In uno degli slum più duri della capitale ugandese, regno di povertà e violenza, un ex bambino di strada, Bosco Segawa, ha creato un centro che accoglie e forma centinaia di minori. Qui la musica diventa un rifugio e un’opportunità. E soprattutto una leva di riscatto
di Marco Trovato
L’odore acre della plastica bruciata si mescola al vociare dei venditori, ai sermoni dei predicatori cristiani, al fruscio dei rivoli di fogna che scorrono tra baracche di lamiera e assi sconnesse. È metà mattina quando mi inoltro nei vicoli di Katwe, uno degli slum più vasti e duri di Kampala: un labirinto di officine e botteghe, bancarelle improvvisate e casupole addossate l’una all’altra, dove la vita pulsa a un ritmo nervoso, dettato dalla precarietà e dall’urgenza di arrivare al giorno dopo. Gruppi di donne puliscono cavallette destinate alla vendita – le senene, una prelibatezza per molti ugandesi; poco più in là si riparano pezzi di motore, si espongono scarpe di seconda mano, si contratta carbone stipato in sacchi neri. In una stanzetta annerita dal fumo si proiettano film d’azione e partite di Champions League: pochi centesimi comprano un’ora di evasione, che per molti resta comunque un lusso. L’acqua potabile scarseggia, le latrine sono poche, i servizi essenziali quasi inesistenti.
Negli ultimi anni la popolazione è esplosa: un flusso continuo di profughi in fuga dalle guerre in Sud Sudan e Congo ha trasformato Katwe in un crocevia di ferite aperte. Le tensioni crescono, la lotta per un lavoro, un pasto o un riparo si fa feroce. La crisi economica morde, malaria, aids e altre infezioni mietono vittime, le famiglie si sfaldano, i legami sociali si disgregano. Qui, per molti bambini l’infanzia è un privilegio. Specie quando cala il buio: i vicoli di Katwe si riempiono di ombre e paura, di ragazzini che dormono su cartoni, mentre droga, alcol e violenze si insinuano tra le lamiere. È un mondo ostinato e vulnerabile, mai del tutto sconfitto: qui la lotta quotidiana non è vivere meglio, ma semplicemente riuscire a vivere anche domani.
La favola vera di Bosco
In questa periferia brulicante e spietata, c’è però chi un futuro non solo se l’è conquistato, ma ha scelto di restituirlo agli altri. È la storia di Bosco Segawa, oggi quarantunenne, che ha trasformato la sua infanzia di bambino di strada in un progetto sociale capace di cambiare il destino di centinaia di minori. Con pochi amici, come lui senza casa e senza genitori, ha fondato M-Lisada, un centro che nel tempo è diventato un punto fermo della comunità, un approdo per chi non aveva altro luogo dove stare. Lo incontro nel cortile della struttura, un grande spazio vivo di musica e movimento. Su un piccolo palco in cemento, ravvivato da murales dai colori accesi, la brass band è alle prove: sessanta giovani orchestrali accordano strumenti lucenti, mentre un gruppo di bambini si esercita nei passi ritmati della danza tradizionale. È uno shock visivo: la tromba che sale nell’aria calda copre il brusio della città, il degrado sembra arretrare di fronte a quel suono sicuro, pieno di vita.

Bosco arriva con passo svelto e sorriso aperto. Mi stringe la mano, poi mi abbraccia con spontaneità. «Benvenuto a casa nostra», dice. E in quel “nostra” c’è tutto: condivisione, orgoglio, appartenenza. Ci eravamo conosciuti quindici anni fa, e nonostante i percorsi diversi non ci siamo mai davvero persi. La sua è una parabola di dolore, resistenza e rinascita. Aveva solo dodici anni quando il mondo gli crollò addosso: nel giro di pochi mesi perse entrambi i genitori e si ritrovò unico responsabile di tre sorelle più piccole. Nessun adulto a proteggerli, nessuna casa stabile, nessuna sicurezza se non l’istinto di sopravvivere giorno per giorno. Le strade di Kampala non erano un rifugio, ma un ring brutale: si raccoglieva ferraglia da rivendere, si elemosinavano lavoretti, si cercava cibo ovunque capitasse. «La sera cercavamo una veranda qualsiasi dove poter dormire», racconta. «Eravamo tanti, e la strada ci stava divorando, lentamente». Bosco era uno dei tanti, ma non voleva rassegnarsi a diventare un numero in più nella statistica degli invisibili. E da quella lotta quotidiana, anni dopo, sarebbe nata una missione capace di cambiare molte vite oltre alla sua.
La svolta, una tromba
In quel caos arrivò un imprevisto che cambiò tutto: la musica. Bosco e altri ragazzi del quartiere iniziarono a passare le serate sotto la finestra di un anziano musicista tedesco, Christopher Kowlezyk. «Suonava la tromba», racconta, «e noi restavamo ad ascoltarlo, affascinati. All’inizio ci scacciava, ci mandava via a male parole. Ma continuavamo a tornare. Dovevamo sentirlo suonare». Finché un giorno l’insegnante, colpito dalla loro ostinazione, aprì quella finestra in senso letterale e metaforico: li fece entrare in casa, procurò alcuni strumenti e accettò di dare le prime lezioni di tromba e musica. Per Bosco fu una rivelazione. Le note non servivano solo a riempire il silenzio delle notti di strada: erano una possibilità, una bussola, un modo per ritrovare dignità. «La prima volta che qualcuno applaudì dopo un nostro piccolo concerto scolastico», spiega, «capii che il mondo poteva anche riconoscere il tuo impegno. E vedere qualcuno che ti vede davvero cambia tutto».
Da allora non si fermò più. La musica divenne il suo strumento di sopravvivenza, ma soprattutto la chiave per immaginare un futuro dove prima c’erano solo macerie. La banda cominciò a esibirsi per le strade e con i primi guadagni i ragazzi riuscirono ad affittare una stanza spoglia: niente letti, niente vetri alle finestre, ma un luogo sicuro dove quaranta giovani potevano dormire sul pavimento. Poi arrivarono i primi sostenitori, la struttura crebbe, altri ragazzi trovarono riparo, istruzione, possibilità. La musica divenne molto più di un’attività: fu la porta d’accesso a una vita nuova.
Una seconda vita
Oggi M-Lisada è riconosciuta dal governo ugandese. Ospita stabilmente oltre 170 ragazzi e segue più di 1.300 minori ogni anno con programmi di istruzione, musica, sostegno psicologico, progetti sportivi e attività di reinserimento sociale. Il motto è chiaro: non offrire una via di fuga dalla strada, ma strumenti per camminare con le proprie gambe. «Quando un bambino arriva qui», spiega Bosco, «gli diamo un letto, un pasto caldo, una guida e uno strumento musicale. E poi cerchiamo di far emergere il suo talento. Tutti ne hanno uno, anche se nessuno gliel’ha mai detto».

Mentre parliamo, una bambina conclude una figura acrobatica sospesa a mezz’aria, poi sorride con una luce negli occhi che parla da sola. Qui si lavora sul potenziale, non sulle mancanze. E il percorso non è solo artistico. Oltre alla musica, M-Lisada organizza corsi di formazione scolastica e professionale, incontri sulla prevenzione dell’Hiv, assistenza alle famiglie, attività anti-violenza, piccole iniziative di agricoltura urbana. «Io non sono un musicista professionista», dice Bosco. «Sono un educatore. Insegno ai più giovani ciò che qualcuno donò a me». Molti ragazzi, grazie a M-Lisada, si sono costruiti una seconda vita. Bosco ne elenca alcuni con orgoglio: «Uno è diventato avvocato, due imprenditori, uno è insegnante, un altro è assistente sociale qui con noi». È una lista che cresce stagione dopo stagione. Ed è forse questo il risultato più straordinario: restituire alla società giovani pronti a dare, dopo aver rischiato di sparire nell’invisibilità della strada.
Bellezza fragile
Ma c’è anche un valore collettivo, una sorta di passaggio del testimone: i ragazzi che ce la fanno non si tirano indietro. Tengono concerti per raccogliere fondi, aiutano i più fragili, visitano anziani soli, ripuliscono gli slum, cercano i bambini che dormono all’aperto e provano a riportarli dentro. «La cosa più bella», dice Bosco, «è quando un bambino salvato ne salva un altro». Le difficoltà, però, restano enormi: lo spazio è poco, le risorse insufficienti e migliaia di minori continuano a vivere nelle strade di Kampala. Molti frequentano il centro di giorno, e la notte tornano sotto le tettoie a dormire. Eppure sanno che qui c’è qualcuno che li aspetta. Per alcuni, basta già questo per iniziare a cambiare rotta.

Intanto, sul palco, i musicisti attaccano un ritmo sincopato. Il rumore brutale del quartiere si fa più lontano. Sopraggiungono i vicini, incuriositi, una donna si ferma con la spesa in mano, sorride. Bambini scalzi ballano sulla terra rossa, gli alberi di banano ondeggiano a una brezza leggera. È un frammento di bellezza fragile nel cuore di una periferia che morde. Bosco osserva i ragazzi suonare. Rimane in silenzio qualche secondo, rapito dalle note. Poi si volta e sussurra: «La musica non cancella gli incubi, ma li trasforma». E qui, nella polvere di Katwe, succede davvero: una tromba diventa strumento di riscatto, una banda diventa famiglia, un gruppo di bambini scopre che un’altra vita è possibile. Uno spettacolo che sembra un viaggio iniziato dal punto più basso, ma affrontato con la testa alta e con la musica come bussola. Chi desidera aiutare i bambini di strada sostenendo questa realtà può farlo qui: mlisada.org.
Questo servizio è uscito sul numero 2/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



