Sudan, la guerra arriva tra i Monti Nuba

di Tommaso Meo

La guerra in Sudan ha raggiunto anche questa regione, a lungo rimasta ai margini dei combattimenti. Tra bombardamenti di droni, ospedali e scuole colpiti, villaggi svuotati e campi profughi al limite della sopravvivenza, il Kordofan Meridionale si trasforma in un fronte decisivo e quasi invisibile. Il nostro reportage esclusivo per raccontare il dramma e la silenziosa resistenza di una popolazine sotto assedio

testo e foto di Marco Trovato

Camminano in fila indiana, serpeggiando lungo un sentiero che incide la savana nella luce dorata dell’alba. In testa, un soldato dall’aria severa detta il passo battendo un bastone sul terreno, come un maestro stanco che misura il tempo più che la distanza. Alle sue spalle, una schiera rumorosa di ragazzi. Ā«Djua! Djua!!Ā», Ā«forza!Ā» urlano a squarciagola, le dita a V in segno di vittoria, il pugno chiuso levato verso il cielo. A tracolla portano una sporta, una tanica d’acqua. Addosso, l’eccitazione baldanzosa di chi sembra partire per una gita, non per un campo di addestramento. Sono giovani volontari che hanno scelto di arruolarsi nel braccio armato del Sudan People’s Liberation Movement–North (Splm-N), lo storico movimento di liberazione del popolo nuba. Hanno risposto all’ennesima campagna di mobilitazione, richiamati da una guerra che credevano lontana, quasi estranea, confinata ad altre regioni, ad altri destini. Molti di loro sono cresciuti con il racconto di un conflitto ereditato, mai davvero concluso, e ora scoprono che quella storia ĆØ tornata a bussare alle porte delle loro colline.

I suoni sinistri delle armi hanno ricominciato a rimbalzare tra queste vallate remote e magnifiche. Si insinuano, si avvicinano lentamente, seguendo gli stessi sentieri battuti dalle giovani reclute, fino a raggiungere il cuore del Kordofan Meridionale. Una regione che negli ultimi mesi è tornata a essere uno dei principali teatri di una guerra che, da quasi tre anni, semina devastazione e morte in tutto il Sudan. Il bilancio è spaventoso: almeno duecentomila vittime accertate, quindici milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, più del doppio ridotte a condizioni di fame estrema. È la più grave crisi umanitaria del nostro tempo, eppure largamente ignorata dai grandi media internazionali e dalla diplomazia occidentale.

Il Kordofan, regione-cuscinetto

Il conflitto ĆØ esploso all’indomani della caduta del trentennale regime di Omar al-Bashir e del naufragio della fragile transizione democratica, implosa sotto il peso di una resa dei conti interna all’apparato militare. A contendersi il potere sono due generali, un tempo alleati e oggi acerrimi nemici: Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito regolare, e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, leader delle Forze di supporto rapido (Rsf). Queste ultime affondano le radici nelle milizie arabe janjaweed, accusate di genocidio in Darfur su mandato dell’ex regime di Khartoum e, più recentemente, di nuove e gravi atrocitĆ  nel conflitto in corso. In particolare durante l’assedio di El-Fasher – a lungo ultima roccaforte dell’esercito nelle regioni occidentali – sono emerse prove di massacri sistematici, stupri di massa e violenze efferate contro civili inermi.

Il Paese ĆØ oggi di fatto spaccato in due. Le Forze di supporto rapido controllano tutti e cinque gli Stati del Darfur, nell’ovest del Sudan: un territorio vasto quanto la Francia, dove hanno insediato un’amministrazione parallela. L’esercito mantiene invece il controllo degli Stati orientali e di cittĆ  strategiche tra cui Khartoum e Porto Sudan, dove ha trasferito la sede del governo. In mezzo c’è il Kordofan, terra di confine e di contesa, cuscinetto instabile tra le due aree di influenza. Una regione ricca di petrolio, cruciale per gli equilibri militari ed economici, e dunque determinante per l’esito della guerra.

Quella che per lungo tempo era stata una periferia dimenticata del conflitto sudanese ĆØ oggi uno dei suoi fronti più incandescenti. Dal Kordofan Meridionale filtrano con sempre maggiore frequenza notizie di combattimenti, offensive e controffensive che ridisegnano i rapporti di forza sul terreno e alimentano una spirale di violenza senza fine. Le postazioni avversarie distano spesso pochi chilometri: i nemici si osservano, si studiano, si provocano, pronti a colpire al primo segnale di debolezza. CittĆ  assediate, corridoi umanitari impraticabili, il ritorno dello spettro della carestia. Arrivano immagini e testimonianze di stragi efferate contro i civili: scuole, ospedali, asili colpiti dai bombardamenti. L’esercito regolare e i gruppi armati antigovernativi si accusano a vicenda di crimini di guerra, mentre la violenza cresce senza controllo, stringendo la regione in una morsa sempre più soffocante.

Mosaico di culture

La strada ĆØ poco più di una pista di pietre e polvere che si arrampica tra vallate e gole. Viaggio accanto a padre Renato Kizito Sesana, un missionario di 82 anni da oltre trenta impegnato in missioni umanitarie al fianco del popolo nuba. Dal finestrino scruta il paesaggio che scorre lento: i tetti conici delle capanne, i baobab monumentali dai rami contorti, i pastori in cammino con lunghe carovane di vacche e cammelli, le montagne all’orizzonte che sembrano dissolversi nel cielo. Ā«Queste alture mi hanno sempre ispirato pace, fraternitĆ , impegno, il desiderio di fare qualcosa per gli altriĀ», dice. Poi il volto si oscura. Ā«Questo nuovo conflitto fa male. Mi ferisce nel profondo. PerchĆ© penso a quei bambini, a quelle persone colpite dalla violenza cieca che ha sconvolto le loro vite: magari le avevo incontrate l’ultima volta che ero passato di qui, mi avevano salutato, avevano sorriso. Sentire quel legame spezzato ĆØ dolorosoĀ».

Sui Monti Nuba due milioni di persone vivono abbracciate alle rocce come un’unica, immensa famiglia. ƈ un mondo fatto di minuscoli villaggi, presepi di terra e paglia che spuntano tra le fenditure della pietra, appena visibili dall’alto, collegati da una ragnatela di sentieri che si insinuano tra gole e creste. Strade invisibili a occhi estranei, ma percorse ogni giorno da chi ci ĆØ nato e di questo paesaggio conosce ogni silenzio, ogni mutamento di luce. Questa enclave montuosa ĆØ un crogiolo umano di rara complessitĆ : decine di comunitĆ  di origini diverse, spesso misteriose, sopravvissute agli assalti della storia come isole linguistiche. Più di cinquanta idiomi risuonano tra le valli, lingue che altrove sarebbero state inghiottite dal tempo e dalle dominazioni, ma che qui trovano ancora un respiro ostinato. Tutto le separa: tradizioni, riti, memorie antiche. Eppure le unisce un’unica, potente fedeltĆ  a queste montagne aspre e bellissime, rifugio e condanna allo stesso tempo.

L’isolamento, in questa regione tra le più remote e inaccessibili dell’Africa centrale, non ĆØ una condizione: ĆØ un destino. Un baluardo naturale che per secoli ha offerto protezione – dalle pressioni degli arabi che pretendevano conversioni forzate, dalle razzie degli schiavisti, poi dalle campagne di annientamento del regime di Omar al-Bashir, che tentò di piegare i Nuba bombardando i loro villaggi. Ma la pietra, qui, ha sempre restituito eco alla resistenza. Due volte più grande della Toscana, questo fortino di montagne che sfiorano appena i mille metri domina le pianure come una fortezza antica. ƈ una cittadella della natura, costruita non per mano dell’uomo ma dalla necessitĆ  di sopravvivere. E oggi, ancora una volta, ĆØ assediata. La guerra, che sembrava un incubo del passato, ĆØ tornata a turbare la fragile quiete di queste valli. Gli stessi sentieri che un tempo proteggevano, ora intrappolano; gli stessi pendii che salvavano, ora diventano teatri di fuga. Le comunitĆ  che hanno sfidato secoli di persecuzioni si ritrovano nuovamente a stringersi l’una all’altra, come le loro case addossate alla montagna.

Discutibili scelte di campo

Con noi ci sono Valerio Cataldi, corrispondente Rai per l’Africa, e il suo cameraman keniano Tom Ndirangu. Siamo i primi giornalisti occidentali a raggiungere i Monti Nuba, nel Kordofan Meridionale, da quando a dicembre la guerra ha infranto la fragile pace di queste alture. Lungo il percorso, i soldati dell’Splm-N – alleato dei gruppi antigovernativi – controllano documenti e lasciapassare a una dozzina di posti di blocco. In teoria sono loro a dominare l’area. Ma la realtĆ , tra queste montagne, ĆØ molto più complessa. Da tempo si sono infiltrati i soldati dell’esercito regolare e i paramilitari delle Rsf. Si combatte per ogni villaggio, per ogni altura, per ogni pozzo, metro dopo metro, senza esclusione di colpi. Un centro abitato sotto il controllo dell’esercito può passare nel giro di poche ore nelle mani dei ribelli, e viceversa. Un’area considerata sicura può trasformarsi all’improvviso in teatro di scontri feroci. Muoversi in questa geografia della guerra, fluida e imprevedibile, ĆØ un esercizio costante di rischio. Da tempo ĆØ svanita ogni distinzione tra fronte e retrovie. Dal cielo piovono ordigni che non fanno differenza tra combattenti e civili. Ogni edificio può essere scambiato per una postazione militare, ogni veicolo per un obiettivo, ogni persona per un bersaglio. 

Ā«Oggi la situazione sui Monti Nuba ĆØ estremamente delicataĀ», conferma Daoud Isaiah Al-Foul, vicegovernatore della regione. Lo incontriamo all’esterno del suo ufficio: completo chiaro, cappello da cowboy, il bastone del comando stretto con fierezza tra le mani. Alle sue spalle, tre uomini armati vegliano sulla sua sicurezza. Ā«L’alleanza politico-militare che abbiamo siglato con le Rsf rappresenta un passaggio cruciale: per la prima volta, dopo decenni di guerra, le popolazioni emarginate del Sudan tentano di costruire un fronte unitarioĀ». Una scelta controversa, che ha infranto l’iniziale neutralitĆ  nel conflitto, voluta dal leader politico dell’Splm-N, Abdelaziz al-Hilu. I Nuba, protagonisti in passato di una lunga guerra difensiva, di resistenza, contro un regime sanguinario deciso a cancellarne l’identitĆ , si trovano oggi a combattere al fianco di miliziani accusati delle peggiori atrocitĆ .

Interferenze internazionali

Tra gli episodi più gravi attribuiti ai paramilitari nel Kordofan Meridionale figura l’attacco con droni a un ospedale e un asilo di Kalogi all’inizio di dicembre, in una cittĆ  sotto il controllo della giunta militare sudanese. Il bilancio ĆØ di almeno 114 vittime – 63 i bambini. Le immagini diffuse sui social, per breve tempo rilanciate anche dai grandi media internazionali, mostrano i corpi dilaniati dei più piccoli, edifici ridotti in macerie, oggetti personali – scarpe, zainetti, ciabatte – sparsi fra i detriti, segni inequivocabili di una violenza che ha colpito persone disarmate e luoghi destinati alla cura e all’infanzia. Ā«In guerra ĆØ possibile che vi siano violazioni dei diritti umaniĀ», taglia corto il vicegovernatore. Ā«Tuttavia, voglio sottolineare che molte delle accuse rivolte alle Rsf non corrispondono alla realtĆ . Come giĆ  accaduto in passato, riteniamo plausibile che elementi legati all’alleanza islamista del governo di Khartoum si siano infiltrati per commettere misfatti e criminalizzare le RsfĀ».

Le versioni dei fatti sono contrastanti e la propaganda circola in tutti gli schieramenti. A rendere il quadro ancora più complesso ĆØ l’intervento di attori esterni: gli Emirati Arabi Uniti, principali sostenitori delle forze paramilitari; Egitto e Turchia, allineati con il governo di al-Burhan; e, in modo più discreto, Russia, Cina e Stati Uniti. Tutti contribuiscono, in misura diversa, al proseguimento del conflitto attraverso forniture militari o appoggi politici, attratti dal peso strategico del Sudan: territorio di passaggio tra Sahel e Africa subsahariana, ricco di petrolio, oro e terre coltivabili, attraversato dal Nilo e affacciato sul Mar Rosso.

Sul terreno, le conseguenze ricadono soprattutto sulla popolazione civile. Donne e bambini sono i più esposti. Il Kordofan Meridionale ĆØ oggi una delle aree più insicure del Paese. Nei villaggi si scavano rifugi nel terreno, fosse profonde appena rinforzate, dove trovare riparo durante i bombardamenti. Per il timore di attacchi aerei e incursioni improvvise, le autoritĆ  hanno vietato qualsiasi assembramento. Il mercato di Konyche, un tempo brulicante di voci, odori e colori, oggi ĆØ deserto. Muoversi tra ciò che resta colpisce più del vuoto stesso: un groviglio silenzioso di pali intrecciati, scheletri di legno che fino a poco tempo fa sorreggevano centinaia di bancarelle. La vita commerciale si ĆØ spostata altrove, frammentata e invisibile. I venditori sono ora disseminati lungo le rive di un fiume stagionale, mimetizzati tra rocce e acacie spinose. Per terra, su teli stesi alla meglio, espongono una mercanzia povera e ridotta all’essenziale: frittelle di mais, manciate di fagioli e patate, pugni di sale tenuti in sacchetti di plastica, pezzi di sapone, piccoli mucchi di cipolle impolverate.

Il drone di Kumo, per esempio

A pochi chilometri da qui, nei pressi dell’ambulatorio di Kumo, nei giorni scorsi un drone ha centrato un’area affollata di civili e operatori sanitari. I video girati dai soccorritori nei minuti immediatamente successivi all’attacco sono difficili da sostenere. Tra cumuli di macerie e travi ancora fumanti affiorano i resti delle vittime, dilaniate e scompaginate come in un macabro puzzle: corpi carbonizzati, arti strappati, frammenti irriconoscibili.

Mohamed Hassan, 45 anni, ĆØ l’infermiere della clinica di Kumo. ƈ seduto accanto a una pila disordinata di farmaci, lo stetoscopio abbandonato sul petto come un oggetto ormai inutile.

Il camice bianco risalta nella penombra della casupola di mattoni d’argilla rossa che funge da ambulatorio. Il suo sguardo non incrocia quello di chi lo ascolta: resta sospeso, come continuasse a fissare una scena che non riesce a lasciar andare. Ā«Ero qui dentro quando ho sentito l’esplosioneĀ», racconta. Ā«Un boato che ti attraversa il corpo. Subito dopo sono arrivate le urla, i lamenti dei feriti, l’odore acre del fuocoĀ». La gente accorreva da ogni direzione, trascinando corpi, chiedendo aiuto, invocando i nomi dei propri cari. Ā«Poi c’è stata una seconda esplosione, proprio fuori, a pochi metriĀ». Abbassa la voce. Ā«Le ferite erano impossibili da curare. Corpi lacerati ovunque, persone spezzate in due o decapitate. Non avevo mai visto nulla di simileĀ». Dentro l’ambulatorio si mescolavano sangue, polvere e fumo, una miscela soffocante. Ā«Non capivi più dove mettere le mani. Era il caosĀ». Si ferma per un istante. Ā«Una donna, completamente bruciata, ĆØ morta davanti ai miei occhi. Non ho potuto fare niente. Con lei, diversi bambiniĀ». Mohamed stringe le labbra, come a trattenere il resto. Ā«Quello che ĆØ successo qui non si cancella. ƈ qualcosa che ti resta dentro. Per sempreĀ».

Poco distante, il dottor Ismael Kambal, responsabile della clinica di Kumo, cammina lentamente nello spiazzo dove si ĆØ consumata la strage. Intorno, un silenzio irreale. Sul terreno restano le cicatrici dell’attacco: chiazze nere lasciate dall’incendio, detriti, frammenti metallici dell’ordigno piovuto dal cielo. Ā«Ero nel mio ufficio quando c’è stata la prima esplosioneĀ», racconta. Ā«Ha colpito un gruppo di sanitari arrivati da diverse parti della regione per un corso di formazione. Venticinque persone sono state falciate in un attimoĀ». Fa una pausa, lo sguardo inchiodato a terra. Ā«Circa quindici minuti dopo c’è stato un secondo attacco. La zona si era ormai riempita di soccorritori. Altre ventitrĆ© persone sono state uccise. ƈ stato terribileĀ». ƈ la prima volta che il dottor Kambal torna sul luogo della strage. La voce s’incrina. Ā«Ho paura che possa accadere di nuovo. Non mi sento al sicuro quiĀ». Le vittime sono state sepolte in una fossa comune. I loro abiti, strappati e imbrattati di sangue, sono stati bruciati in una buca poco distante. Quando arriviamo, sotto la cenere il fuoco non si ĆØ ancora spento. Si alza lentamente un fumo acre, si attacca alla pelle, brucia la gola. ƈ l’odore che resta dopo la violenza, l’ultimo segno di vite innocenti cancellate in un attimo.

Vivere di paura

I pochi sopravvissuti sono stati trasportati all’ospedale di Gidel, a una dozzina di chilometri di distanza. Il corpo di Amir Babikir Atajir ĆØ un inventario di ferite. Gli pende addosso una canottiera troppo grande, a malapena copre la pelle ustionata. Una benda spessa gli fascia l’occhio sinistro. ƈ disteso su un fianco, sul letto d’ospedale, in un reparto affollato e immerso nella penombra, da cui affiorano corpi ammassati, gemiti soffocati e sguardi svuotati. Parla a bassa voce, con fatica. «È successo all’improvviso. Ero davanti alla clinica. Poi dal cielo ĆØ caduto un ordignoĀ». S’interrompe, deglutisce. Ā«C’è stata un’esplosione, una palla di fuoco mi ha scaraventato lontano. Ho perso i sensi. Quando mi sono svegliato avevo dolore dappertuttoĀ». Indica il corpo con un gesto minimo. Ā«Gamba, piede, torace, braccia. Non c’è una parte che non sia ferita. E da quest’occhio non vedrò più». Amir riprende fiato. Ā«Nessuno si era accorto del drone. Non l’abbiamo visto, non l’abbiamo sentito arrivare. Quando si ĆØ mostrato era giĆ  troppo tardiĀ». Chiude per un istante l’occhio rimasto. Ā«Ho perso molti amici. Io sono vivo, per questo dicono che sono stato fortunato. Ma non so perchĆ© ci abbiano colpiti. Eravamo civili. Uomini disarmati, donne, bambini. Non eravamo soldati. Non eravamo al fronteĀ». Fa una pausa, poi aggiunge, quasi sussurrando: Ā«Questa ĆØ la guerraĀ». Una guerra che non risparmia nulla e nessuno.

L’ospedale Mother of Mercy ĆØ uno degli ultimi presƬdi sanitari funzionanti nelle Montagne Nuba. Qui arrivano feriti da ogni direzione, trascinati su barelle improvvisate, caricati su camion, motociclette, carri trainati da asini. Le ferite raccontano tutte la stessa storia. Ā«La vera novitĆ  di questa fase del conflitto sono i droniĀ», spiega Tom Catena, medico americano e direttore sanitario dell’ospedale, che vive e lavora in questa regione da quasi diciotto anni. Ā«Sono silenziosi, non si sentono arrivare. Colpiscono all’improvviso, senza preavviso. L’esplosione incendia tutto. Molti muoiono bruciati, senza nemmeno capire cosa stia accadendo. E chi sopravvive giunge da noi in condizioni disperateĀ». In passato la popolazione riusciva almeno a scappare: Ā«Gli aerei si sentivano arrivare, la gente correva nei rifugi. Con i droni questo non ĆØ più possibile. Sono invisibili. E molto più letaliĀ». Continuano ad arrivare feriti, civili e militari senza distinzione. Ā«Noi siamo un ospedaleĀ», dice Catena. Ā«Accogliamo chiunque varchi quella porta. Non facciamo domandeĀ». Ma la paura ĆØ ormai parte della quotidianitĆ . Ā«Non esistono più luoghi sicuriĀ», considera Shukri Nabil Kuku, che lavora nell’amministrazione dell’ospedale. Ā«Sappiamo bene che potrebbero colpire anche qui. Infermieri e infermiere lavorano con il terrore addosso, cercando di non mostrarlo ai pazienti, per non aggravare una sofferenza giĆ  insopportabileĀ».

Un milione di profughi nell’insicurezza

I famigerati miliziani delle Rsf hanno ormai conquistato i sentieri di queste montagne remote. Si muovono in perlustrazione su motociclette e pick-up da cui spuntano kalashnikov e mitragliatrici. Rapidi nei movimenti, come impresso nel loro nome. Nei pressi dell’ospedale di Gidel, dove vengono portati i feriti, li incroci a piedi: giovanissimi, impettiti nelle mimetiche color sabbia, occhi neri e impenetrabili, il turbante scuro allentato, una cascata di riccioli lucidi sulle spalle. Ā«Salam alaikumĀ», salutano con uno sguardo torvo e una stretta di mano ferma. Nei territori finiti sotto il loro controllo si atteggiano a nuovi padroni della sicurezza, imponendo la loro presenza con un misto di arroganza e minaccia silenziosa.

Per lungo tempo la regione dei Monti Nuba era considerata un rifugio sicuro. Qui si ĆØ riversato, dallo scoppio della guerra, oltre un milione e mezzo di profughi. Ma ora che i combattimenti hanno raggiunto queste alture, la situazione ĆØ precipitata. Ā«All’inizio della guerra la nostra regione era relativamente sicuraĀ», conferma David Ismael Bashir, vicedirettore di Srra (Sudan Relief and Rehabilitation Association), l’agenzia che assiste gli sfollati. Ā«Per questo motivo in molti sono fuggiti qui dal Darfur e da altre zone di combattimento intenso. In due anni abbiamo accolto più di un milione di sfollati, ma oggi la situazione ĆØ diventata insostenibile. I droni colpiscono civili in aree che fino a poco tempo fa erano considerate sicure. La gente cerca di scappare dalle zone di combattimento e dalle cittĆ  assediate. Ogni giorno arrivano centinaia di nuovi arrivi, spesso senza nulla e dopo aver perso i familiari. I bisogni superano di gran lunga le nostre possibilitĆ . Non sappiamo quanto potremo resistereĀ».

Camminando tra le capanne di Umshagen, uno dei tanti campi sorti tra i Monti Nuba, il paesaggio della disperazione prende forma. Un dedalo di ripari improvvisati, costruiti con legni storti, paglia secca e teli logori delle agenzie umanitarie, rattoppati e scoloriti dal sole. Il vento solleva polvere e rifiuti, l’aria brucia negli occhi. Una fila di bambini attende in silenzio il trattamento contro la scabbia; le donne avanzano lente, con taniche d’acqua in equilibrio sulla testa; gli uomini – pochi, pochissimi – si muovono stanchi tra i rifugi di fortuna, trascinando fasci di legna per il fuoco. Servono tizzoni per preparare il tĆØ e il caffĆØ speziato, ciotole di riso e fagioli: gesti minimi di sopravvivenza che tengono insieme le giornate. Ma non cancellano gli incubi che tornano ogni notte.

Testimoni di morte

Saida Kheleil, 35 anni, ha perso due figlie, un figlio e il marito in un’incursione contro il suo villaggio. Indossa un velo leggero color indaco che il vento le spinge sulle labbra, quasi a trattenerle le parole. Ā«Quando gli arabi sono arrivati – una cinquantina di macchine cariche di armi – ĆØ scoppiato il caos. Spari, esplosioni, gente che fuggivaĀ», racconta a fatica, lo sguardo fisso a terra. Ā«Ho corso e poi mi sono nascosta nell’erba alta per due giorni. Ho vagato senza meta, mangiando foglie e radici, bevendo acqua sporca dalle pozze. Sono arrivata qui esausta, col cuore spezzatoĀ». Nel campo ha ritrovato solo suo fratello e sua nipote: Ā«Gli unici familiari che mi sono rimasti in vitaĀ».

Jahida Alawid, 30 anni, porta sul volto e sulle spalle il peso della tragedia. Ā«Al momento dell’attacco ero andata a trovare mio padre con due delle mie figlieā€, dice a bassa voce. Ā«Poi gli spari, le esplosioni. Subito dopo, i Baggara, gli arabi delle pianure, hanno preso d’assalto tutto. Ho perso mio marito e altre due figlieĀ». Il silenzio che segue ĆØ un muro. Ogni parola sembra strappata a uno strazio che non conosce tregua.

Awid Abdulsamit, 65 anni, sopravvissuto all’assalto di Umdahilb, scivola in silenzio tra le capanne. La jellaba bianca e il copricapo tondo sembrano assottigliare una figura giĆ  fragile. Ā«Stavo lavorando nei campi quando ho sentito le esplosioniĀ», racconta. Ā«Ho visto i miliziani delle Rsf saccheggiare e bruciare le case. Nell’attacco ho perso due figlie. Mia moglie ĆØ qui con me. Dell’altro figlio abbiamo perso le tracceĀ».

Anche Abdalall El Khileihl Moussa, 45 anni, ĆØ tra i pochissimi sopravvissuti al raid che ha ucciso almeno 150 civili. Indossa una t-shirt di una squadra di calcio e un paio di jeans logori, gli stessi abiti di quella mattina, rimasti come una seconda pelle, segnati dal momento in cui la sua vita ĆØ cambiata per sempre. Ā«Ho perso nove membri della mia famiglia: figli, moglie, genitori, fratelli e sorelleĀ». Lui si ĆØ salvato solo perchĆ©, al momento dell’attacco, era fuori dal villaggio, diretto al mercato. Ā«Avevo sentito il ronzio dei droni sopra le nostre testeĀ», racconta, Ā«ma non mi ero allarmato: nei giorni precedenti avevano sorvolato l’abitato senza colpire. Pensavamo scattassero fotografieĀ». Poi l’assedio: i miliziani hanno bloccato tutte le strade di accesso al villaggio, trasformandolo in una trappola mortale. Rimasto all’esterno, non ha potuto salvare i suoi familiari, ha assistito impotente all’orrore. Ā«Ero increduloĀ», dice. Ā«Li ho visti scagliarsi contro le case e contro la gente, con una ferocia ciecaĀ». Le squadracce delle Rsf hanno spazzato via tutto ciò che incontravano. Ā«Ho perso tutto e tuttiĀ», conclude. Ā«Mi sento finitoĀ». Le sue parole cadono secche, senza enfasi, sospese nell’aria del campo come il peso di ciò che non potrĆ  mai più essere restituito.

Lo sguardo di padre Kizito

Fa un effetto straniante raccogliere storie di morte in un luogo come i Monti Nuba. Le stesse colline che al mattino risuonano dei passi delle reclute, al tramonto si immergono in un silenzio quasi assoluto. Nelle vallate la savana si accende di giallo e arancio, l’erba alta ondeggia sotto un vento leggero, le montagne si stagliano nette contro il cielo, le famiglie tornano a stringersi attorno a mille fuochi, mentre le prime stelle affiorano nel blu profondo. Tutto suggerisce equilibrio, armonia, continuitĆ . Una vita antica che sembra procedere secondo un ritmo proprio, immutabile, quasi fosse indifferente alla violenza degli uomini. Eppure ĆØ proprio in questo paesaggio, cosƬ composto e luminoso, che si consuma la frattura: sotto questa bellezza persistente si accumulano lutti, fughe, paure taciute. La guerra non cancella l’armonia della natura, ma la attraversa, la contamina, rendendo ancora più crudele il contrasto tra ciò che appare e ciò che accade.

Seduto su un tronco consumato dal tempo, padre Kizito osserva il paesaggio in silenzio. Capelli arruffati e barba bianca, folte sopracciglia a incorniciare uno sguardo ancora magnetico: ha l’aria di un vecchio leone che conosce ogni piega di queste montagne. Da più di trent’anni queste alture fanno parte della sua vita, più di una missione: una scelta. Ā«Mi sono chiesto spesso perchĆ© questo posto mi chiami cosƬ tantoĀ», dice. Ā«Forse perchĆ© qui ĆØ ancora possibile vivere l’essenziale. Qui le relazioni contano più delle strutture, le persone più dei ruoli. Qui si può ancora provare a costruire pace, anche quando tutto intorno va in frantumiĀ».

Ai Nuba ha dato molto, dai Nuba ha ricevuto altrettanto. Ā«Mi hanno insegnato a guardare le persone per quello che sono, non per ciò che rappresentano. Qui ho capito quanto poco contino le etichette, le sovrastrutture. Conta la vita, cosƬ com’è». Il sole cala dietro le creste e incendia le montagne di riflessi rossi. Nelle sere più limpide, quando il vento scivola dalle cime, si dice che queste alture parlino. Raccontano, a chi sa ascoltare, la lunga storia della loro gente: una storia dura e ostinata come le pietre che la custodiscono, segnata da assedi, fughe e resistenza, eppure ancora viva. Padre Kizito resta immobile, come in ascolto di quelle voci antiche. Poi sussurra, quasi a non volerle disturbare: Ā«Dopo tanta guerra e dolore, arriverĆ  la pace. SarĆ  l’inizio di una storia nuova per un popolo che ĆØ stato a lungo oppresso. SarĆ  una rinascitaĀ».

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