Makoko sotto le ruspe: Lagos demolisce la città sull’acqua

di Tommaso Meo

Ruspe e gas lacrimogeni stanno cancellando Makoko, storica comunità di pescatori costruita sull’acqua nella laguna di Lagos. Decine di migliaia di persone sono già state sfollate, secondo le ong, in un’operazione che le autorità giustificano con motivi di sicurezza e sviluppo urbano. Ma dietro l’operazione si celano interessi e speculazioni immobiliari

di Precious Adebayo

L’acqua è scura, carica di rifiuti, attraversata da canoe che trasportano reti da pesca, assi di legno, materassi fradici. Tra le palafitte spezzate, le ruspe avanzano lente ma inesorabili. A Makoko, la più grande baraccopoli galleggiante dell’Africa, nel cuore della laguna di Lagos, la sopravvivenza quotidiana si è trasformata in una corsa contro il tempo. Dalla fine dello scorso dicembre, le autorità dello Stato di Lagos hanno avviato una vasta operazione di demolizione che ha già lasciato decine di migliaia di persone senza casa. Gli abbattimenti sono proseguiti per tutto il mese di gennaio e non si sa quando termineranno. Secondo organizzazioni come Corporate Accountability and Public Participation Africa (Cappa)) e Justice & Empowerment Initiative, oltre 30.000 residenti sono stati sfollati. I leader comunitari parlano di numeri ancora più alti, in un quartiere che potrebbe ospitare fino a 300.000 persone.

I soliti sospetti

Makoko esiste da oltre un secolo. È una comunità di pescatori cresciuta su palafitte, ai margini della città coloniale e poi inglobata dall’espansione caotica della metropoli. Qui, generazioni di famiglie hanno vissuto e lavorato sull’acqua, pescando, affumicando il pesce e commerciando nei mercati di Lagos. Un quartiere poverissimo e insalubre, ma profondamente integrato nell’economia informale della città. Qualcuno l’ha definita la “Venezia d’Africa”: un’etichetta suggestiva e profondamente fuorviante per descrivere un dedalo di baracche in legno e lamiera. Eppure, per anni Makoko è stata anche una meta di turismo alternativo: canoe con visitatori stranieri solcavano i canali, mentre fotografi e architetti studiavano le soluzioni di adattamento estremo di una vita sospesa sull’acqua. Tra il 2013 e il 2016, una scuola galleggiante progettata dall’architetto Kunlé Adeyemi attirò l’attenzione internazionale come simbolo di resilienza urbana. Oggi, di quella narrazione resta solo un cumulo di macerie. Il governo dello Stato di Lagos giustifica gli abbattimenti invocando ragioni di sicurezza: la necessità di liberare un corridoio sotto le linee elettriche ad alta tensione e di ridurre i rischi ambientali in un’area considerata “illegale”. Secondo le autorità, la fascia da sgomberare doveva inizialmente essere di 30 metri, poi ampliata a 100. Ma sul terreno la realtà appare diversa. «Eravamo noi studenti della comunità a prendere il metro e misurare i cento metri per loro», racconta un giovane residente. «Poi abbiamo visto che continuavano a demolire, casa dopo casa, ben oltre il limite stabilito. È stato allora che abbiamo lanciato l’allarme». I Baales, i capi tradizionali della comunità, confermano di aver raggiunto un accordo con le autorità. Tuttavia, secondo residenti e ong, le ruspe si sarebbero spinte fino a 200–250 metri, e in alcuni casi anche oltre.

Una veduta generale di Makoko, una baraccopoli galleggiante a Lagos, il 9 gennaio 2026. Le autorità hanno demolito centinaia di baracche di legno a Makoko, la baraccopoli galleggiante più grande e iconica dell’Africa, costruita su palafitte sopra la laguna nel cuore di Lagos. Foto: Toyn Adekun / Afp

Scuole chiuse, cliniche distrutte

Le conseguenze sono state immediate e drammatiche. Con l’avvio delle demolizioni, le scuole dello slum hanno chiuso: i bambini non riescono più a raggiungerle. Le famiglie hanno perso casa, lavoro e mezzi di sussistenza, incluse le reti da pesca. «I bambini sono rimasti a casa; i loro genitori, che dovrebbero pagare le tasse scolastiche, hanno perso il lavoro», spiega Kojaah Phineas, insegnante. «Oggi vivono tutti sulle barche, sotto piccole tende improvvisate: non c’è un vero riparo, né uno spazio sicuro per i più piccoli. Come ci si può aspettare che chi non ha una casa possa andare a scuola?». Anche la scuola galleggiante che garantiva l’istruzione ai bambini di Makoko non è più operativa. «In tutta la comunità c’è paura, e anch’io ho paura», racconta il direttore Ayinde Oluwatobi. «Questo è il mio secondo edificio: l’ho costruito con le mie mani e non voglio vedere caterpillar e ruspe distruggere tutto. Chiedo al governo di riconsiderare questo processo, di trasferire le persone colpite e di garantire un risarcimento». Ancora più drammatica è la situazione sanitaria. Una clinica di maternità galleggiante, attiva da oltre quarant’anni, è stata travolta dalle operazioni di sgombero. «Questa clinica esiste da 43 anni: qui siamo stati vaccinati, qui venivano curati i pazienti della comunità», racconta Elvine Ajoke, infermiera. «Quando sono stati lanciati i gas lacrimogeni, alcune pazienti sono fuggite nel panico. Un neonato è morto a causa dei gas, così come un adulto. Altre quattro pazienti, ignare della demolizione, hanno inalato i gas e sono morte». Secondo le testimonianze raccolte da media locali e internazionali, almeno tre persone, tra cui due neonati, sarebbero morte durante le operazioni.

Un ragazzo guida una canoa attraverso un canale affollato di imbarcazioni in una mattinata movimentata a Makoko, una baraccopoli minacciata dallo sgombero, costruita sulle acque inquinate della laguna di Lagos. Foto: Luz

Sviluppo per chi?

Sulla laguna, le proteste si svolgono in silenzio. Decine di barche di legno si radunano tra le macerie, con cartelli scritti a mano: “No place to go”, “We deserve peace”. «Non ho nessun posto dove andare», dice Harriete Bakpo, commerciante di pesce. «Se il governo vuole uccidermi, dovrebbe venire a uccidere me e i miei figli». Makoko non è solo un insediamento informale: è un ingranaggio dell’economia di Lagos. Lo ricorda Fashinu Felix, pescatore: «I nostri antenati erano pescatori, ed è la pesca che ci permette di vivere. Quando peschiamo, portiamo il pesce in città, dove viene acquistato e consumato. È per questo che viviamo sull’acqua». Lagos, megalopoli da oltre 22 milioni di abitanti, soffre di un deficit di 3,3 milioni di unità abitative, l’87% destinate alle fasce più povere. Eppure, negli ultimi anni, il fronte lagunare è stato riservato a progetti immobiliari di lusso. «Questi sfratti forzati, mascherati da riqualificazione urbana, aumentano il divario tra ricchi e poveri», denuncia Cappa. «È un caso emblematico di land-grabbing». Il governatore Babajide Sanwo-Olu ha promesso “palliativi” e possibili ricollocazioni, precisando però che non si tratta di risarcimenti legali. Nessuna data, nessun luogo è stato annunciato. Makoko è già stata colpita nel 2005 e nel 2012. Ma oggi la distruzione appare più vasta e sistematica. Sull’acqua restano canoe cariche di ciò che rimane di una vita: una pentola, una rete, un quaderno di scuola. Mentre Lagos corre verso il futuro e sogna di diventare una mega city globale, Makoko resiste come può, sospesa tra acqua e macerie. La domanda resta immobile sulla laguna: sviluppo per chi, e a quale prezzo?

Questo servizio è uscito sul numero 2/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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