Quanta attualità per la questione coloniale

di Tommaso Meo

Dalla retorica anticoloniale di Russia e Cina alle richieste di riforma dell’ordine internazionale avanzate dal Sud globale, la decolonizzazione è diventata uno dei principali terreni dello scontro geopolitico. In Africa il dibattito intreccia memoria, identità e potere, mentre anche l’Occidente è chiamato a fare i conti con le sue responsabilità storiche

di Mario Giro

Oggi, uno dei principali terreni di scontro geopolitico con l’Occidente è quello della decolonizzazione. La Russia, ad esempio, pur senza fare i conti con la propria storia imperiale, accusa l’Europa e gli Stati Uniti di perpetuare uno «spirito neocoloniale» cercando di rafforzare la propria influenza nel Sud globale e, in particolare, in Africa. «Assistiamo a istinti neocoloniali in Occidente», ha dichiarato di recente il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Un messaggio che trova ascolto in un continente dove il colonialismo europeo ha lasciato ferite profonde e dove molti ritengono che la decolonizzazione non sia mai stata davvero completata.

Il dibattito africano non riguarda solo il neocolonialismo economico, ma anche una decolonizzazione mentale, cioè il superamento delle categorie culturali e politiche ereditate dall’epoca coloniale. Non a caso, soprattutto tra i giovani, sono tornati al centro del dibattito pensatori come Frantz Fanone leader dell’indipendenza quali Patrice Lumumba e Thomas Sankara. Sempre più contestato è anche l’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, con i suoi cinque membri permanenti dotati di veto, è visto da molti Paesi del Sud globale come il riflesso di equilibri ormai superati: l’Africa continua a non avere alcun seggio permanente, nonostante le richieste di riforma. In tale contesto, Russia e Cina rilanciano una retorica anticoloniale già utilizzata durante la Guerra fredda, mentre diverse classi dirigenti africane, soprattutto nel Sahel, fanno della decolonizzazione uno strumento di legittimazione politica e di ridefinizione delle proprie alleanze internazionali.

La critica all’ordine internazionale del dopoguerra si intreccia così con una più ampia rilettura della storia coloniale. Per numerosi studiosi del Sud globale, il colonialismo rappresenta l’atto fondativo dell’egemonia occidentale: la tratta atlantica degli schiavi, lo sfruttamento delle colonie e l’appropriazione di risorse avrebbero creato le condizioni per la rivoluzione industriale e per il predominio economico e politico dell’Europa. Contestare questa lettura non è semplice. Schiavitù, colonialismo, e sfruttamento sono realtà storicamente documentate e continuano a influenzare il dibattito contemporaneo. Al tempo stesso, però, il rischio è che il passato venga utilizzato come chiave interpretativa esclusiva del presente, trasformando la memoria storica in uno strumento di legittimazione politica. Lo si osserva anche in altri contesti: la memoria della Shoah, per esempio, è oggetto di nuove controversie nel dibattito internazionale sul conflitto israelo-palestinese. La storia diventa così terreno di scontro, più che di comprensione.

Questa dinamica investe anche le società occidentali. Nelle università e nel dibattito pubblico si sono affermati approcci come la Critical Race Theory, che rileggono le istituzioni alla luce delle eredità del colonialismo, del razzismo e delle disuguaglianze. Secondo i suoi sostenitori, razza, origine e genere continuano a influenzare la distribuzione del potere; i critici ritengono invece che queste letture favoriscano la frammentazione della società e la competizione tra identità e memorie vittimarie. Come osservava W.E.B. Du Bois con l’immagine del «velo del colore», colonialismo e razzismo hanno imposto per secoli un senso di inferiorità ai popoli dominati. Oggi molte rivendicazioni chiedono non solo uguaglianza giuridica, ma anche un riequilibrio simbolico e culturale. La sfida consiste nel riconoscere le responsabilità storiche senza trasformare la memoria in un nuovo terreno di contrapposizione permanente, evitando che il confronto sul passato finisca per irrigidire ulteriormente le divisioni del presente.

Questa rubrica è uscita sul numero 5/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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