È scontro in Mali sulle mutilazioni genitali femminili

di Tommaso Meo
Manifesti social pro mutilzazioni genitali femminili in Mali

Dopo la comparsa di manifesti pro-mutilazioni su social e strade, la Commissione per i diritti umani esige una legge ad hoc in un Paese in cui l’89% delle donne è vittima della pratica

di Andrea Spinelli Barrile

Si infiamma in Mali il dibattito sulle mutilazioni genitali femminili. La Commissione nazionale per i diritti umani (Cndh) ha esortato le autorità maliane ad adottare una legislazione specifica contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili (Mgf), a seguito della diffusione sui social media di messaggi favorevoli a questa pratica, che nel Paese è ancora molto diffusa.

In una dichiarazione ufficiale, la Cndh ha definito le Mgf «un attacco all’integrità e alla dignità fisica, morale e psicologica» di donne e ragazze, spiegando di essersi voluta mobilitare perché nelle ultime settimane diverse organizzazioni, politici e influencer sui social media stanno conducendo una campagna a favore della pratica. Per questo motivo la Commissione, guidata da Aissata Founè Tembely, ha esortato le autorità pubbliche e le organizzazioni della società civile a rafforzare le attività di sensibilizzazione e prevenzione.

Da metà agosto, infatti, la città di Bamako, ma non solo, si è coperta di manifesti, spesso generati con l’Aim a favore delle mutilazioni genitali femminili, immagini che sono anche state riprese sui social media. Alcune immagini riportavano in particolare gli slogan «In Mali, sì alle mutilazioni genitali femminili», «Vogliamo proteggerle» e «Sì all’escissione». Un dibattito che ha tracimato la società, estendendosi alla comunità scientifica: il Comitato etico nazionale per la salute e le scienze della vita ha annunciato la revoca dell’autorizzazione concessa a giugno per uno studio sulle opinioni riguardanti le mutilazioni genitali femminili a Bamako, citando il «contesto attuale» e la necessità di tenere conto delle diverse sensibilità locali.

Secondo l’indagine demografica e sanitaria del Mali del 2023-2024, l’88,6% delle donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni ha dichiarato di aver subito mutilazioni genitali, una percentuale identica a quella del 2018, superiore addirittura a quella del 2006, a testimonianza di scarsi progressi significativi a livello nazionale. Tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni, la prevalenza rimane elevata, attestandosi all’86,5%, mentre per le ragazze di età inferiore ai 15 anni la percentuale segnalata dalle madri è diminuita dal 74% nel 2018 al 70% nel biennio 2023-2024. Tuttavia, questo indicatore non consente di stabilire una prevalenza definitiva, poiché alcune ragazze potrebbero essere sottoposte a mutilazioni genitali femminili anche in età successiva.

Le disparità interne al Paese sono marcate. La prevalenza raggiunge il 95,7% a Kayes, il 95,2% a Koulikoro, il 93,8% a Sikasso e il 91,7% a Bamako. Al contrario, è solo dell’11,7% a Timbuktu e di appena lo 0,5% a Gao. L’indagine non fornisce invece dati comparabili per Kidal.

Questa pratica gode ancora di una significativa accettazione sociale: il 48% delle donne e degli uomini intervistati si è dichiarato favorevole alla sua continuazione e diversi studi condotti in Mali evidenziano l’influenza delle decisioni familiari, delle pressioni della comunità e delle percezioni relative al matrimonio. Le iniziative locali, tuttavia, dimostrano che il cambiamento è ancora possibile: nel 2025, 112 comunità di villaggi hanno riferito di aver abbandonato pratiche dannose, tra cui le mutilazioni genitali femminili, installando anche dei meccanismi di monitoraggio a livello comunitario mentre, dal punto di vista legale, il nuovo Codice penale del 2024 ha rafforzato la repressione di diverse forme di violenza di genere. In particolare, prevede pene detentive fino a dieci anni quando le lesioni personali dolose causano mutilazioni, amputazioni o invalidità.

Il testo, tuttavia, non prevede un reato distinto specificamente dedicato alla mutilazione o all’escissione dei genitali femminili. Il perseguimento di tali reati si basa pertanto sulle disposizioni generali relative alla violenza e agli attacchi all’integrità fisica.

Nell’Africa occidentale e nel Sahel il Mali è secondo per diffusione delle mutilazioni genitali femminili, superato solo dalla Guinea, dove la prevalenza raggiunge il 96% tra le donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni, ed è seguito a breve distanza da paesi come la Sierra Leone (83%) e il Burkina Faso (76%). Secondo l’ultimo rapporto globale dell’UNICEF (2024), la regione presenta dinamiche contrastanti: se da un lato si osserva un significativo calo generazionale della pratica tra le adolescenti in stati come il Burkina Faso e la Sierra Leone, dall’altro l’impatto dei progressi rischia di essere vanificato dalla fortissima crescita demografica dell’area, che aumenta l’ammontare assoluto di ragazze a rischio. Tra i trend più allarmanti ci sono l’abbassamento dell’età media in cui viene eseguito l’intervento (sempre più frequente prima del compimento dei 5 anni) e le crisi di insicurezza nel Sahel, dove conflitti e sfollamenti indeboliscono i sistemi di tutela e prevenzione.

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