di Marco Trovato – Direttore editoriale di Africa Rivista
Quando ero un giovane aspirante reporter – con uno zaino troppo pesante e molte più domande che certezze –, trascorsi un mese nel cuore della foresta pluviale insieme ai Pigmei, ai quali è dedicato il servizio di copertina di questo numero. A più di trent’anni di distanza lo ricordo come uno dei viaggi più belli e incredibili che abbia mai vissuto. Non tanto per ciò che vidi, ma per ciò che imparai a disimparare. Arrivai in un piccolo accampamento baka grazie all’intercessione di alcune suore missionarie. Per gli abitanti ero una creatura insolita: troppo alto, troppo goffo, incapace di orientarmi in un mondo che per loro era casa. Mi accolsero con la curiosità riservata agli ospiti inattesi e con un’ospitalità che non chiedeva nulla in cambio.
La prima sera decisero di preparare un banchetto in mio onore. Gli uomini erano rientrati dalla caccia con un pangolino, stanato poche ore prima. La carne, arrostita lentamente sulla brace, era coriacea, difficile da masticare. Cercavo di nascondere l’imbarazzo quando una donna mi osservò, sorrise, staccò un pezzo di carne, lo portò alla bocca, lo ammorbidì pazientemente con i suoi denti cesellati e me lo porse nel palmo della mano. Per un istante rimasi immobile. Nella mia testa quel gesto apparteneva all’impensabile; per loro era un segno di premura, quasi materna. Capivo che rifiutare avrebbe significato respingere non quel boccone, ma l’accoglienza stessa. Lo presi e lo inghiottii tra le risate divertite dei miei nuovi compagni. Fu allora che cessai di essere semplicemente uno straniero.
Quel gesto, infinitamente piccolo, abbatté un muro molto più grande di quanto avessi immaginato. Da quel giorno iniziai a osservare la foresta con i loro occhi. Ogni mattina era una lezione. Imparai a intrecciare rami per costruire l’intelaiatura delle capanne, ricoperte da grandi foglie disposte come tegole. Seguii gli uomini a caccia e in spettacolari spedizioni per recuperare il miele in cima ad alberi colossali, individuando gli alveari grazie ai minuscoli escrementi degli uccelli che si nutrono di api. Mi unii alle donne nella raccolta di bacche e frutti e partecipai a un’incredibile pesca collettiva: una diga di rami e sterpaglie bloccava il corso di un ruscello, intrappolando pesci e gamberetti nel fango. Ogni giorno scoprivo qualcosa di nuovo. Quel piccolo popolo – altezza media, un metro e mezzo – custodiva un patrimonio straordinario di conoscenze sulla foresta, che venerava come una divinità e dalla quale traeva tutto il necessario per vivere. Le foglie diventavano piatti, i rami utensili, la foresta farmacia, dispensa, rifugio e tempio insieme. Non avevano bisogno di dominarla. Bastava ascoltarla. Io, invece, faticavo perfino a sopportarla: un’umidità soffocante faceva sudare senza fare nulla, i vestiti non si asciugavano mai e la pelle era costantemente appiccicosa. Loro si muovevano leggeri, quasi senza lasciare impronte; io arrancavo dietro, ansimando, impacciato come chi entra per la prima volta in una cattedrale senza conoscerne il linguaggio. Parlavamo poco. O meglio, loro parlavano tra loro in una lingua melodiosa che sembrava seguire il ritmo degli uccelli e del vento. Con me bastavano i gesti, gli sguardi, le risate.
La sera era il momento che preferivo. Seduto accanto al fuoco li osservavo conversare, raccontare storie, scherzare, cantare. Le fiamme illuminavano i volti, mentre tutt’intorno la foresta, immensa e invisibile, respirava nel buio. Avevo la sensazione che il mondo esterno fosse scomparso, inghiottito da quell’oceano verde. È là che compresi una lezione che nessuna scuola di giornalismo avrebbe potuto insegnarmi: non si viaggia per confermare ciò che si sa, ma per mettere in discussione le proprie certezze. Da quella foresta tornai diverso. Pensavo di essere partito per raccontare i Baka. In realtà erano stati loro a raccontare qualcosa di me. Perché ci sono luoghi e storie che non chiedono di essere compresi, ma soltanto uno sguardo nuovo per potersi rivelare.
EDITORIALE DEL NUMERO DI SETTEMBRE-OTTOBRE 2026 DELLA RIVISTA AFRICA



