Mentre nel resto del mondo ripartono le lezioni, nell’est della Repubblica Democratica del Congo quasi 500mila ragazzi non torneranno sui banchi a causa conflitti ed epidemie
di Enrico Casale
Cartella, grembiule, compagni di scuola, maestre: il rito del ritorno a scuola si ripete in questi giorni in tantissimi Paesi del mondo. Un appuntamento allegro e, allo stesso tempo, importante, perché studiare offre ai ragazzi e alle ragazze un futuro più solido, basato sulla conoscenza. Eppure c’è chi, quest’anno, non potrà sedersi sui banchi e vedrà il proprio futuro compromesso. Tra chi non potrà accedere alle aule ci sono gli allievi e le allieve delle province orientali della Repubblica Democratica del Congo. In quell’area, l’escalation dei conflitti armati sta devastando il sistema educativo. Secondo un rapporto redatto dall’Education Cluster, la piattaforma di coordinamento umanitario guidata dall’Unicef e da Save the Children in collaborazione con le autorità congolesi, sono 491.578 i minori che rimarranno a casa all’avvio del nuovo anno scolastico.
Le chiusure forzate degli istituti scolastici sono dovute per la maggior parte agli scontri e all’insicurezza dilagante. A questi fattori si aggiungono la distruzione fisica degli edifici scolastici, che rappresenta un quarto dei casi registrati, l’occupazione militare delle strutture e il loro impiego come rifugi temporanei per gli sfollati. Una percentuale minima delle chiusure è invece riconducibile alle emergenze sanitarie ed epidemiche.
L’impatto del conflitto colpisce duramente sia gli studenti, il 54% dei quali sono ragazzi e il 46%, sia il personale docente, con oltre 94.000 insegnanti coinvolti nella crisi. L‘est del Paese vive da decenni una spirale di violenza, ma la situazione ha subito un brusco peggioramento a causa della ripresa delle offensive militari da parte di vari gruppi ribelli nelle province del Nord Kivu e del Sud Kivu.
Per ovviare, almeno in parte, a questi problemi, il governo congolese ha progettato di introdurre la didattica a distanza in 18 zone sanitarie ad alto rischio per il virus Ebola a partire dall’anno scolastico 2026-2027. Come annunciato dalla ministra di Stato per l’Istruzione nazionale, Raissa Malu, nelle aree interessate dal provvedimento saranno distribuiti ogni quattro settimane materiali didattici stampati, affiancati da lezioni trasmesse attraverso le emittenti radiofoniche locali e comunitarie. L’iniziativa, portata avanti dal ministero dell’Istruzione nazionale insieme al ministero della Salute, punta a tutelare gli studenti, evitando un aggravamento della situazione epidemiologica nei diversi territori. Oltre alla formazione via radio e su carta, il piano prevede una campagna di sensibilizzazione rivolta al personale scolastico e la riduzione dei grandi assembramenti nelle aree monitorate.
Tutto ciò, però, probabilmente non basterà. I combattimenti, insieme alla diffusione dell’Ebola, continueranno a interrompere i percorsi educativi, esponendo centinaia di migliaia di minori a rischi drammatici, tra cui lo sfruttamento lavorativo, gli abusi e il reclutamento forzato nelle file delle milizie armate. Ai ragazzi e alle ragazze sarà così negata un’opportunità fondamentale per costruire il proprio futuro. E mentre in gran parte del mondo il ritorno a scuola segna l’inizio di un nuovo anno di crescita e di speranze, nell’est della Repubblica Democratica del Congo rischia invece di trasformarsi nell’ennesimo capitolo di una crisi che sta sottraendo a un’intera generazione non solo l’istruzione, ma anche la possibilità di immaginare una vita lontana dalla violenza.



