Dottie (La Nave di Teseo, 2026, pp. 256, €20) è un romanzo sulla memoria, sull’appartenenza e sulle tracce lasciate dalla storia coloniale nelle esistenze dei singoli. Con questo libro il premio Nobel tanzaniano Abdulrazak Gurnah torna ad alcune delle questioni centrali della sua opera: l’esilio, lo sradicamento, la ricerca di un’identità tra mondi diversi e il peso di un passato che continua a riemergere nel presente.
Ambientato nell’Inghilterra del secondo dopoguerra, racconta la storia di Dottie, una giovane donna di origine africana che vive in condizioni di estrema povertà insieme alla madre e ai fratelli minori, Hudson e Sophie. Non sa niente del padre e ignora la storia della propria famiglia e delle sue origini africane. Quando la madre muore, Dottie ha diciassette anni ed è costretta ad assumersi la responsabilità della famiglia che va però disgregandosi.
La sua è una vicenda di formazione segnata dalla necessità di comprendere chi è e da dove viene, in un contesto segnato dal razzismo e dall’oblio. La memoria diventa così un territorio da esplorare, un luogo in cui ricostruire frammenti dispersi e restituire dignità a storie rimaste ai margini.
Come nei romanzi precedenti, con la sua scrittura sobria e precisa, mantenuta nell’eccellente traduzione di Alberto Cristofori, Gurnah mostra il colonialismo nella sua capacità di insinuarsi nelle relazioni, nelle famiglie e nelle coscienze. La condizione dell’esiliato non si risolve nell’abbandono di una terra ma richiede la continua negoziazione della propria identità tra lingue, culture e appartenenze differenti. In questa prospettiva, la memoria è uno strumento per comprendere il presente.




