Il grande salto del Marocco

di Tommaso Meo

Mettendo a frutto la sua posizione geografica e imboccando con decisione la via dell’industrializzazione e della creazione delle necessarie infrastrutture, il Regno alauita si sta decisamente modernizzando. Restano però vaste sacche di indigenza e una disoccupazione giovanile drammatica. La stabilità dipenderà dalla ricucitura dello strappo sociale

di Enrico Casale

Il Marocco è un Paese che corre a due velocità, tra un futuro di alta tecnologia, diplomazia raffinata e infrastrutture moderne, e un presente segnato da profonde disuguaglianze sociali. Se da un lato il Regno alauita si proietta sulla scena internazionale come una potenza regionale emergente, capace di ridisegnare gli equilibri del Mediterraneo e dell’Africa, dall’altro deve fare i conti con le richieste pressanti della sua popolazione, in particolare delle nuove generazioni. È un Paese che vive una dicotomia affascinante e complessa: una monarchia che modernizza l’economia a ritmi vertiginosi, ma che fatica ancora a distribuire equamente i frutti della crescita. «Dall’intronizzazione del re Muhammad VI nel 1999», spiega Mohamed el Khaddar, analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) ed esperto di dinamiche nordafricane, «il Marocco ha avviato importanti riforme strutturali. Questo processo di lungo periodo gli ha permesso di uscire dall’anonimato dei Paesi in via di sviluppo e tentare il grande salto verso un’economia industrializzata e moderna».

Economia resiliente in un contesto ostile

I dati macroeconomici confermano la solidità di questa visione. Nonostante il Marocco abbia dovuto affrontare una “tempesta perfetta” – la pandemia da covid-19, la siccità che ha colpito l’agricoltura per sei anni consecutivi, l’inflazione globale dei prezzi delle materie prime e il tragico terremoto che ha ferito intere regioni –, l’economia ha mostrato una resistenza sorprendente. Secondo la Banca mondiale, nel 2024 la crescita del pil reale si è attestata al 3,2%, risultato notevole se si considera la contrazione del 4,6% del settore agricolo. Una crescita che, dopo il 2020, si è mantenuta costante intorno al 3-4%.

A trainare lo sviluppo è l’economia non agricola, che ha mostrato – sempre secondo la Banca mondiale – un dinamismo del 3,9%, sostenuta dalla ripresa dell’industria, dai fosfati e dalle costruzioni. Il tutto, frutto di una strategia incentrata sulla diversificazione, puntando su settori ad alto valore aggiunto.

Un ingegnere marocchino passa in bicicletta davanti ai pannelli solari della centrale solare di Ain Beni Mathar, nei pressi di Oujda. Secondo quanto affermato, la centrale soddisfa il 13% del fabbisogno energetico del Marocco. Abdelhak Senna / Afp)

L’esempio più evidente di questa trasformazione industriale è il settore automobilistico. El Khaddar offre un paragone significativo con l’Italia: «Attualmente il Marocco produce 500.000 autovetture l’anno e punta a raggiungere il milione entro il 2030. Nel 2010 l’Italia ne produceva 800.000, oggi si è attestata sulle 500.000. Non si tratta solo di assemblaggio, ma di investimenti massicci nella progettazione e nella produzione. Il continente europeo è il maggiore investitore in Marocco, creando un ecosistema che spazia dall’automotive all’aeronautica».

Corridoio tra due mondi

A sostenere questa impalcatura industriale c’è un piano infrastrutturale di prim’ordine. El Khaddar evidenzia come negli ultimi anni il Paese abbia avviato importanti investimenti nella rete stradale, autostradale, ferroviaria, nei ponti e soprattutto nei porti e negli aeroporti. La geografia assegna al Marocco una carta vincente: una posizione strategica «tra l’Oceano Atlantico e il Mediterraneo, nello Stretto di Gibilterra», che funge da corridoio naturale verso Europa e Africa. Avere infrastrutture adeguate per lo scambio di merci è essenziale per capitalizzare questa rendita di posizione.

Il porto di Tangeri Med, che secondo l’ultima classifica di Alphaliner si posiziona al 17° posto a livello mondiale ed è il secondo porto container tra quelli con il trend di crescita più alto a livello globale, e la linea ferroviaria ad alta velocità che collega il nord del Paese sono la spina dorsale di un Marocco che vuole diventare l’hub logistico del continente. Questi investimenti pubblici hanno sostenuto anche la domanda interna, permettendo al governo di mantenere i conti in ordine: il deficit è stato contenuto al 4,1% del pil e il debito, pur al 70%, è considerato stabile.

La frattura sociale

Tuttavia, dietro i numeri del pil e le inaugurazioni delle nuove infrastrutture, si nasconde un’altra realtà. «Nel Paese è rimasto un divario ancora importante fra centro e periferia, città e campagna», avverte el Khaddar. La modernizzazione non è uniforme: si concentra nelle grandi metropoli costiere e negli snodi industriali, lasciando indietro ampie zone del territorio e della popolazione.

«Va da sé che è un’economia che lascia delle lacune», spiega l’analista, «soprattutto in un Paese che viene da un passato di povertà e che ha prodotto un’importante migrazione verso l’Europa, non ancora del tutto superato. Le sacche di indigenza persistono». E sono alimentate anche da un’inflazione che, sebbene in calo grazie all’intervento della Banca centrale che ha ridotto i tassi al 2,5%, ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie più vulnerabili.

La porta d’ingresso riccamente decorata della tomba di Moulay Idriss, fondatore della città. Pascal Maitre/Panos Pictures

Il dato più allarmante riguarda il mercato del lavoro. Se il tasso di disoccupazione generale è salito al 13,3% nel 2024, la situazione per i giovani è drammatica: secondo l’Unione delle camere arabe, il 37,7% dei giovani tra i 15 e i 34 anni non ha un lavoro. Un esercito di persone senza prospettive che rappresenta una bomba sociale pronta a esplodere.

Gen Z: istruita, connessa e arrabbiata

È qui che entra in scena la protagonista delle recenti tensioni sociali: la Generazione Z, quella dei nati tra il 1995 e il 2010. Una generazione che in Marocco, secondo el Khaddar, «ha subito e percepito più delle generazioni precedenti le diseguaglianze». A differenza dei genitori, questi giovani possiedono «strumenti e un’istruzione importante», e vedono il mondo dallo schermo del loro smartphone. «Per loro l’Europa è un punto di riferimento», continua, «e il paragone, sotto il profilo del welfare e delle capacità economiche, è impietoso. Per questo non accettano di vivere in un Paese dove le disuguaglianze restano troppo importanti».

Tale consapevolezza ha portato a un nuovo tipo di mobilitazione, coordinata online con l’hashtag #GenZ212. La scintilla è scattata a causa di episodi di malasanità percepiti come un’ingiustizia intollerabile in un Paese che investe miliardi in grandi opere. La richiesta è semplice: la Gen Z vuole soprattutto un’istruzione pubblica di alto livello e una sanità pubblica capillare ed efficiente. Una generazione che chiede diritti e servizi, non solo crescita economica astratta.

La risposta dello Stato è stata duplice: proteste represse immediatamente, seguite da tentativi di dialogo. Nel suo discorso alle Camere, il sovrano ha invitato il Parlamento ad attuare le riforme economiche e sociali necessarie a ridurre le disparità ancora profonde.

Polemica sugli stadi

Il contrasto tra le priorità del governo e quelle dei cittadini è stato riassunto dai manifestanti con l’accusa di una politica da panem et circenses. Mentre gli ospedali mancano di risorse, il Marocco investe massicciamente nello sport, visto come un volano economico e di prestigio internazionale. Per l’ultima edizione della Coppa d’Africa, ospitata nelle scorse settimane dal Marocco e in vista della Coppa del Mondo 2030 sono stati stanziati 9,5 miliardi di dirham (890 milioni di euro) per rinnovare e costruire stadi.

La contraddizione è evidente. «Questa generazione», spiega ancora el Khaddar, «ha visto il Paese aprirsi al mondo, ma la mancanza di welfare, sanità pubblica ed educazione stride con gli investimenti nello sport e nelle infrastrutture». L’inaugurazione del nuovo stadio Prince Moulay Abdellah a Rabat, costato oltre 75 milioni di dollari, è diventata per molti il simbolo dello scollamento tra l’immagine patinata che il Regno vuole offrire all’estero e le necessità quotidiane della popolazione.

Un gruppo di ragazzi, due dei quali indossano magliette con l’immagine di Messi, mentre attraversano un fiume che circonda una fortezza kasbah nella catena dell’Alto Atlante. Foto: Tim Dirven/Panos Pictures

È il paradosso di un Paese che si classifica all’11° posto nel ranking Fifa per i risultati della nazionale di calcio, ma scivola al 120° nell’Indice di sviluppo umano dell’Onu. «Lo sport sta diventando un comparto economico, ma per chi non trova lavoro o cure mediche, il calcio non basta più a distrarre dalle difficoltà», sottolinea Mohamed el Khaddar.

Il nodo Sahara Occidentale

La politica estera, «materia prerogativa del sovrano», ha subito un’accelerazione decisiva negli ultimi quindici anni. Obiettivo primario era e resta il consolidamento della sovranità sul Sahara Occidentale. «In questi anni», spiega Giuseppe Dentice, anch’egli analista dell’Osmed dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V, «si è registrata una convergenza di interessi, anche in sede Onu, che ha favorito di fatto l’avanzamento della proposta marocchina di autonomia, che non è stata accettata tout court ma di fatto è stata avallata. Hanno giocato un ruolo di rilievo gli Stati Uniti con gli Accordi di Abramo, ma anche l’abilità della diplomazia marocchina, attivissima soprattutto in Africa, dove è riuscita a conquistare i cuori e le menti di molti governi africani alla tesi dell’autonomia (non dell’indipendenza) del Sahara Occidentale. Questa azione diplomatica è riuscita a mettere in un angolo anche l’Algeria. Algeri oggi sulla questione sahrawi non è in grado di poter giocare un ruolo attivo né di trovare una sponda nella Russia, che si è allineata al Marocco trovando una sorta di compromesso con Rabat sul dossier Ucraina».

Oltre al sostegno alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e degli Stati Uniti, Rabat ha ottenuto il riconoscimento delle proprie posizioni da parte di Spagna, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi e, più recentemente, dalla Francia di Macron. Per il Marocco, ottenere l’appoggio di Parigi, storicamente legata all’Algeria, ha rappresentato, per el Khaddar, «una vittoria strategica». Questo risultato, a suo parere, ha «di fatto isolato le rivendicazioni indipendentiste».

Israele, droni e realpolitik

Un altro pilastro della strategia internazionale del Marocco è l’adesione agli Accordi di Abramo e la normalizzazione dei rapporti con Israele nel 2020, scelta dettata dalla realpolitik, inserita in uno scambio strategico con gli Stati Uniti per ottenere il riconoscimento della sovranità sul Sahara Occidentale.

Oltre alla diplomazia, il cuore dell’accordo è la cooperazione militare e tecnologica. Nel 2021 è stato firmato un accordo che prevede scambio di intelligence, collaborazione industriale ed esercitazioni congiunte. Il Marocco ha bisogno di tecnologia per garantire la propria sicurezza e sorvegliare i confini, e Israele è un fornitore d’eccellenza. «È stato firmato un accordo per l’acquisto di droni, sistemi contraerei e altri armamenti sofisticati», spiega el Khaddar, menzionando anche l’interesse per i carri armati Merkava.

La corsa agli armamenti non riguarda solo Israele: anche la Turchia gioca un ruolo di rilievo, con accordi per la costruzione dei droni Bayraktar direttamente in Marocco. L’obiettivo è chiaro: dotare il Paese di una capacità militare significativa in una logica di deterrenza.

Tuttavia, la relazione con Israele è delicata sul fronte interno. «Il rapporto con Israele», osserva Dentice, «è sentito soprattutto a livello di governance. A livello popolare esiste, al contrario, un sentimento di forte vicinanza alla causa palestinese e, benché si sia attenuato nel corso dei decenni, è ancora presente e si fa sentire». Come riporta Foreign Affairs, il governo ha adottato una linea dura contro le critiche agli accordi con Israele, ma ciò non ha impedito ai manifestanti di spostare la mobilitazione verso i porti, bloccando navi dirette in Israele. I sindacati hanno chiesto di vietare l’attracco di queste imbarcazioni, e la solidarietà con la Palestina è diventata una componente «politica e morale rilevante» delle proteste. Il re, presidente del Comitato al-Quds (Gerusalemme), deve quindi mantenere un difficile equilibrio tra legami strategici con Israele e consenso interno.

La sfida della coesione

Guardando al futuro, il Marocco si trova a un crocevia. Secondo la Banca mondiale, il pil nel 2025 è cresciuto del 3,6%. Gli analisti di Haiba Alghaiouan Consulting, azienda esperta in investimenti in Marocco, prevedono un quadro ancora più roseo, con una crescita compresa tra il 3,8% e il 4,4%. Con riserve valutarie che coprono 5,5 mesi di importazioni (circa 33 miliardi di dollari), il Marocco dispone inoltre di un solido cuscinetto per sostenere la stabilità valutaria e assorbire gli shock esterni. Il Paese continua a trasformarsi, spinto da una visione modernizzatrice che parte dall’alto. Tuttavia, la stabilità a lungo termine dipenderà dalla capacità di ricucire lo strappo sociale.

Un uomo guida un trattore con un rimorchio carico di rami provenienti dalla potatura degli ulivi nel frutteto di Slim Rekik. Foto: Sven Torfinn/Panos Pictures

Nel suo discorso di apertura dell’anno parlamentare, il re ha ricordato che «sono state avviate riforme importanti, ma sta al Parlamento attuarle». Il messaggio è chiaro: bisogna accelerare sul welfare, la sanità e l’istruzione per «rispondere alla piazza e alla generazione di marocchini che richiedono uno Stato sociale più adeguato».

Il Marocco di oggi è un Paese che si sente «più europeo che africano» dal punto di vista economico, ma che resta «ancorato a meccanismi che producono disuguaglianze troppo marcate». La sfida dei prossimi anni sarà armonizzare queste due anime. Gli investimenti per i Mondiali 2030 porteranno luci e attenzione sul Regno, ma sarà la capacità di dare risposte concrete ai giovani della Gen Z a determinare se il Marocco potrà consolidare davvero il suo sviluppo sociale ed economico.

Questo servizio è uscito sul numero 2/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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