rendere il panorama geopolitico ancora più critico è la concreta minaccia di un’internazionalizzazione della crisi. Le testimonianze raccolte confermano infatti voci sempre più insistenti su un imponente ammassamento di truppe etiopi lungo il confine con l’Eritrea. Dopo la formale rottura delle relazioni diplomatiche tra Asmara e Addis Abeba, il rischio che il conflitto valichi i confini nazionali è diventato altissimo. Sullo sfondo della mossa strategica del premier Abiy Ahmed c’è la storica ricerca di uno sbocco diretto sul mare per l’economia etiope. Il porto eritreo di Assab, situato in una posizione chiave lungo le rotte commerciali del Mar Rosso, rappresenta da sempre un obiettivo di primaria importanza per Addis Abeba, e l’attuale instabilità potrebbe fornire il pretesto per un’azione militare volta ad assicurarne il controllo.

Sul piano diplomatico, la tensione tra l’Etiopia e i Paesi vicini ha raggiunto livelli mai registrati prima. Il governo etiope ha recentemente interrotto i rapporti diplomatici con l’Eritrea e l’Egitto, accusandoli apertamente di sostenere e finanziare l’alleanza ribelle guidata dal Tplf insieme al Sudan. Addis Abeba ha inoltre espulso un diplomatico egiziano, provocando un’immediata misura speculare da parte del Cairo. Queste accuse sono state recisamente respinte dal ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty, il quale ha ribadito l’estraneità del suo Paese alle vicende interne etiopi.

Il vertice d’urgenza a El Alamein

Per affrontare l’emergenza, i presidenti di Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia si sono riuniti d’urgenza a El-Alamein, in territorio egiziano, a margine di un vertice dell’Unione africana (Ua). Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, l’eritreo Isaias Afwerki, il somalo Hassan Sheikh Mohamud e il capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan hanno ribadito la necessità di rispettare i principi di non ingerenza e di risolvere ogni controversia in modo pacifico. Nel comunicato finale, i quattro leader hanno rivolto chiesto ad Addis Abeba di rispettare il diritto internazionale in che regola i corsi d’acqua transfrontalieri, esprimendo forte contrarietà alle azioni unilaterali legate alla gestione della Grande diga del Rinascimento etiope (Gerd) sul Nilo Azzurro, considerata dal Cairo una minaccia esistenziale per la propria sicurezza idrica.

L’appello della Chiesa per il cessate il fuoco

Di fronte al nuovo conflitto, la Chiesa cattolica ha levato con forza la propria voce. La Conferenza dei vescovi cattolici dell’Etiopia (Cbce) ha diffuso un appello promosso dal Segretariato generale, chiedendo l’immediata cessazione di tutti i combattimenti nelle regioni di Tigray, Afar, Amhara e Oromia. I presuli hanno espresso profondo dolore per le tragiche perdite umane e le devastazioni spirituali e materiali, ricordando che la guerra non risolve i problemi ma si limita a moltiplicare le sofferenze e a seminare risentimenti destinati a durare per generazioni. Il richiamo dei vescovi etiopi si unisce alle parole del Papa, che il 30 settembre aveva manifestato preoccupazione per la ripresa delle ostilità, sollecitando le parti in causa a intraprendere con coraggio la via di un dialogo onesto.

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