La variabile ecologica, l’Africa presenta il conto del “C02lonialismo”

di Tommaso Meo
Ecocidio

Un rapporto dell’Università di Lagos analizza la devastazione ambientale del passato coloniale e spinge l’Unione Africana a quantificare i danni per pretendere le riparazioni climatiche

di Michele Vollaro

Il dibattito internazionale sulle riparazioni storiche per il continente africano si è tradizionalmente concentrato sui danni diretti, come la tratta degli schiavi, le perdite umane e il saccheggio di manufatti e minerali. Tuttavia, un nuovo elemento sta rapidamente scalando l’agenda geopolitica del continente: il debito ecologico. I danni ambientali causati dal dominio coloniale costituiscono una categoria autonoma di devastazione, le cui conseguenze strutturali limitano ancora oggi la resilienza climatica ed economica dei Paesi africani. È questa la tesi centrale del rapporto analitico “CO2lonialism, Ecocide, Reparations”, elaborato dal dipartimento di Storia e studi strategici dell’Università di Lagos sotto la direzione del professor J. G. Nkem Onyekpe.

Il documento non si limita a un’analisi storica, ma si inserisce in una precisa finestra diplomatica e legale. Nel luglio del 2025, la Conferenza ministeriale africana sull’ambiente (Amcen) e l’Unione Africana (Ua) hanno formalmente inserito l’ecocidio tra le priorità del continente, istituendo un comitato ad hoc per esaminare la criminalizzazione della «distruzione massiccia degli ecosistemi». Il comitato presenterà le sue conclusioni nel 2027. Questa mossa strategica dell’Ua fa eco alle recenti evoluzioni giuridiche europee, come la direttiva sui crimini ambientali dell’Ue entrata in vigore nel 2024 e la convenzione del Consiglio d’Europa adottata nel 2025. Inoltre, il diritto internazionale offre già un precedente specifico: negli anni Novanta la Repubblica di Nauru portò l’Australia davanti alla Corte internazionale di giustizia (Icj) per i danni ambientali derivanti dall’estrazione coloniale di fosfati, ottenendo infine un accordo finanziario per la riabilitazione del territorio.

Monocolture ed estrattivismo

Per dimostrare la sistematicità del danno, i ricercatori nigeriani hanno analizzato le dinamiche di cinque Paesi chiave, evidenziando come potenze coloniali diverse abbiano applicato lo stesso schema estrattivo. Un primo elemento evidente emerge dall’imposizione delle monocolture destinate all’esportazione. In Senegal, l’amministrazione francese ha riconfigurato l’intera economia del bacino centro-occidentale per la coltivazione delle arachidi. Al momento dell’indipendenza, nel 1960, il Paese copriva circa il 25% delle esportazioni mondiali, ma lo sfruttamento intensivo ha causato deforestazione, erosione e una progressiva salinizzazione dei suoli. Dinamiche simili si sono verificate nell’Africa occidentale britannica. In Ghana, l’espansione aggressiva della monocoltura del cacao ha contribuito a ridurre la copertura forestale naturale da circa 8,2 milioni di ettari stimate nel 1900 agli attuali 1,5-2,7 milioni di ettari, alterando i cicli idrici. In Uganda, l’introduzione forzata di cotone e caffè ha stravolto i sistemi consuetudinari di gestione della terra, impoverendo i suoli e marginalizzando le colture alimentari.

Altrettanto devastante è stata l’impronta dell’industria estrattiva e dell’ingegneria demografica. In Nigeria, le estrazioni di stagno nell’altopiano di Jos e di carbone a Enugu, avviate senza alcuna valutazione ambientale, hanno lasciato in eredità suoli inquinati e tossici. A questo si aggiunge l’avvio dello sfruttamento petrolifero nel delta del Niger alla fine dell’epoca coloniale, che ha innescato un disastro ecologico continuo sfociato in milioni di barili di greggio sversati nell’ambiente fino ai giorni nostri.

In Sudafrica, la segregazione spaziale imposta dalle leggi sulla terra del 1913 e del 1936 ha confinato la popolazione nera su appena il 7-13% del territorio nazionale, generando sovraffollamento, iper-pascolo ed erosione del suolo. Parallelamente, la corsa all’oro nel Witwatersrand ha lasciato un’eredità tossica di drenaggio acido delle miniere, aggravata dall’introduzione di specie arboree aliene per l’industria del legname che ancora oggi prosciugano le falde acquifere locali e alimentano incendi devastanti.

Il rischio del nuovo «CO2lonialismo»

Questo schema di appropriazione non si è esaurito con la fine dei governi coloniali, ma ha assunto nuove forme nei decenni successivi. Il rapporto utilizza il termine “CO2lonialism“, coniato nell’aprile del 2000 da un’organizzazione ambientalista norvegese proprio per descrivere un caso emblematico in Uganda. Una società norvegese affittò decine di migliaia di ettari di terra per creare piantagioni di alberi destinate al fiorente mercato dei crediti di carbonio, portando allo sfratto di circa 8.000 residenti locali. Questo episodio dimostra secondo gli autori come capitali stranieri continuino ad acquisire il controllo a lungo termine delle terre africane sotto l’egida di beni ambientali globali, ma con logiche di esclusione del tutto assimilabili a quelle del passato.

Verso una metrica unica per le riparazioni

La sfida attuale per l’Africa, sottolinea lo studio dell’Università di Lagos, è di natura metodologica ed economica. Per trasformare questa complessa eredità ecologica in una formale richiesta di riparazioni, l’Unione Africana ha bisogno di una metrica armonizzata. Attualmente le valutazioni dei danni variano da Paese a Paese, impedendo un calcolo continentale solido. Che un’operazione del genere sia tecnicamente possibile lo dimostra la letteratura economica recente: uno studio del 2022 ha stimato in oltre 10.800 miliardi di dollari il valore delle risorse appropriate dal Nord globale ai danni del Sud attraverso lo scambio disuguale nel solo anno 2015.

Il rapporto suggerisce quindi la creazione urgente di un gruppo di lavoro tecnico multidisciplinare in seno all’Ua. L’obiettivo è elaborare, in vista della scadenza del 2027, un quadro di misurazione che traduca i danni fisici in valutazioni monetarie difendibili a livello internazionale. Solo in questo modo l’Africa potrà affiancare le rivendicazioni per i crimini ecologici alle tradizionali richieste di giustizia storica, assicurandosi che le nuove architetture della finanza climatica globale non replichino gli stessi meccanismi predatori del passato.

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